Ogni anno gli Oscar vengono raccontati come una gara, e in parte lo sono davvero: ci sono favoriti, sorprese, film che arrivano lanciati dai premi precedenti e altri che crescono all’ultimo. Ma sono anche un buon modo per capire che cosa sta premiando Hollywood, quali autori stanno diventando centrali, quanto peso abbiano oggi le piattaforme e perché certi titoli riescano a uscire dalla nicchia e a imporsi nel discorso pubblico. Per questo una guida agli Oscar serve anche a chi non vuole limitarsi a indovinare i vincitori, ma vuole orientarsi tra i film, le categorie e le stranezze di un’edizione che quest’anno ha parecchie cose da raccontare.
Quella del 2026 è una corsa che tiene insieme cinema di studio, film d’autore, horror, satire eccentriche, adattamenti letterari e produzioni internazionali che non stanno più ai margini ma entrano nel cuore della gara principale. E dentro questa selezione ci sono anche alcune curiosità non da poco: un record storico di nomination, una nuova categoria introdotta per la prima volta, il peso crescente dello streaming e una competizione per il Miglior Film che, almeno sulla carta, è più aperta e meno lineare di quanto sembri a un primo sguardo. I dieci film candidati al premio per il Miglior Film compongono una selezione che mette insieme alcune linee molto diverse: il cinema industriale ad alto budget, l’autorialità riconoscibile, l’adattamento letterario, il film internazionale ormai pienamente integrato nel discorso principale dell’Academy e una crescente disponibilità a premiare opere che fino a pochi anni fa sarebbero rimaste ai margini, come l’horror o la satira più anomala.
Il dato che ha spostato subito il racconto di questa edizione è quello di I peccatori (Sinners), che guida le nomination con 16 candidature. È un numero senza precedenti nella storia degli Oscar, superiore alle 14 ottenute in passato da Eva contro Eva, Titanic e La La Land. Il risultato conta per il record in sé, ma conta soprattutto perché riguarda un film che lavora con elementi di horror, musica e spettacolo popolare, territori che l’Academy ha spesso premiato solo in parte, soprattutto nelle categorie tecniche.
Accanto al primato numerico, c’è poi il quadro generale della gara. I dieci candidati al Miglior Film sono Bugonia, F1, Frankenstein, Hamnet, Marty Supreme, One Battle after Another, The Secret Agent, Sentimental Value, Sinners e Train Dreams. È una lista che tiene insieme Hollywood, piattaforme, cinema europeo e cinema latinoamericano, e che conferma come da alcuni anni la categoria principale sia diventata il luogo dove l’Academy tenta di rappresentare l’industria nel suo complesso più che una sola idea di prestigio.
Tra i titoli più osservati c’è One Battle after Another, tradotto in Italia come Una battaglia dopo l’altra, diretto da Paul Thomas Anderson. È uno dei film che arrivano alla cerimonia con la reputazione più solida nella stagione dei premi e ha il profilo tipico del contendente centrale: autore canonico, cast fortissimo, impianto narrativo ambizioso e una combinazione di tensione politica, ironia e spettacolo che lo rende insieme accessibile e autoriale. Attorno al film si è concentrata anche una parte del discorso critico su Anderson, regista molto riconosciuto ma mai premiato dall’Academy in modo pieno.
La sua posizione nella corsa non dipende solo dal valore attribuito al film, ma anche da un meccanismo abbastanza tipico degli Oscar: quando un autore accumula negli anni prestigio, candidature e consenso trasversale senza vincere, può formarsi una spinta quasi riparativa. Questo non basta da solo a garantire una vittoria, ma conta nel racconto industriale della stagione, e nel caso di Anderson la candidatura del film non è solo nella categoria di Miglior Film, ma anche di Regia e Sceneggiatura adattata, tra quelle più rilevanti.
Il film che più sembra poter contendere quella centralità è però proprio il già citato I peccatori, diretto da Ryan Coogler. La sua forza sta nel modo in cui unisce ambizione formale, riconoscibilità pop e peso tematico. Il doppio ruolo di Michael B. Jordan è diventato uno degli elementi più discussi della stagione, e che gli è valso anche un premio agli ultimi Actor Awards, ma il film ha raccolto attenzione anche per la fotografia, il montaggio, la colonna sonora e l’impianto visivo. In altre parole, non è arrivato fin lì come semplice fenomeno di consenso, ma come titolo capace di mettere d’accordo molti rami dell’Academy.
Se dovesse vincere, I peccatori segnerebbe un passaggio simbolico importante anche per il rapporto tra Oscar e generi. L’horror, salvo rarissime eccezioni, è stato spesso trattato come un linguaggio da riconoscere indirettamente, premiando magari gli interpreti o alcuni aspetti tecnici come trucco e costumi, ma lasciandolo fuori dal centro della gerarchia. Il fatto che un film horror sia oggi il titolo più nominato dell’anno suggerisce che qualcosa si sia spostato, non solo nel gusto dell’Academy ma nel modo in cui il cinema di genere viene percepito dall’industria.
Un’altra linea decisiva della corsa riguarda il peso del cinema internazionale. The Secret Agent di Kleber Mendonça Filho e Sentimental Value di Joachim Trier sono entrambi candidati sia come Miglior Film sia come Miglior Film Internazionale. Una cosa che un tempo era impensabile oggi non è più un’anomalia assoluta, e questo racconta come i film internazionali non vengano più confinati alla loro categoria di provenienza. Per il Brasile, The Secret Agent arriva inoltre dopo la vittoria del 2025 di I’m Still Here come Miglior Film Internazionale, e questo accresce l’attenzione attorno al titolo.
