Nel 1996 Renzo Rosso apre il primo negozio Diesel a New York, a Lexington Avenue, scegliendo di sistemarsi proprio di fronte a Levi’s. Il figlio di agricoltori veneti, che aveva trasformato una piccola impresa in un marchio internazionale, arrivava così nella patria del denim per sfidarne il simbolo più riconoscibile. Non cercava di sembrare americano, ma portava negli Stati Uniti un jeans segnato, scolorito, trattato fino a fare dell’imperfezione uno stile, accompagnato da campagne pubblicitarie capaci di vendere un’immagine del mondo prima ancora di un paio di pantaloni. Comincia da questa incursione newyorkese Be Brave, il documentario di Francesco Carrozzini presentato nella sezione Venice Open – Fuori Concorso all’83ª Mostra del cinema di Venezia.
New York non è soltanto la tappa decisiva dell’espansione di Diesel, ma il luogo in cui la personalità di Rosso trova la propria rappresentazione più compiuta: arrivare da outsider, occupare lo spazio del concorrente e trasformare un gesto commerciale in una provocazione culturale.
Trent’anni dopo, quella stessa inclinazione lo porta ad affidare la propria biografia all’intelligenza artificiale. Non esistono filmati della sua infanzia e il film li crea, permettendogli di vedersi bambino, muoversi e parlare dentro scene mai passate davanti a una macchina da presa. «Mi sono commosso nel vedermi piccolo», ha raccontato Rosso a Venezia, descrivendo un’emozione reale generata da immagini che appartengono alla sua vita senza appartenere al suo passato.
È in questa contraddizione che Be Brave trova il suo significato più profondo. Carrozzini non utilizza l’intelligenza artificiale per decorare una biografia già nota, ma per insinuare un dubbio nella natura stessa del documentario. «Non è stato filmato neppure un fotogramma di Renzo», ha rivelato il regista. Rosso compare da bambino, da giovane e da adulto, mentre le interviste reali ad Anna Wintour, John Galliano, Jovanotti, Glenn Martens e ai familiari sono immerse in scenari modificati o ricostruiti. L’archivio e la simulazione finiscono per abitare la stessa immagine, rendendo sempre meno riconoscibile il punto in cui la testimonianza cede il posto all’invenzione.
Carrozzini, che ha lavorato a lungo tra fotografia, moda e cinema a New York, tratta la vita di Rosso come Diesel ha trattato il denim: parte da una materia esistente, la consuma, la altera e la ricompone fino a trasformarne i difetti e le abrasioni in elementi di identità. Il regista definisce l’intelligenza artificiale «il correlativo oggettivo» del pensiero dell’imprenditore, un flusso generativo che infrange le regole e riflette la natura di un uomo da sempre interessato a raggiungere per primo territori ancora incerti.

Rosso ricorda di essere stato tra i primi imprenditori italiani a usare il fax e successivamente il commercio elettronico. Di recente è tornato negli Stati Uniti per incontrare alcune delle più importanti società della Silicon Valley e capire quali innovazioni possano essere applicate alla moda. Quando gli hanno proposto un documentario realizzato attraverso l’intelligenza artificiale ha riconosciuto immediatamente il proprio modo di agire: «Ho pensato: “Wow, questo sono io”. Mi piace fare le cose prima degli altri».
Non desiderava un film celebrativo né un monumento al fondatore di Diesel. «Ho avuto una vita piuttosto folle e ho fatto cose incredibili, ma non m’interessava raccontare a tutti quanto sono grande o quanto sono cool». Il gesto più audace è stato quindi sottrarsi al controllo, lasciando Carrozzini e il produttore Lorenzo Mieli liberi di percorrere la sua storia «senza interferire con il lavoro di chi svolge autorevolmente questa professione da anni». Per un imprenditore che ha fatto della comunicazione una parte decisiva del proprio successo, consegnare ad altri la propria immagine significava accettare il rischio di non riconoscersi completamente nel risultato.
Il film diventa più interessante quando abbandona la mitologia dell’uomo che ha conquistato New York e incontra le zone meno governabili della sua esistenza. Rosso ha indicato come passaggio più difficile da rivedere il periodo in cui cercava di rimettere in moto Diesel, mentre la morte della madre rimane il momento che lo ha toccato maggiormente. L’intelligenza artificiale può creare l’immagine mancante di un’infanzia, restituire movimento a una fotografia e inventare una continuità dove l’archivio si interrompe; non può cancellare la paura del fallimento né colmare una perdita.

Anche i tre film scelti da Rosso per raccontarsi appartengono all’immaginario americano e sembrano disegnare un’autobiografia parallela. Ama Point Break per «l’idea di rubare ai ricchi per dare ai poveri», si riconosce in 300 perché crede «sempre e fino alla fine» di potercela fare e sceglie L’ultimo dei Mohicani immedesimandosi completamente nel protagonista. Sono figure solitarie, ribelli o accerchiate, lontane dall’immagine rassicurante dell’imprenditore arrivato al successo; uomini che avanzano contro un ordine più grande di loro, come il veneto che a Lexington Avenue aveva deciso di contendere agli americani il loro jeans.
Da qui nasce anche l’ambivalenza del titolo. Essere coraggiosi, secondo Rosso, significa «avere la dignità di fare ciò che è giusto e che gli altri, per pigrizia o codardia, non fanno». Nel documentario il coraggio consiste nell’entrare in un territorio tecnologico che promette nuove possibilità creative mentre minaccia professioni, identità e affidabilità delle immagini. Il produttore Lorenzo Mieli insiste sulla necessità di regolamentare l’intelligenza artificiale e impedirne gli abusi; Rosso sostiene che «la creatività non viene sostituita dalla macchina» e che l’essere umano rimane fondamentale.
Un uomo può ormai essere protagonista di un documentario senza essere ripreso, mentre un’infanzia mai filmata può tornare sotto forma di immagini tanto convincenti da commuovere chi l’ha vissuta. La questione non è più soltanto se una ricostruzione sia vera o falsa, ma quanto tempo occorrerà perché ciò che è stato inventato cominci a occupare il posto del ricordo.




