Terza serata Sanremo: è quella in cui capisci che il Festival non finirà mai. Non perché sia lunga – quello lo sappiamo – ma perché è emotivamente impermeabile. Può succedere di tutto e tu resti lì, come davanti a una lavatrice in centrifuga: gira, gira, gira.
Si parte alle 20.40 precise, come da liturgia Rai. Sul palco Carlo Conti e Laura Pausini che alla terza sera entra, canta, traduce, benedice, cambia abito e tiene tutto insieme. Intorno Ubaldo Pantani sfoglia Lapo come un catalogo: tricolore, bianconero, azzurro.
Tempo di capire dove siamo ed è già finita la gara Nuove Proposte: vince Nicolò Filippucci. Peccato per Angelica Bove, che forse aveva qualcosa in più, ma il televoto ama la tranquillità. L’ansia la lasciamo ai cantautori maledetti.
Con Mogol, l’Ariston si raddrizza. Applausi veri per canzoni che hanno insegnato agli italiani a soffrire con eleganza.
Subito dopo arriva la frase giusta: “Se una donna dice no, è no”, dice Conti. Giusto. Sacrosanto. Solo che l’Ariston, mentre applaude, racconta anche altro: trenta artisti in gara, dieci donne. E a fare quasi da controcampo visivo a questa discrepanza c’è Irina Shayk. Bellissima, impeccabile, luminosa. La supermodella in forma pura: presenza massima, parola minima. Se il Festival volesse davvero cambiare immagine della donna, forse dovrebbe iniziare dal ruolo che le assegna sul palco.
Poi però irrompe qualcosa che non ha filtro. Il collegamento con Paolo Sarullo, rimasto tetraplegico dopo un’aggressione per un monopattino. Conti prova a chiudere con l’incoraggiamento di rito: «Non mollare». E lui lo spezza: “Con il cazzo”.
Archiviata velocemente la gag di Fabio De Luigi e Virginia Raffaele che portano in promozione il film Un bel giorno – applauso educato e risate contenute – il Festival rimette la giacca e torna in carreggiata. Si abbassano le luci, Laura Pausini si siede al pianoforte e parte Heal the World. Il Piccolo Coro, le immagini di guerra in bianco e nero, il tono che si fa improvvisamente grave. E cinque minuti dopo siamo in platea a cantare Quarantaquattro gatti.
Il mio artista della serata resta Sal Da Vinci. “Per sempre sì” è la classica frase da matrimonio di provincia, quella che immagini stampata su un tableau nuziale tra confetti e rose color pesca. Ed è per questo che finisce nella top five provvisoria insieme a Arisa, Serena Brancale, Sayf e Luchè.
Sanremo e nostalgia sono parenti stretti, quasi conviventi. E allora arriva Eros Ramazzotti, che più che un ospite è un archivio emotivo ambulante. Canta Adesso tu e all’improvviso siamo tutti in una Punto del ’97 con il cd che salta sulle buche. Accanto a lui Alicia Keys, elegante, internazionale, voce piena. Lui esporta malinconia, lei classe.
Quando sembra finita, arriva l’ennesimo teatrino: finta Maria De Filippi con le lettere, classifica sospesa, attesa stirata fino allo spasimo. Il vero colpo di scena è sempre il rinvio. Si chiude tardissimo l’unica cosa che davvero resta impressa è quella risposta secca, viva, fuori copione: “Con il cazzo”.




