Bilena Settepani e il futuro della pasticceria italiana a New York

Bilena Settepani è una pastry chef, content creator e imprenditrice italoamericana. Lavora nell’azienda di famiglia, Settepani, una storica bakery e ristorante con radici tra Brooklyn e Harlem, dove è cresciuta. Oggi si occupa dello sviluppo creativo dei dolci, ma anche del marketing e dell’e-commerce del brand. Negli ultimi anni ha ottenuto molta visibilità sui social grazie a creazioni diventate virali – come il panettone prodotto tutto l’anno e il “rainbow cookie croissant” – che uniscono la tradizione italoamericana a una sperimentazione più giocosa.

All’inizio non avevi programmato di entrare nell’azienda di famiglia. Guardandoti indietro, quel cambiamento è stato una scelta consapevole o qualcosa che, col tempo, è diventato inevitabile?

Come figli di immigrati di prima generazione, i miei genitori hanno sempre voluto qualcosa di più per noi. Sanno quanto sia difficile il settore dell’hospitality e hanno sempre dato molta importanza all’istruzione. Hanno fatto tanti sacrifici perché mio fratello Seyoum e io potessimo ricevere una buona formazione. Non volevano che entrassi nell’attività: volevano che andassimo all’università, che esplorassimo altre strade, magari diventando medici o avvocati.

Così ho provato a renderli felici. Mi sono laureata in comunicazione e ho iniziato a lavorare nella moda. Mi piaceva, ma dopo il lavoro finivo sempre per tornare in bakery. C’era qualcosa nel lavorare con la mia famiglia che continuava ad attirarmi. Alla fine mi sono iscritta a una scuola di cucina, mi sono diplomata e ho iniziato a lavorare a tempo pieno nell’azienda di famiglia.

Mia nonna diceva sempre: “Quando la smetti con quello che stai facendo e vai ad aiutare tuo padre? Ha bisogno di te”. Era molto decisa su questo. La mia scelta non riguarda solo il voler onorare la sua memoria, ma ha a che fare con l’amore. Amo davvero quello che facciamo e amo lavorare con la mia famiglia.

Il cibo unisce le persone. Ci permette di restare legati alla nostra cultura e di mantenere vive le tradizioni, anche in un posto come New York, che è casa, ma è lontano dal luogo da cui viene la mia famiglia. Questo legame per me è incredibilmente importante.

I miei genitori sono emigrati a New York da adolescenti. Mio padre si stabilì a Williamsburg, Brooklyn, mentre mia madre finì nel Queens. Mio padre studiava alla NYU quando comprò una piccola bakery nel Village, su LaGuardia Place: fu l’inizio della storia di Settepani, anche se allora il locale si chiamava Bruno Bakery, dal nome dei proprietari originari. Da lì è cominciato tutto. Negli anni l’attività è cresciuta, partendo da quella prima bakery fino ad arrivare a diverse sedi Settepani, compreso un ristorante siciliano sulla 20esima strada che si chiamava Bondi. Negli anni Novanta e nei primi Duemila avevamo anche due coffee shop a Westchester. Oggi abbiamo Settepani, un ristorante ad Harlem aperto da più di 26 anni; la nostra bakery a Williamsburg, che presto festeggerà 35 anni; e gestiamo alcuni caffè, uno a Dumbo, Brooklyn. Quest’anno abbiamo aperto anche due nuovi punti, allo Studio Museum e a Central Park.

Sono stata circondata dal cibo per tutta la vita. I miei genitori, i miei nonni e gran parte della mia famiglia erano, e sono ancora, coinvolti in questo mondo.

Sei cresciuta dentro Settepani, ma oggi stai contribuendo attivamente a trasformarlo. Come trovi l’equilibrio tra la conservazione di un’eredità familiare e la necessità di farla evolvere?

Sono davvero cresciuta dentro Settepani. Alcuni dei miei primi ricordi sono legati ai compiti fatti al tavolo della bakery o alle persone che lavoravano con i miei genitori e si prendevano cura di me. Ho fatto lì i miei primi passi; probabilmente anche le mie prime parole avevano a che fare con il cibo.

Il tuo lavoro unisce la tradizione italiana a influenze che vanno molto oltre. Stai cercando di ampliare il significato di “italiano” o di metterlo in discussione?

