Per oltre un secolo e mezzo la cittadinanza italiana si è basata sul principio dello ius sanguinis: è cittadino chi nasce da un cittadino italiano. Lo ius sanguinis è stato uno dei pilastri giuridici dello Stato fin dalla nascita dell’Italia unita e ha legato il paese alla propria diaspora. Questo sistema potrebbe adesso cambiare in modo significativo dopo l’intervento della Corte costituzionale italiana, che ha respinto gran parte delle contestazioni contro la legge introdotta nel 2025 dal governo guidato da Giorgia Meloni.
La norma, approvata con decreto nel marzo 2025, restringe in modo sostanziale il diritto alla cittadinanza per chi nasce all’estero. In base alla nuova disciplina, potranno essere riconosciuti cittadini italiani solo i discendenti con almeno un genitore o un nonno nato in Italia. Inoltre viene introdotto un ulteriore requisito: quell’antenato deve aver mantenuto esclusivamente la cittadinanza italiana al momento della nascita del discendente, oppure al momento della propria morte se avvenuta prima.
Il ricorso esaminato dalla Corte era stato presentato da alcuni giudici del Tribunale di Torino, che avevano sollevato dubbi sulla legittimità costituzionale della riforma. Dopo la prima udienza, però, la Corte ha dichiarato le questioni “in parte infondate e in parte inammissibili”, anticipando di fatto il sostegno alla posizione del governo. La motivazione completa della sentenza dovrebbe essere pubblicata nelle prossime settimane, ma l’indicazione arrivata dalla Corte ha già ridotto drasticamente le aspettative di chi sperava in un annullamento della norma.
Il sistema dello ius sanguinis ha accompagnato la storia dell’emigrazione italiana. Tra il 1861 e il 1918 circa 16 milioni di italiani lasciarono il paese per cercare lavoro e opportunità altrove, soprattutto nelle Americhe. Molti di loro conservarono la cittadinanza italiana anche dopo aver ottenuto un’altra nazionalità, trasmettendola ai figli e ai nipoti. Il principio fu formalizzato nel codice civile del 1865, poi confermato dalla legge sulla cittadinanza del 1912 e dalla riforma del 1992.
Negli ultimi anni, tuttavia, il sistema è stato messo spesso sotto pressione: le richieste di riconoscimento della cittadinanza da parte dei discendenti all’estero sono aumentate rapidamente, soprattutto in paesi con forte presenza di origine italiana come Argentina, Brasile e Stati Uniti. Secondo dati del ministero degli Esteri, tra il 2014 e il 2024 il numero di cittadini italiani residenti all’estero è passato da 4,6 a 6,4 milioni. Solo nel 2024 i consolati italiani in Argentina hanno gestito circa 30 mila domande di cittadinanza, diecimila in più rispetto all’anno precedente.
Il processo di riconoscimento era già complesso prima della riforma: i richiedenti dovevano ricostruire l’intera linea genealogica, recuperare certificati di nascita, matrimonio e morte dagli archivi italiani – spesso con costi che arrivano a circa 300 euro per documento – e dimostrare che nessun antenato avesse perso la cittadinanza. A questo si aggiungevano liste di attesa consolari che in alcune sedi superavano i dieci anni. Per accelerare la procedura molte famiglie si rivolgevano ai tribunali italiani, contribuendo però a congestionare ulteriormente il sistema giudiziario.
Alcuni giuristi, come Marco Mellone, sostengono che la partita non sia definitivamente chiusa e che nuovi ricorsi possano arrivare alla Corte di Cassazione o alle istituzioni europee.




