In Italia siamo cresciuti con il mito del cinema americano. Le strade di New York, i grattacieli, le periferie, le storie di riscatto, i conflitti familiari. Prima ancora di conoscere davvero l’America, l’avevamo vista al cinema. Io stesso, se oggi vivo a New York, lo devo anche a quell’immaginario. Il cinema non si limita a raccontare i luoghi: li anticipa, li rende desiderabili, li trasforma in possibilità.
Per decenni è stato un’industria verticale. Pochi studi, capitali enormi, star riconoscibili, distribuzione globale. L’immaginario era nelle mani di chi aveva la forza economica per produrlo. Hollywood decideva cosa il mondo avrebbe visto.
Oggi quel modello si sta trasformando.
I costi di produzione si sono abbattuti grazie alla tecnologia digitale. Gli strumenti sono più accessibili. Le piattaforme hanno moltiplicato le possibilità di distribuzione.
Negli ultimi anni film con budget inferiori ai 10 milioni di dollari hanno vinto l’Oscar come miglior film, battendo produzioni da centinaia di milioni. Parasite nel 2020 ha riscritto una regola che sembrava intoccabile, portando per la prima volta una storia locale e non anglofona al centro dell’Academy. CODA ha confermato che autenticità e radicamento possono prevalere su dimensioni industriali. L’attenzione culturale si sta spostando.
Il pubblico e l’Academy stanno premiando identità, emozione, verità narrativa. Le storie non devono più essere neutrali per funzionare globalmente. Devono essere specifiche. Devono avere radici. Questo passaggio cambia il ruolo dei Paesi nel racconto globale.
Se il cinema plasma la percezione dei luoghi, e se oggi l’accesso a quel linguaggio non è più concentrato in poche mani, allora si apre uno spazio anche per noi. Non per rincorrere Hollywood. Per tornare a raccontarsi.
Il cinema italiano nel Novecento ha costruito un immaginario potente, riconoscibile e universale. Oggi può tornare centrale se sceglie di raccontare le identità contemporanee: la doppia appartenenza, le comunità italiane nel mondo, le nuove generazioni che cercano un legame con la propria origine, le traiettorie di chi è partito e di chi è tornato.
Le radici non sono nostalgia, sono materia narrativa. In America esiste un’intera generazione di professionisti di origine italiana che sta incidendo sull’industria globale.
Il sogno americano non è scomparso. Ha cambiato forma. Non è più solo conquista economica. È possibilità di espressione, mobilità creativa, capacità di contaminazione. È il luogo dove le storie trovano spazio quando hanno forza.
Questo numero celebra gli Oscar, ma non è un numero da red carpet. È una riflessione su dove sta andando il cinema e su dove può tornare l’Italia. Rendiamo omaggio al cinema che ci ha fatto sognare, partire, immaginare un altrove. Rendiamo omaggio al ruolo dell’Italia, che ha insegnato al mondo che il cinema può essere sguardo e coscienza oltre che intrattenimento.
La sfida oggi non è tornare a vincere un premio, ma tornare a essere necessari.
Se sapremo fare squadra, unendo chi crea in Italia con chi ha già lasciato un segno nell’industria americana, se smetteremo di lavorare in modo frammentato e inizieremo a sostenerci come sistema, l’Italia tornerà agli Oscar da protagonista.
Il mondo ha bisogno delle nostre storie. E questa volta, se saremo uniti, potremo salirci insieme su quel palco.