Non sto cercando di cambiare o mettere in discussione il significato di “italiano”. Il mio obiettivo è condividere la cultura italiana, le ricette e le tradizioni, e riunire le persone attraverso tutto questo. Di recente ho iniziato a organizzare eventi mensili nel nostro ristorante per costruire una comunità: mettiamo insieme italiani appena arrivati, amici di lunga data e chiunque ami il cibo italiano. È un modo per mantenere vive le tradizioni qui a New York, senza dover per forza andare in Italia. Il cibo è un connettore molto potente: riporta alla memoria ricordi, emozioni e un senso di casa.

Molti piatti esistono in varie culture in forme diverse – una cotoletta, per esempio, compare in cucine diverse con nomi diversi – ma tutti collegano le persone alla memoria. Per me, cose come la pastina quando sei malato, la caponata dopo la scuola o i biscotti siciliani tradizionali come i buccellati sono profondamente legati all’infanzia e alle tradizioni familiari. Anche quando innoviamo, come nel caso del panettone artigianale prodotto tutto l’anno, una pratica che mio padre ha contribuito a introdurre negli Stati Uniti, lo facciamo per tenere viva una narrazione. Nuovi gusti e nuovi formati non significano abbandonare la tradizione: servono a renderla comprensibile e vicina alla nostra comunità di oggi.

Crescendo tra culture diverse a New York, ti senti più legata a un’identità italiana, a una mentalità newyorkese o a qualcosa di interamente tuo?

Penso che spesso gli italiani diventino più orgogliosi della propria identità quando sono lontani dall’Italia. Crescendo in una famiglia che provava nostalgia per casa e veniva da culture diverse, sono sempre stata circondata da quell’orgoglio per le nostre origini. Il cibo è il modo più immediato per riconnettersi quando non puoi salire su un aereo, quindi manteniamo vive le tradizioni tutto l’anno, a volte con tocchi moderni, ma sempre restando legati all’autenticità. Direi che sono un mix: italiana e newyorkese, ma anche qualcosa di profondamente mio, formato da entrambi questi mondi.

Il cibo italiano negli Stati Uniti è spesso legato alla nostalgia. Il tuo approccio sembra più orientato al futuro: pensi che questa percezione stia finalmente cambiando?

Sì. La nostalgia resterà sempre centrale, ed è una cosa bella, perché lega il cibo alla famiglia e alla memoria. Ma oggi c’è una curiosità crescente: le persone vogliono imparare, provare nuove interpretazioni e capire le storie dietro ai piatti. Il futuro della cucina italiana qui sarà questo equilibrio: onorare la tradizione lasciando spazio all’evoluzione. Non si tratta di sostituire il passato, ma di costruirci sopra qualcosa per le nuove generazioni.

Non crei solo prodotti, ma contribuisci anche a costruire il brand e il suo racconto. Quanto è intenzionale il lavoro per dare un punto di vista chiaro a tutto quello che fai?

Sono sempre più consapevole del fatto che sto costruendo un brand. All’inizio mi concentravo semplicemente sul preservare le tradizioni familiari; ora capisco quanto sia importante avere e comunicare un punto di vista chiaro. Per me è essenziale conservare le tradizioni e spiegarne il significato: perché certi piatti vengono preparati, perché sono legati a determinate festività, come si collegano alla cultura. In un mondo pieno di negatività, riunire le persone attraverso il cibo per creare gioia e connessione mi sembra fondamentale, soprattutto in una città come New York.

Se dovessi definire cosa rappresenti oggi – non solo come pastry chef, ma come voce di una nuova generazione – cosa diresti?

È difficile definirmi dentro una sola categoria. Mi considero prima di tutto una baker. Tutti hanno una voce; la mia è un modo per mantenere vive tradizioni e storie attraverso qualcosa di dolce. Spero di rappresentare una generazione che dà valore alla tradizione, alla comunità e alla collaborazione: persone che credono che siamo più forti insieme e che dovremmo sostenerci a vicenda invece di competere tra noi. Sono grata per la fiducia che le persone ripongono in me quando mangiano il mio cibo, ci scelgono per i loro eventi o ascoltano la nostra storia. Semmai, il mio obiettivo è usare quella fiducia per costruire legami e tenere vive le nostre storie culturali.

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