The Secret Agent si presenta come un thriller politico che lavora sulla memoria della repressione e sull’eredità delle dittature, inserendo in una struttura di tensione una materia storica precisa. È il tipo di film che agli Oscar può funzionare bene quando riesce a tenere insieme il controllo stilistico cavalcando il momento storico, e oggi più che mai questo è reale. A ciò si aggiunge anche la candidatura di Wagner Moura come attore protagonista, che ha contribuito a dare slancio al film.
Sentimental Value, invece, ha costruito il suo percorso su un’altra tonalità. È un dramma familiare che ruota attorno all’assenza, al rancore e alla possibilità che l’arte diventi uno strumento imperfetto per rimettere mano a relazioni già compromesse. Joachim Trier, insieme al co-sceneggiatore Eskil Vogt, lavora da anni su personaggi incapaci di semplificare il proprio dolore; qui quel tratto si combina con un cast molto forte, da Renate Reinsve a Stellan Skarsgård fino a Elle Fanning.
E poi c’è Netflix. Frankenstein di Guillermo del Toro è il grande candidato della piattaforma di streaming. Del Toro porta nel progetto il suo repertorio più noto: il mostruoso come forma del tragico, la cura artigianale dell’immagine, l’attenzione per scenografie, costumi e trucco. Il film sembra particolarmente competitivo nelle categorie tecniche, mentre resta meno chiaro se riuscirà a imporsi davvero fino in fondo nella corsa principale.
Diversa, invece, la posizione di F1, il film di Joseph Kosinski con Brad Pitt, Damson Idris, Javier Bardem e Kerry Condon. È il titolo che più di tutti rappresenta il lato classico del cinema da studio hollywoodiano, con la grande star, lo sport dall’altissima dinamica generazionale al centro, il racconto di riscatto e lo spettacolo costruito per un pubblico più generalista possibile. Con la presenza nella cinquina allargata del Miglior Film, mostra come l’Academy dia comunque ancora risalto ai prodotti per il grande pubblico.
Marty Supreme è invece uno dei casi più eccentrici della selezione. Diretto da Josh Safdie e interpretato da Timothée Chalamet, prende la forma del biopic sportivo solo per sabotarla dall’interno. Più che l’ascesa edificante di un campione, racconta un protagonista sgradevole, manipolatorio e spesso respingente. È una deviazione che ha premiato, rendendolo uno dei titoli più discussi e acclamati dalla critica, tenendo benissimo insieme ritmo, disagio e attrazione.
Ancora diverso è Bugonia, il nuovo film di Yorgos Lanthimos. Come spesso accade nel cinema del regista greco, il punto non è tanto la plausibilità dell’intreccio quanto il sistema di tensioni morali e percettive che il film mette in moto. La storia del rapimento di una dirigente d’azienda da parte di un uomo convinto che sia un’aliena serve soprattutto a ragionare sulla paranoia odierna, quella fatta di teorie del complotto e mistificazioni della realtà. È un film divisivo per definizione, ma proprio per questo molto coerente con la traiettoria recente dell’Academy, che negli ultimi anni ha mostrato maggiore tolleranza verso opere spigolose e formalmente non accomodanti.
Hamnet porta invece in gara un’altra delle tendenze forti del cinema premiabile: l’adattamento letterario di alto profilo. Chloé Zhao affronta il romanzo di Maggie O’Farrell spostando il centro del racconto verso Agnes e il lutto familiare che precede, accompagna e supera la figura di Shakespeare. Jessie Buckley è entrata da subito tra le attrici più citate della stagione, e il film nel complesso ha raccolto consensi per la capacità di trasformare una materia storica e letteraria in un dramma intimo leggibile anche da un pubblico non specialistico.
Train Dreams, tratto dal romanzo breve di Denis Johnson e diretto da Clint Bentley, è il titolo meno rumoroso della corsa. La sua candidatura ha sorpreso molti osservatori proprio perché non nasce da una campagna particolarmente appariscente né da un’immediata centralità mediatica. Racconta una vita ordinaria, il lavoro, la perdita e il paesaggio americano. Negli Oscar allargati a dieci titoli, film di questo tipo possono trovare spazio quando intercettano un rispetto diffuso, magari non abbastanza per dominare la serata ma sufficiente per entrare nel gruppo principale.
Questa edizione segna anche il debutto dell’Oscar per il Casting, nuova categoria introdotta a partire dai film usciti nel 2025. I candidati sono Hamnet, Marty Supreme, One Battle after Another, The Secret Agent e Sinners. Riconoscere il casting significa riconoscere che la costruzione di un film passa anche dalla selezione, dalla combinazione e dall’equilibrio degli interpreti, non solo dalla loro performance individuale.
Corsa particolarmente affollata quella degli attori, con Michael B. Jordan per I peccatori, Leonardo DiCaprio per Una battaglia dopo l’altra, Timothée Chalamet per Marty Supreme e Wagner Moura per The Secret Agent che portano nella stessa categoria quattro modi molto diversi di occupare il centro di un film. Tra le attrici, Jessie Buckley per Hamnet, Renate Reinsve per Sentimental Value ed Emma Stone per Bugonia mostrano invece quanto il peso delle interpretazioni femminili quest’anno sia legato a film fortemente costruiti attorno a soggettività fragili, disturbate o ferite.
Per il pubblico italiano, l’edizione 2026 ha almeno due motivi aggiuntivi di interesse. Il primo è la disponibilità ormai rapida di molti candidati sulle piattaforme, che rende la corsa agli Oscar meno distante e più seguita anche fuori dal circuito festivaliero. Il secondo è meno positivo: l’assenza dell’Italia dalle nomination principali. Il film scelto come candidato nazionale per la categoria internazionale, Familia di Francesco Costabile, non è riuscito a entrare nella shortlist e il cinema italiano è rimasto fuori dalla selezione finale.




