La strage dei ragazzi

Mercoledì 7 gennaio un minuto di silenzio nelle scuole per le sei giovani vittime italiane nella tragedia avvenuta la notte di Capodanno nel seminterrato di un bar a Crans-Montana, nel Canton Vallese, in Svizzera, in una delle località sciistiche più importanti del mondo.

Il bilancio dell’incendio che ha trovato i ragazzi intrappolati lì sotto è pesantissimo: 47 morti e 115 feriti, di cui molti gravi, con ustioni i cui effetti sono ancora difficilmente valutabili. Le autorità italiane sono state tempestive e attente, i familiari chiedono giustizia.

Doveroso, ma l’ho sentito tante volte, troppe volte. Intanto si è saputo che i proprietari del locale avevano i permessi solo per il bar e non per una sorta di discoteca nell’inferno. Si sa che i lavori di ristrutturazione avevano addirittura ristretto la via di fuga da lì sotto.

Non vogliamo sostituirci all’inchiesta in corso con facili moralismi, ma una regola deve valere in tutto il mondo, visto che a noi italiani ci fanno sempre passare per cialtroni: in primis non il profitto, ma la sicurezza, soprattutto degli altri. Giovani o meno, perché cari genitori e familiari che vi ho nel cuore, dovete sapere che i morti sono tutti uguali e tutti soffrono (ahimé ne ho intervistati tanti nella mia carriera) per le vite spezzate ingiustamente.

Ma quando oltre al fato ci sono le responsabilità, si deve chiedere alle istituzioni svizzere la massima severità per chi ha sbagliato. Pochi minuti prima di scrivere queste righe sono arrivate a Linate con un aereo di Stato cinque delle sei salme italiane, poi il volo andrà a Roma, mentre i funerali di Sofia si terranno a Lugano.

Faccio anche gli altri nomi: Achille, Chiara, Giovanni, Emanuele, Riccardo. I morti sono tutti uguali, ma certo vedere le loro fresche facce di adolescenti, appena sul davanzale ancora enorme della vita, fa impressione. Non hanno colpe, inutile insistere sulla demenza indotta dai social, che i ragazzi riprendevano le fiamme facendo video anziché accorgersi del pericolo grave.

Certo, l’immersione del cervello dei nostri giovani nella virtualità ossessiva non ha migliorato il loro senso della realtà, ma siamo noi adulti che dobbiamo farli divertire la notte di San Silvestro in totale sicurezza e pensando alla loro incolumità. Non scambiamo, come facciamo sempre, la causa per l’effetto. Per comodità cerebrale.

E facciamo di questo dolore immenso il motore di una rivoluzione culturale: la vita degli altri sempre al primo posto, che sia un bar o un cantiere o uno stadio, che sia lavoro o gioco o passione. La cultura della sicurezza come priorità e non come feticcio da scansare o evitare per spendere meno. Ora però solo un abbraccio a chi resta, a chi soffre.

Immagine di Claudio Brachino

Claudio Brachino

Giornalista, saggista ed editorialista italiano. Laureato in Lettere, passione per il teatro, ha scritto con De Filippo e Michalkov. Poi 32 anni in Fininvest e Mediaset, dove è stato vicedirettore ed anchor di Studio aperto, due volte direttore di Videonews, la fabbrica dei format, direttore di Sport Mediaset e di Radio Montecarlo news. Inoltre, ha diretto per due anni il Settimanale, magazine cartaceo e web sulle Pmi, ha scritto per Il Tempo e Il Giornale, ora è editorialista del Multimediale di Italpress, opinionista tv per Rai e La7 e direttore editoriale di Good Morning Italy. Da poco ha firmato una collaborazione per lo sport del circuito Netweek.

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