Davide Fiore è regista e video editor italiano che vive e lavora a Los Angeles. Nato a Torino, negli ultimi diciotto anni ha costruito un percorso internazionale tra documentari, cortometraggi, spot pubblicitari e videoclip. Tra i suoi ultimi lavori c’è A Little Fellow: The Legacy of A.P. Giannini, documentario da lui diretto e prodotto che ha ricevuto molteplici riconoscimenti internazionali.
Cosa l’ha spinta a raccontare oggi la storia di A.P. Giannini?
Quando sono arrivato a San Francisco nel 2017 non conoscevo affatto la sua storia. Camminando per la città ho visto una targa che ricordava la Bank of America, nata come Bank of Italy e fondata da un italoamericano. Ho iniziato a cercare informazioni in biblioteca e mi sono accorto che non esisteva praticamente nulla in forma di documentario. Era una storia incredibile, quasi dimenticata, conosciuta solo da persone più anziane o tramandata oralmente. Io stavo cercando un progetto per entrare nel cinema californiano e questa mi è sembrata la storia giusta: umana, semplice e al tempo stesso enorme. E poi c’era il tema dell’immigrazione, che per me era personale, essendo arrivato da poco negli Stati Uniti.
Nel film emerge un’idea di finanza “umana”, basata sulla fiducia e sulla stretta di mano. Quanto è difficile raccontare questo modello oggi?
Molto difficile. Anche durante il lavoro sul film abbiamo avuto più di un blocco. Il modello di Giannini è quello di una banca democratica, capitalista ma inclusiva, che non lascia indietro nessuno. Oggi il capitalismo tende invece a premiare pochi e a scaricare i costi sugli altri. Lui dimostra il contrario: si può crescere e far crescere insieme un’intera comunità. E poi c’è la questione della fiducia, la stretta di mano. Oggi è quasi impossibile, se non in contesti molto rari. E questo dice molto su quanto il suo modello sia distante dal presente.

Giannini viene descritto come “People’s banker” e innovatore vicino a Hollywood e alla Silicon Valley ante litteram. Come ha tenuto insieme queste due anime nel documentario?
Joe Mancini è stato fondamentale per questo. Mi ha aiutato a mantenere il racconto ancorato alla storia americana, che io non avevo studiato in modo approfondito. Giannini emerge come una figura quasi da “Forrest Gump”: è presente accanto a momenti chiave della storia degli Stati Uniti. Abbiamo lavorato molto negli archivi per verificare ogni passaggio, perché molte cose sembrano leggenda. Ma erano reali.
Il film racconta anche il rapporto tra immigrazione italiana e identità economica americana. In che modo parla agli italoamericani di oggi?
Parla in modo diretto, anche se spesso inconsapevole. Giannini ha influenzato la vita di moltissime persone, anche solo rendendo possibili cose quotidiane come avere accesso a una banca o a un prestito. E durante le proiezioni mi è successo spesso che il pubblico non facesse domande, ma raccontasse storie personali legate a lui. È come se questa memoria fosse rimasta sotterranea e continuasse a riemergere.
C’è un aspetto di Giannini che l’ha sorpreso più di altri?
La sua invisibilità. Non amava apparire. Nei materiali d’archivio è quasi sempre ai margini dell’inquadratura, mai al centro. Anche quando si accorge della presenza della camera tende a sottrarsi. È sorprendente, perché parliamo di uno dei più grandi banchieri americani. E poi il fatto che molte cose a lui dedicate siano arrivate dopo la morte: non cercava riconoscimento personale.
Come ha lavorato con Joe Mancini per trovare una voce coerente tra rigore storico e ritmo narrativo?
Joe Mancini ha portato rigore storico e continuità. Io arrivavo da una prospettiva più narrativa e personale. Abbiamo costruito il film partendo quasi al contrario: prima un montaggio embrionale, poi le domande a cui dare risposta, infine le interviste e le fonti. È stato un processo non lineare, ma ci ha permesso di mantenere un equilibrio tra precisione e racconto.
Il documentario viene presentato in uno spazio espositivo, Casa Zerilli-Marimò, dedicato alla “rivoluzione” di Giannini. Quanto è importante il dialogo tra cinema e contesto espositivo?
È fondamentale. Il film da solo finisce, dura un’ora e mezza. Una mostra invece permette di sostare sulle cose, approfondire, vedere documenti e fotografie. L’idea che il film dialoghi con uno spazio dedicato a Giannini dà continuità al racconto e restituisce la complessità della sua figura. Non è solo visione, è esperienza.




