New York è uno dei pochi luoghi al mondo in cui il teatro continua a essere, allo stesso tempo, industria, laboratorio e spazio di sperimentazione. Festival come il Gene Frankel Theatre Festival fanno parte di questa zona di confine: da un lato offrono una piattaforma a nuovi testi e nuovi artisti, dall’altro funzionano come osservatori privilegiati sullo stato della drammaturgia contemporanea. Alla sua seconda edizione, il festival ha già mostrato una crescita significativa, attirando centinaia di candidature e portando in scena decine di opere in prima newyorkese, molte delle quali anche prime mondiali. Tra i membri della giuria c’è Francesca Ravera, attrice premiata e da anni attiva Off-Broadway, che affianca all’attività sul palco un ruolo sempre più centrale nella selezione e nella valutazione dei progetti teatrali. Ravera ci racconta come si costruisce uno sguardo critico tra palco e giuria, ma anche cosa rende davvero solida una pièce oggi e perché festival come questo continuano a essere fondamentali per chi fa teatro a New York.
Il Gene Frankel Theatre Festival è già alla sua seconda edizione e tu hai fatto parte della giuria in entrambe. Che impressione hai dell’evoluzione del festival? E, quando ti trovi davanti progetti così diversi, quali sono i criteri che ti guidano davvero nella selezione?
Il Gene Frankel Theatre Festival ha avuto un successo notevole già dalla sua prima edizione estiva. Quest’estate abbiamo ricevuto oltre 150 candidature, tra atti unici e pièce brevi, e da questi sono state selezionate 24 opere, poi prodotte e presentate durante il festival. In scena sono saliti più di cento artisti: attori, registi, drammaturghi e designer, e questo dà subito la misura della risposta che il festival ha generato.
Il grande successo ottenuto in estate ha reso possibile una seconda edizione, che è andata in scena al Gene Frankel Theatre dall’8 al 22 dicembre.
Il mio ruolo in entrambe le edizioni inizia con lettura di tutti gli script inviati. Da lì avviene una prima selezione delle opere che avranno accesso alla produzione. Successivamente assisto agli spettacoli e, insieme agli altri giudici, Thomas Gordon e Thomas G. Waites, valuto le performance degli attori, il lavoro registico, la drammaturgia e la qualità complessiva delle produzioni, sia per le pièce brevi sia per gli atti unici. L’obiettivo finale è individuare l’eccellenza e premiare, durante il gala conclusivo, i lavori e gli artisti che si sono distinti in modo più significativo.
Il primo aspetto da considerare è sempre il rispetto dei criteri richiesti dal festival, come ad esempio il fatto che le opere siano almeno prime newyorkesi. Superato questo livello, mi concentro sull’originalità della scrittura, sulla creatività e sul valore artistico del testo. Mi interessa molto capire come sono costruiti i personaggi, quanto sono definiti e in che modo evolvono nel corso della pièce; quanto la storia è chiara, come si sviluppa e se riesce a mantenere una direzione precisa. Anche l’attenzione ai dettagli è fondamentale, perché spesso è proprio lì che si riconosce un testo davvero maturo e pronto per la scena.
Quando una play viene poi prodotta, il mio giudizio si sposta inevitabilmente sulla realizzazione. Valuto le scelte registiche, il ritmo dello spettacolo, il lavoro degli attori sul palcoscenico, la loro relazione con il testo e tra di loro, e se ciò che è scritto sulla pagina si traduce in un’esperienza teatrale solida, coerente e viva.

Tutte le pièce in programma sono New York premiere, molte anche prime mondiali. Quanto pesa questo elemento nelle valutazioni? E, secondo te, che tipo di opportunità concrete apre per gli artisti che debuttano in un contesto come questo?
Il Festival rappresenta una grande opportunità per moltissimi artisti. Portare in scena una prima newyorkese significa garantire a nuove opere teatrali un debutto ufficiale su un palcoscenico come quello del Gene Frankel Theatre. Questo aspetto è molto importante perché permette a testi inediti di incontrare il pubblico e, allo stesso tempo, di essere visti e valutati da professionisti del settore.
Per molti drammaturghi, registi e attori, è un’occasione concreta per creare relazioni professionali e dare slancio a nuovi progetti.
Hai interpretato tanti ruoli protagonisti Off-Broadway e portato diversi spettacoli in tour internazionale. Ti chiedo una cosa un po’ più tecnica: quanto la tua esperienza da attrice sul palco influenza il tuo modo di giudicare una pièce, un attore o un regista?
Influenza moltissimo il mio modo di giudicare. Aver lavorato su tanti palcoscenici a New York e durante tour internazionali, e aver collaborato con artisti molto diversi tra loro – attori, registi, drammaturghi, stili e tradizioni teatrali differenti – mi ha fornito un’esperienza ampia e una competenza pratica che mi permettono di valutare con precisione ogni aspetto di una produzione.
Questa esperienza mi permette di riconoscere immediatamente cosa rende uno spettacolo interessante e di valore: la qualità del testo, la precisione del lavoro attoriale, il livello di ascolto tra i performer, l’intelligenza delle scelte registiche, il rapporto tra testo e messa in scena.
