Essere Chief Design Officer di una multinazionale come Pepsi significa molto più che occuparsi dell’estetica di un prodotto: lo sa bene Mauro Porcini, che dopo tredici anni di successi è ora pronto a trasferire la sua visione innovativa in Samsung. Porcini, intervenuto ai microfoni de ilNewyorkese nel podcast “Ritratti” di Claudio Brachino, ha spiegato che nel suo ruolo «il design va ben oltre l’estetica, coinvolgendo innovazione e strategie future».
Una missione iniziata nel 2010, quando Mauro Porcini fu chiamato da Indra Nui, CEO di Pepsi, a creare da zero un dipartimento di design in un ambito professionale per lui, all’epoca, completamente nuovo: «Non conoscevo affatto il settore alimentare, provenendo dalla tecnologia, prima Philips poi 3M».
Porcini ha spiegato che, partendo da zero, ha contribuito a trasformare Pepsi in una realtà dove il design gioca un ruolo centrale nella strategia aziendale: «Disegniamo i brand dell’azienda, l’azienda ha tantissimi brand, da Pepsi a Gatorade a Lay’s e tanti altri, e noi disegniamo le esperienze con questi brand in piattaforme di ogni genere, musica, sport, ecc…». Un lavoro enorme, portato avanti anche abbracciando progetti che spaziano dalle collaborazioni sportive e fashion, come quelle con Dsquared e Nike, fino alle tecnologie indossabili per monitorare la salute e le performance atletiche: « Il mio consiglio a chi sta valutando un passo simile è di tentare: anche se non va come immaginato, l’esperienza vale sempre. A me è andata bene e oggi sono qui», ha detto Porcini, sottolineando quanto sia importante cogliere nuove sfide, anche quando sembrano salti nel vuoto.
Uno dei principi fondamentali del suo approccio è mettere al centro le persone, un concetto che definisce «un approccio d’amore, creando valore reale che diventa poi economico». Per Porcini, la curiosità verso gli altri, l’ascolto e il rispetto delle diverse culture sono aspetti fondamentali. «Questi valori fanno parte della nostra cultura italiana, che è ammirata nel mondo per design, architettura, letteratura e cibo», ha spiegato il designer, aggiungendo che proprio questa italianità rappresenta un vantaggio competitivo internazionale.
Nel podcast c’è stato spazio per un confronto tra Italia e Stati Uniti: «La cultura americana ha una grande capacità strategica, di delega e di lavoro in team, che manca molto in Italia». Tuttavia, l’Italia conserva l’importante arte dell’arrangiarsi, «quello che in America chiamano elegantemente problem solving». Combinare questi due approcci, secondo Porcini, è stato fondamentale per il successo raggiunto finora.
Certo in America la competizione è feroce e «per avere successo serve coraggio, resilienza, curiosità, ottimismo e gentilezza. Nel mio libro, “L’età dell’eccellenza”, descrivo 24 caratteristiche che distinguono chi realizza i propri sogni. Non tutte sono innate, si possono sviluppare con impegno e determinazione».
Adesso, dopo aver consolidato la sua carriera negli Stati Uniti, Porcini si prepara a un’altra avventura significativa, questa volta in Samsung, tornando nel settore della tecnologia. «Sarà un altro salto nel vuoto, ma porterò con me ciò che ho imparato in Italia e in America, cercando di creare valore con un approccio umanistico», anticipa Porcini. Con l’evoluzione della robotica e dell’intelligenza artificiale, il designer italiano è convinto che «la tecnologia umanistica» sia la chiave per affrontare i profondi cambiamenti della società contemporanea.