A New York l’ondata di freddo che ha portato le temperature sotto lo zero e quasi trenta centimetri di neve in pochi giorni inizia a diventare un tema più serio di quanto le immagini e i video in circolati in rete negli scorsi giorni hanno lasciato sembrare. Sabato sera il sindaco Zohran Mamdani, in carica da poco più di un mese, ha annunciato l’apertura di 50 nuovi posti letto nei rifugi dell’Upper Manhattan, mentre il bilancio delle persone trovate morte all’aperto durante il gelo è salito a 14. Secondo le prime valutazioni comunicate dal sindaco, in almeno otto casi l’ipotermia avrebbe avuto un ruolo determinante. Dave Giffen, direttore esecutivo della Coalition for the Homeless, ha fatto sapere che i posti letto saranno delle stanze singole per una sola persona, destinate quindi a single senza dimora, e resteranno operative 24 ore su 24. Un portavoce del sindaco ha confermato la decisione, sottolineando che le soluzioni con camere singole risultano spesso più accettabili per chi rifiuta i tradizionali dormitori collettivi.
In generale, le basse temperature hanno messo pressione sul sistema di accoglienza è diventata. Christine Quinn, ex presidente del Consiglio comunale e oggi alla guida di WIN, la più grande rete cittadina di rifugi per famiglie, ha raccontato che sabato notte una donna single si è presentata spontaneamente in una struttura di East New York, a Brooklyn, normalmente riservata solo a nuclei familiari indirizzati dai servizi sociali. «In dieci anni non era mai successo», ha detto Quinn, spiegando che il personale ha contattato il numero 311, fornito cibo e un cappotto alla donna e attivato rapidamente il Comune. Per Quinn, come per Giffen, l’apertura delle nuove stanze rappresenta «una mossa giusta», ma il quadro generale resta quello di una città che, ogni inverno, si ritrova a fare i conti con limiti strutturali e scelte difficili nella gestione dell’emergenza freddo.
L’ultima settimana è stata la più rigida dell’inverno newyorkese e la previsione della tormenta aveva anche spinto ad una riorganizzazione dei servizi di intervento: dal 5 gennaio, infatti, la guida delle operazioni di contatto con le persone senza dimora è passata al Department of Homeless Services e al Department of Sanitation, riducendo il ruolo della polizia che, a volte, può risultare respingente per chi vive in stada. Sabato, durante una conferenza stampa su un altro tema, Mamdani ha difeso apertamente l’operato della sua amministrazione, parlando di un approccio «a tutto campo» e rivendicando l’intensificazione delle attività di outreach (ovvero il lavoro attivo del Comune per intercettare le persone senza dimora prima che siano loro a chiedere aiuto), che avrebbe portato allo spostamento di oltre 860 persone in rifugi e “safe havens”, strutture con meno regole e maggiore privacy. Non è stato però chiarito quante di queste sistemazioni siano state ripetute, cioè riguardino persone entrate e poi uscite più volte dal sistema.
Nel dettaglio, il Comune ha aperto centri di riscaldamento temporanei, allentato i criteri di accesso ai dormitori, messo in strada autobus riscaldati e attivato 17 ambulanze leggere per raggiungere direttamente chi era in difficoltà. In 16 casi, le autorità hanno disposto il trasferimento forzato in struttura, contro i tre comunicati all’inizio della settimana precedente. Lo stesso Mamdani, che in passato aveva espresso perplessità su questo strumento, ha ammesso che si tratta di persone considerate un pericolo per sé o per gli altri e che lo strumento si è reso necessario.
I decessi legati al freddo non sono una novità a New York, ma il confronto storico contribuisce a dare una misura dell’emergenza: uno studio del 2018, condotto da ricercatori del dipartimento della Salute, stimava una media di circa 15 morti all’anno per cause collegate alle basse temperature; nel 2023 i decessi erano stati 29, secondo dati dell’ufficio del sindaco. Il numero attuale, pari a 14, eguaglia quello registrato dopo l’Uragano Ida nel 2021.




