«Le persone che prendono le decisioni più importanti al mondo si possono probabilmente contare sulle dita di due mani, forse perfino di una». Penélope Cruz presenta così Bunker alla Mostra del cinema di Venezia. Il nuovo film di Florian Zeller parla proprio del potere accumulato da una ristretta élite tecnologica, capace non soltanto di influenzare la vita di milioni di persone, ma anche di comprarsi una via d’uscita quando il mondo comincia a diventare troppo pericoloso.
Negli Stati Uniti non è soltanto un’ipotesi cinematografica. Nella proprietà di Mark Zuckerberg a Kauai, nelle Hawaii, esiste una struttura sotterranea di circa cinquemila piedi quadrati, definita dal fondatore di Meta un piccolo riparo contro gli uragani. Altri esponenti della Silicon Valley hanno parlato negli anni di rifugi, riserve e possibili destinazioni nelle quali mettersi al sicuro in caso di collasso. Gli uomini diventati ricchi promettendo di connettere il pianeta sembrano essere anche quelli più attrezzati per separarsene.
Zeller ha raccontato di essere partito proprio dalla notizia di un famoso imprenditore tecnologico impegnato nella costruzione di un rifugio segreto. «Mi sembrava un paradosso affascinante: un uomo che aveva fatto fortuna con l’idea di mettere in contatto le persone stava lavorando a un piano B per isolarsi dal resto del mondo».
In Bunker quell’uomo è interpretato da Paul Dano. Convinto che la società sia destinata a implodere, commissiona a Miguel, un celebre architetto spagnolo trasferitosi a Londra, un gigantesco rifugio di lusso alle Hawaii. Non investe per evitare la catastrofe: vuole semplicemente assicurarsi di non subirla.
Miguel, interpretato da Javier Bardem, è sedotto dal compenso, dalla libertà creativa e dalla possibilità di realizzare un’opera senza precedenti. Sua moglie Sofia, un’editrice interpretata da Cruz, vede invece nel progetto la forma definitiva del privilegio: chi ha contribuito a creare le condizioni del disastro potrà abbandonare tutti gli altri al momento opportuno.
Dopo diciassette anni, il bunker apre una crepa nel loro matrimonio. Miguel sostiene implicitamente che l’architettura possa essere separata dall’uso che ne farà il committente. Sofia gli ricorda che progettare quel rifugio significa anche stabilire chi potrà salvarsi e chi resterà fuori. Il conflitto politico diventa così personale: l’ambizione dell’uomo è stata sempre considerata una necessità, mentre le rinunce professionali della moglie sono state assorbite dalla famiglia fino a diventare invisibili.
Cruz ha collegato questa disuguaglianza alla manipolazione esercitata dai grandi centri di potere. «Ci trattano come marionette e, anche se diventa sempre più evidente, non reagiamo», ha dichiarato. «Provo tristezza e rabbia, perché tutto procede così velocemente che non abbiamo quasi il tempo di reagire». L’attrice ha detto di trovare una speranza nelle generazioni più giovani, che vede maggiormente disposte a parlare di politica e a riconoscere la perdita di empatia della società contemporanea.
Bardem ha invece individuato nell’incapacità di lasciarsi coinvolgere dalla vita degli altri il significato più profondo del film. «Dobbiamo vedere l’altro, comprenderne i sogni e i bisogni e accettare di farne parte. È difficile, perché richiede di sacrificare qualcosa. Per questo costruiamo isolamenti e bunker».

Il rifugio sotterraneo diventa allora solo la manifestazione più costosa di un comportamento molto diffuso. Zeller osserva che ormai cibo, amicizie e relazioni possono arrivare attraverso uno schermo, permettendo a ciascuno di abitare un proprio riparo invisibile. «In qualche misura siamo tutti tentati di vivere in un bunker», ha detto il regista. «Non necessariamente uno reale, ma un bunker invisibile».
Cruz e Bardem, coppia anche nella vita, non cercano di vendere allo spettatore una presunta coincidenza tra realtà e finzione. «Siamo bravi a creare la realtà e a creare la finzione, altrimenti non potremmo sopravvivere in questo mestiere», ha spiegato Bardem. Cruz ha aggiunto che la fiducia in Zeller è stata decisiva: il regista li avrebbe accompagnati nelle scene più intime senza usare la loro vita privata.
Cruz ha spiegato anche perché sarebbe stato impossibile presentare il film evitando la politica. «Non dobbiamo condividere le scelte dei nostri personaggi, ma questa storia tocca questioni che riguardano il mondo di oggi e avranno conseguenze sulle generazioni future. Sarebbe contraddittorio essere qui e dire che non vogliamo parlarne». Bardem ha difeso lo stesso principio con parole ancora più nette. Un attore, un tassista o un idraulico, ha detto, possiedono tutti il diritto di esprimere ciò che ritengono vero. La differenza è che un artista dispone di un microfono e di persone disposte ad ascoltarlo: proprio per questo la sua responsabilità è maggiore.
Bunker individua una paura molto americana e molto contemporanea. La questione non è più soltanto quanto possiedano i tecnomiliardari, ma che cosa possano acquistare con quella ricchezza: perfino il diritto di sottrarsi al destino collettivo. Dopo aver progettato il mondo nel quale dovranno vivere tutti gli altri, si riservano sottoterra l’uscita di sicurezza.




