La lunga carriera di Robert Duvall, tra “Il Padrino” e “Tender Mercies”

È stato uno degli interpreti più importanti del cinema americano del secondo Novecento: sette candidature agli Oscar, una vittoria nel 1984 e decine di ruoli rimasti nella memoria, dal consigliere Tom Hagen al predicatore tormentato di The Apostle

È morto a 95 anni Robert Duvall, uno degli attori simbolo del cinema americano del secondo Novecento. La notizia è arrivata nella giornata di ieri dalla moglie, Luciana Duvall, con un messaggio pubblicato sui social: l’attore si è spento nella sua casa, circondato dalla famiglia.

Duvall ha attraversato oltre sessant’anni di cinema senza mai trasformarsi davvero in una “star” nel senso più spettacolare del termine: era un interprete capace di imporsi con naturalezza, anche quando occupava uno spazio secondario nelle pellicole. Sette candidature agli Oscar, una vittoria, due Emmy e una carriera che ha incrociato alcuni dei registi e dei titoli più importanti del cinema americano.

Il suo esordio cinematografico risale al 1962, con il breve ruolo di Boo Radley ne Il buio oltre la siepe. Negli anni Sessanta alterna cinema, teatro e televisione, lavorando in film come True Grit e Bullitt, ma è nei primi anni Settanta che la sua carriera cambia dimensione.

Nel 1972 interpreta Tom Hagen ne Il Padrino, il consigliere silenzioso e razionale della famiglia Corleone. È la parte che lo consacra e gli vale la prima nomination all’Oscar. Tornerà nel ruolo anche ne Il Padrino – Parte II. Con Francis Ford Coppola lavorerà ancora in La conversazione e soprattutto in Apocalypse Now (1979), dove il colonnello Kilgore pronuncia una delle battute più celebri della storia del cinema: “I love the smell of napalm in the morning”. Anche in quel caso arriva una candidatura agli Oscar.

Negli stessi anni si muove tra cinema d’autore e produzioni più popolari: è nel cast corale di Network (1976), satira feroce sul mondo della televisione, e consolida la propria reputazione come attore capace di fondere intensità e controllo. Non aveva il carisma esplosivo di Robert De Niro o Dustin Hoffman, suoi contemporanei, ma ne veniva apprezzata molto la presenza più trattenuta, spesso inquietante.

La svolta da protagonista arriva con The Great Santini (1980), dove interpreta un padre autoritario e ossessivo: la parte gli vale la prima nomination come miglior attore. L’Oscar lo vince nel 1984 per Tender Mercies, in cui dà vita a un cantante country alcolizzato in cerca di redenzione. È una performance quasi minimale che diventa il modello di un certo realismo americano degli anni Ottanta.

Duvall non si limita alla recitazione. Dirige e interpreta The Apostle (1997), storia di un predicatore texano carismatico e violento, che gli porta un’ulteriore candidatura agli Oscar e il premio per il miglior film agli Independent Spirit Awards. Scrive, dirige e interpreta anche Assassination Tango (2003). Il suo interesse per i personaggi marginali e ossessivi resta una costante.

Negli anni Duemila continua a lavorare con regolarità: è in Open Range di Kevin Costner, in The Judge (2014) accanto a Robert Downey Jr. – ruolo che gli vale la settima nomination all’Oscar – e in film Crazy Heart, che molti hanno accostato idealmente al suo Tender Mercies. Tra gli ultimi lavori, The Pale Blue Eye (2022).

Non solo cinema, comunque: Duvall è protagonista della miniserie Lonesome Dove (1989), ottiene candidature agli Emmy per Stalin e per The Man Who Captured Eichmann, e vince due Emmy per Broken Trail (2006), contribuendo a rafforzare il ruolo delle produzioni originali via cavo negli Stati Uniti.

Nato a San Diego nel 1931, figlio di un ammiraglio della Marina statunitense, cresce tra diverse città americane. Dopo il servizio militare studia recitazione a New York con Sanford Meisner al Neighborhood Playhouse, dove stringe amicizia con attori come Gene Hackman e Dustin Hoffman.

Robert Duvall ha interpretato militari, poliziotti, giudici, predicatori, patriarchi autoritari e uomini in crisi. Ha attraversato il western, il noir urbano, il dramma politico, il cinema bellico e quello indipendente. Senza mai cambiare registro e restando fedele a un’idea di recitazione quasi artigianale. Duvall è stato uno di quelli che, anche quando stava in secondo piano, finiva per restare nella memoria.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Francesco Caroli, nato a Taranto, ha iniziato a scrivere di musica e cultura per blog e testate online nel 2017. È autore per le riviste cartacee musicali L'Olifante e SMMAG! e caporedattore per IlNewyorkese. Nel 2023 ha pubblicato il saggio "Il mutamento delle subculture, dai teddy boy alla scena trap" per la casa editrice milanese Meltemi.

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