Per buona parte degli ultimi quindici anni Tom Cruise ha affidato al proprio corpo una parte decisiva del suo cinema: corse, motociclette, aerei, salti e acrobazie reali. In Digger, nelle sale italiane da oggi, 1° ottobre 2026 e da domani, 2 ottobre, negli Stati Uniti e in Canada, anche in IMAX, Alejandro G. Iñárritu lo porta nella direzione opposta. Appesantito, invecchiato dal trucco, con i capelli radi e un marcato accento texano, Cruise interpreta Digger Rockwell, magnate del petrolio convinto che denaro, influenza e volontà possano bastare anche quando la realtà comincia a sfuggirgli di mano.
È uno dei ruoli più lontani dall’immagine che Cruise ha consolidato nell’ultima fase della sua carriera. Parlando del progetto in diverse interviste, l’attore lo ha indicato come uno dei lavori a cui tiene di più; Iñárritu ha invece raccontato di aver voluto riportare in primo piano qualità interpretative che la lunga stagione dei film d’azione aveva lasciato meno visibili. Non il Cruise che deve superare ancora una volta un limite fisico, ma quello disposto a diventare sgradevole, grottesco, perfino patetico.
Il risultato è difficile da incasellare. Digger segue un uomo dotato di un potere smisurato che, dopo aver contribuito a innescare un disastro, cerca di convincere il mondo di essere anche l’unico capace di evitarne le conseguenze. Accanto a Cruise ci sono Riz Ahmed, Sandra Hüller, John Goodman, Michael Stuhlbarg e Jesse Plemons. Iñárritu ha scritto la sceneggiatura con Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman; alla fotografia ritrova Emmanuel Lubezki.
Rockwell appare inizialmente come una versione esasperata del capitalismo americano: vive nel lusso, domina un impero energetico e affronta ogni opposizione con l’autorità di chi raramente si è sentito rispondere di no. Di fronte alla crisi non si ferma a valutare le proprie responsabilità. Fa ciò che ha sempre fatto: decide che sarà lui a trovare la soluzione.
È qui che riaffiora il ricordo di Les Grossman, il produttore volgare e aggressivo interpretato da Cruise in Tropic Thunder. Ma ciò che allora era una deviazione comica qui assume un peso diverso. Digger non è semplicemente un uomo eccessivo: è qualcuno che scambia la propria capacità di imporsi per una capacità di capire ciò che sta accadendo.
Il film parte da questa sproporzione per allargarsi rapidamente. Il disastro ambientale diventa il punto d’ingresso per parlare di potere economico, responsabilità, propaganda e della facilità con cui anche un’emergenza può trasformarsi in spettacolo. Poi Digger cambia registro e introduce un elemento metacinematografico che conviene lasciare intatto allo spettatore.
Iñárritu, del resto, non ha mai coltivato molto la sottrazione. Da Birdman a The Revenant, fino a Bardo, il suo cinema preferisce le forme ampie, le immagini costruite con precisione e le domande che raramente restano sullo sfondo. In Digger torna anche un tema già presente in Birdman: la distanza tra una persona e l’immagine che ha costruito di sé.
La scelta di Cruise rende questa idea particolarmente fertile. Poche star contemporanee hanno legato in modo altrettanto stretto il proprio personaggio pubblico a una concezione del cinema fatta di disciplina, preparazione e presenza fisica. Digger prende quella stessa intensità e la sposta altrove. Rockwell possiede la sicurezza di un uomo abituato ad agire, ma questa volta l’azione non coincide necessariamente con la soluzione.
È una torsione semplice, e funziona proprio perché Cruise non prova a prendere le distanze dal personaggio. Gli presta la sua energia, la rapidità, quella tensione permanente che nei suoi film d’azione suggerisce che qualcosa debba essere fatto immediatamente. Solo che qui l’uomo che prende l’iniziativa non è necessariamente quello che dovrebbe farlo.
La trasformazione fisica accompagna il gioco senza esaurirlo. Le protesi alterano i lineamenti, il corpo sembra più pesante, i capelli si diradano, ma il punto non è rendere Cruise irriconoscibile. È permettergli di occupare lo schermo in maniera diversa: meno impeccabile, meno seducente, più disposto all’eccesso.
In questo senso Digger recupera qualcosa di una fase precedente della sua carriera, quando Cruise passava con maggiore frequenza dal cinema commerciale ai film di Stanley Kubrick, Paul Thomas Anderson, Martin Scorsese, Oliver Stone o Michael Mann. Non perché Rockwell appartenga a quello stesso tipo di personaggi, ma perché torna il piacere di vedere una star mettere in discussione la propria immagine invece di limitarsi a utilizzarla.
Il precedente più interessante resta Magnolia. Frank T.J. Mackey era un uomo che trasformava aggressività e carisma in una corazza. Dietro il personaggio pubblico affioravano progressivamente rabbia, dolore e paura. Rockwell viene da un altro universo e Iñárritu lo spinge verso la satira, ma anche qui l’esibizione di forza racconta qualcosa che il personaggio non riesce a vedere di se stesso.
È forse questo il vero incontro tra Cruise e Iñárritu. Il regista prende un attore identificato da anni con uomini che sanno cosa fare e lo consegna a un personaggio che possiede la stessa certezza senza averne necessariamente le ragioni.
Non serve che Cruise corra più veloce, si aggrappi a un aereo o si lanci nel vuoto. La prova, questa volta, consiste nel rinunciare all’infallibilità.




