Massimiliano Finazzer Flory all’IIC di New York per presentare Operazione Batiscafo Trieste

A più di sessant’anni dall’impresa del batiscafo Trieste, il regista Massimiliano Finazzer Flory ne ripercorre la storia in Operazione Batiscafo Trieste, un docufilm a metà tra ricostruzione storica e riflessione culturale. Il film, commissionato dal Comune di Trieste e prodotto da Rai Cinema, sarà presentato il 30 marzo a New York, all’Istituto Italiano di Cultura, con un’introduzione del Direttore dell’Istituto Claudio Pagliara ed in un contesto che richiama il doppio legame – italiano e americano – di una delle esplorazioni più significative del Novecento. Abbiamo intervistato il regista per capire come ha costruito il racconto e quali prospettive apre il progetto.

Il Trieste è una storia italiana ma con una forte dimensione americana: come ha lavorato su questo doppio livello nel racconto?

Sono partito dai figli che evocano e custodiscono la memoria dei padri. In fondo, ogni storia di cui ci fidiamo ha una dimensione familiare. Piccard e Walsh, figli dei protagonisti dell’impresa, rimandano a un’epoca europea e italiana da cui si muove il Novecento. Siamo ancora, in molti aspetti, figli di quel secolo

Perché portare questo film proprio a New York e all’Istituto Italiano di Cultura: che tipo di pubblico si aspetta e cosa pensa possa cogliere di questa storia?

New York è approdo, porto, mare – anche se spesso ce ne dimentichiamo. Ma è soprattutto viaggio e vita, che sono anche le rotte di questo film. Mi aspetto un pubblico curioso, persone attratte dalle storie di esplorazione, capaci di riconoscere che siamo fatti d’acqua e che da lì veniamo

La storia del Trieste è molto tecnica: come si rende comprensibile senza semplificarla troppo?

Ho lavorato con i testimoni dell’epoca: persone con ricordi diretti, che restituiscono un volto umano all’impresa. Non solo. Ho cercato di far emergere il ruolo dei visionari e dei pionieri, i primi a crederci. La sfida non è solo tecnica: riguarda anche una dimensione più interiore, il modo in cui si esplora la profondità, anche dell’uomo

C’è un momento o un passaggio del film in cui, secondo lei, si capisce davvero cosa ha rappresentato il Trieste?

Sì. Quando si scopre che l’osservazione della vita negli abissi contribuì a evitare l’uso dei fondali marini per lo smaltimento di rifiuti tossici. In quel momento si capisce che l’impresa del Trieste non è solo tecnologica, ma riguarda anche la tutela del pianeta

Dopo questa tappa a New York, quali sono i prossimi passaggi del progetto: distribuzione, festival, o altre presentazioni istituzionali?

Il film proseguirà nei festival, ma può diventare anche un’installazione museale. Può essere un’occasione di dialogo tra ambiente e arte, tra storia e scienza. Il batiscafo, in fondo, è anche un oggetto di design: ha una forma che lo rende, di per sé, un’opera

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Classe ’97, laurea in Scienze Politiche, scrive di musica dal 2017 per riviste online e cartacee. Appassionato e grande fruitore di rap, nel 2023 ha pubblicato il saggio “Il mutamento delle subculture, dai Teddy boy alla scena trap” per la casa editrice milanese Meltemi.

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