Nelle due edizioni del festival hai passato al vaglio centinaia di candidature. Quali sono gli errori più ricorrenti che trovi nei progetti che non arrivano alla selezione finale? E cosa invece fa scattare in te la sensazione che una proposta “meriti” la scena newyorkese?
Si percepisce subito quando una storia è originale e la scrittura è coerente e spinge in avanti l’azione. Lo stesso vale per i personaggi: quando sono sfaccettati, credibili, e le loro relazioni sono costruite con attenzione, il testo invita naturalmente chi legge a immaginarselo in scena. La cura dei dettagli e una chiara sensibilità artistica sono elementi che fanno davvero la differenza.
Tra gli errori più comuni riscontro invece una scrittura non completamente rifinita, personaggi poco sviluppati o incongruenze narrative. A volte manca una prospettiva nuova o il testo non riesce a distinguersi per originalità.
Detto questo, tengo a precisare che, con un numero così alto di candidature, non essere selezionati non significa necessariamente aver commesso degli errori. In molti casi vuol dire semplicemente che altri progetti hanno ricevuto più riscontri positivi dalla giuria. Non è detto che un testo non selezionato abbia ricevuto un giudizio negativo. Per questo incoraggio sempre gli artisti a continuare a lavorare sui propri copioni, e rafforzare ciò che può essere ulteriormente sviluppato.
Hai fatto parte di giurie molto diverse – dal teatro al cinema fino ai Telly Awards. Quali competenze ti porti dietro da un settore all’altro? E cosa cambia del tutto quando valuti una pièce teatrale rispetto a un film?
Quando valuto un film, mi trovo di fronte a un prodotto già concluso, definitivo. Nel lavoro svolto per il Gene Frankel Theatre Festival, invece, ho partecipato anche alla selezione iniziale, e questo comporta una responsabilità diversa. In quella fase devo decidere quali pièce meritano l’opportunità di essere prodotte basandomi esclusivamente sul copione, senza poter vedere l’immagine finale della produzione così come l’ha immaginata l’artista. Questo richiede molta attenzione alla struttura del testo, al suo potenziale scenico e alla sua tenuta teatrale.
Quando, come nel caso del New York Movie Awards e dei Telly Awards, giudico un film o contenuti video di altra natura, valuto da subito non solo la struttura della storia, ma anche la qualità della realizzazione, la recitazione, la regia, la fotografia, il montaggio, la musica e il suono. Nei Telly Awards ho valutato categorie molto diverse tra loro, dai cortometraggi ai lungometraggi, dai regional commercials ai People’s Telly, dai social e promotional video fino agli online video, e questo richiede di adattare lo sguardo mantenendo però saldi alcuni parametri fondamentali di qualità artistica e narrativa.
Valuto sempre anche lo scopo del prodotto. Un film narrativo, uno spot commerciale o un video promozionale rispondono a obiettivi diversi: nello spot o nel contenuto digitale è essenziale capire quanto il messaggio sia chiaro, incisivo e coerente con il target.
Oltre al festival, in queste settimane sei stata coinvolta in una pièce, White Reality di Stella Rousaki, al Consolato di Grecia. Come si intrecciano questi lavori con il ruolo che hai al Gene Frankel Theatre Festival e, più in generale, con il percorso che stai costruendo a New York?
Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna non solo di interpretare numerosi ruoli, ma anche di creare veri e propri ponti artistici e culturali, soprattutto tra gli Stati Uniti e l’Europa. Portare una pièce americana, in lingua originale, all’estero significa per me non solo confrontarmi, come attrice, con ruoli, team, spazi e teatri diversi, ma anche contribuire a far conoscere drammaturghi, produzioni e attori statunitensi in un mercato europeo più ampio.
Essere invitata a un evento al Consolato di Grecia a New York, pur non avendo personalmente legami con la Grecia, rappresenta proprio la prosecuzione di questo lavoro di costruzione di ponti culturali. White Reality di Stella Rousaki nasce come novella, successivamente adattata per il teatro dalla stessa autrice. È un progetto ispirato a grandi testi della drammaturgia americana come A Streetcar Named Desire di Tennessee Williams e Long Day’s Journey Into Night di Eugene O’Neill, e propone una rivisitazione di questi riferimenti per un pubblico newyorkese contemporaneo.
L’evento ha unito estratti scenici, la presentazione del libro e un panel pubblico al quale ho partecipato insieme a figure di rilievo del mondo accademico e teatrale, tra cui: Sozita Goudouna, professoressa alla Sorbona; Robert Richter, responsabile della programmazione artistica e rappresentante della Eugene O’Neill Society; Peter Danish, autore pluripremiato e direttore editoriale di BroadwayWorld; e Danae Stamatopoulou, attrice e traduttrice di White Reality. Erano presenti anche figure di grande rilievo del panorama teatrale newyorkese, come Andreas Manolokakis dell’Actors Studio e il produttore di Broadway vincitore del Tony Award Brian Spector.
Allo stesso modo, essere giudice al Gene Frankel Theatre Festival significa per me premiare l’eccellenza e contribuire a creare nuove opportunità concrete per attori, registi, drammaturghi e designer americani. Fa parte di un progetto più ampio e coerente: sostenere la comunità artistica e partecipare attivamente alla crescita del teatro a a New York e negli Stati Uniti.




