L’Italia e la crisi in Iran

E l’Italia che fa? Fa il suo, con prudenza e attenzione. La guerra in Iran e il Medio Oriente in subbuglio richiedono rapidità ma anche razionalità. Il premier Giorgia Meloni si muove su due assi.

Tiene costante il rapporto con l’Europa, che pensa in questo momento più alla protezione energetica dell’Ue (evitare lo shock di quattro anni fa con l’invasione russa dell’Ucraina) che a trovare una quadra in una politica estera unitaria sempre complessa, e nello stesso tempo tiene i rapporti con l’alleato più importante, ovvero l’America di Trump.

Come sempre nel nostro Paese la politica estera spacca ideologicamente l’opinione pubblica e la politica. Più che cercare una sintesi per la credibilità e l’autorevolezza di una nazione sul banco del mondo, ci si divide e si discute cercando di individuare debolezze e contraddizioni dell’una o dell’altra parte.

Questi invece sono i momenti in cui ci si integra, si mettono le intelligenze e le competenze a disposizione, e il messaggio è rivolto con serenità soprattutto alle opposizioni che debbono aiutare chi governa (varrebbe il discorso anche a parti inverse) a sbrogliare la matassa.

Il governo ha da poco stanziato un bel gruzzolo per famiglie e aziende sul tema del costo dell’energia ed è attento al tema della difesa così come viene posto in primo piano pure da Bruxelles e dalla sensibilità dei cosiddetti cittadini europei (categoria sempre chiara matematicamente e sempre sfuggente culturalmente).

Noi non siamo in guerra, la Costituzione è stata rispettata e sull’uso delle basi americane (che non sono UFO ma frutto degli accordi storici nell’ambito dell’alleanza atlantica) decide il Parlamento.

Poi occhio alle esigenze dei cittadini, alle conseguenze che questo conflitto può portare sulle filiere economiche, sull’inflazione, sugli aumenti non solo di gas e carburante ma anche di tutta una serie di prodotti che risentono del blocco navale nello stretto di Hormuz.

Per dire della delicatezza della situazione e della necessità di una postura unitaria e seria si è messo in movimento il Presidente Mattarella che per venerdì 13 marzo ha convocato il Consiglio supremo di difesa. Tema, l’analisi della situazione internazionale e gli effetti della crisi in Iran.

Ci saranno il premier e i ministri più strettamente coinvolti (Esteri, Difesa, Interni, Economia, Imprese e Made in Italy) e il capo di Stato maggiore della Difesa. Insomma uno schieramento altamente istituzionale come prevede la nostra Costituzione nelle situazioni di emergenza.

Nessuna paura però e nessuna escalation anche da parte di noi comunicatori. Trump, che ha parlato anche con Putin, è parso razionale e più prudente nel delineare un tempo forse più breve dell’attacco a Teheran, la cui situazione bellica e di potere interno rimane in evoluzione e da monitorare con informazioni non schematiche.

Per ora non si può che stare alla finestra, la geopolitica non può essere semplificata in una discussione da bar, luogo che amo nella metafora del calcio ma che non va bene per le complessità di un mondo nuovo che va spiegato ai cittadini con attenzione e onestà. Come non mai negli ultimi decenni.

Immagine di Claudio Brachino

Claudio Brachino

Giornalista, saggista ed editorialista italiano. Laureato in Lettere, passione per il teatro, ha scritto con De Filippo e Michalkov. Poi 32 anni in Fininvest e Mediaset, dove è stato vicedirettore ed anchor di Studio aperto, due volte direttore di Videonews, la fabbrica dei format, direttore di Sport Mediaset e di Radio Montecarlo news. Inoltre, ha diretto per due anni il Settimanale, magazine cartaceo e web sulle Pmi, ha scritto per Il Tempo e Il Giornale, ora è editorialista del Multimediale di Italpress, opinionista tv per Rai e La7 e direttore editoriale di Good Morning Italy. Da poco ha firmato una collaborazione per lo sport del circuito Netweek.

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