Backrooms, l’horror nato su internet arriva al cinema

Il regista ventenne di Backrooms, Kane Parsons, trasforma corridoi infiniti, uffici deserti e spazi impersonali in uno degli immaginari più inquietanti della cultura online

Le Backrooms sono diventate un classico dell’immaginario horror contemporaneo. Corridoi illuminati da neon intermittenti, uffici deserti, moquette umide, stanze tutte uguali che sembrano estendersi oltre ogni logica. Per anni internet li ha trasformati in una mitologia collettiva fatta di spazi sospesi e inquietudini quotidiane, alimentata da forum, videogiochi, video su YouTube e racconti costruiti attorno all’idea di finire improvvisamente in un luogo che assomiglia al mondo reale, ma che del mondo reale sembra aver perso ogni significato. Oggi quell’universo arriva anche al cinema con Backrooms, il film prodotto da A24 e diretto da Kane Parsons, uscito il 27 maggio in Italia e oggi negli Stati Uniti. 

Parsons ha vent’anni ed è diventato uno dei casi più insoliti del cinema americano recente. A sedici anni aveva iniziato a pubblicare su YouTube una serie di brevi filmati ambientati nei Backrooms, realizzati quasi interamente da solo con software digitali. Quei video, costruiti attorno a corridoi infiniti e creature appena intraviste, hanno superato nel complesso i duecento milioni di visualizzazioni trasformando un’immagine nata anni prima su 4chan e poi proseguita su Reddit in uno degli immaginari horror più persistenti della cultura online.

Il passaggio da YouTube al cinema negli ultimi anni è diventato sempre più frequente, ma raramente con produzioni di questa portata. Dietro Backrooms ci sono infatti alcuni dei nomi più importanti dell’horror contemporaneo, da James Wan a Osgood Perkins, oltre ad attori come Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve. Eppure una delle cose più interessanti del progetto è che A24 abbia lasciato a Parsons una libertà creativa quasi totale. Lo stesso regista ha raccontato più volte di aver avuto la sensazione di “farla franca”, stupito che nessuno cercasse davvero di normalizzare o rendere più convenzionale il suo immaginario.

La trama resta volutamente essenziale. Clark, interpretato da Ejiofor, gestisce un negozio di mobili in una anonima cittadina americana. Una notte, mentre controlla un blackout nel seminterrato, scopre una specie di portale in un muro e si ritrova improvvisamente dentro un labirinto infinito di corridoi e stanze identiche. Più il protagonista si addentra in questi spazi, più la realtà sembra perdere coerenza.

Le Backrooms non fanno paura perché mostrano continuamente qualcosa di mostruoso: l’inquietudine nasce piuttosto da ambienti estremamente ordinari – pareti scolorite, controsoffitti da ufficio, luci al neon, vecchie moquette industriali – che appaiono improvvisamente svuotati della loro funzione. Sono luoghi progettati per essere attraversati rapidamente, non abitati. Nelle Backrooms si resta intrappolati dentro spazi che sembrano sospesi in una versione difettosa della realtà.

Parsons ha spiegato di aver cercato di evitare quello che definisce “lore bloat”, cioè l’accumulo continuo di spiegazioni, riferimenti e dettagli pensati soltanto per i fan più ossessivi – calcolando che le backrooms sono un vero e proprio culto su internet. È una scelta importante, perché molti fenomeni nati online finiscono per collassare sotto il peso della propria mitologia. Backrooms invece sembra interessato soprattutto alla semplicità dell’idea originaria: la paura di trovarsi improvvisamente in un posto familiare che però non riconosciamo più davvero.

Anche l’estetica del film lavora continuamente in questa direzione. Le texture digitali, le immagini sporche e la fotografia ricordano i video amatoriali dei primi anni duemila e producono una strana sensazione di memoria alterata. Parsons parla apertamente di immagini che sembrano provenire da sogni o ricordi dimenticati, qualcosa che appartiene all’infanzia ma che riemerge in forma deformata. È una sensazione che molti spettatori riconoscono immediatamente, soprattutto chi è cresciuto tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila, circondato da uffici anonimi, centri commerciali deserti, sale d’attesa illuminate artificialmente.

Dietro l’horror delle Backrooms c’è infatti qualcosa di più contemporaneo del semplice spavento. Il timore di muoversi senza direzione dentro spazi impersonali, la sensazione di isolamento prodotta da ambienti costruiti per il lavoro o il consumo ma improvvisamente privati della presenza umana, l’idea di una realtà che continua a funzionare anche quando le persone sembrano scomparse. Più che ai mostri tradizionali, Backrooms sembra interessato a una forma di ansia molto moderna e difficile da definire: quella di sentirsi disconnessi dal mondo pur continuando ad attraversarlo normalmente.

Ed è forse proprio questo che spiega il successo di un immaginario nato quasi per caso su internet e diventato oggi uno dei fenomeni horror più famosi degli ultimi anni. Non tanto il terrore di ciò che potrebbe nascondersi dietro un angolo, quanto la sensazione più sottile di trovarsi in un luogo che assomiglia perfettamente alla realtà e che proprio per questo, improvvisamente, smette di sembrare reale.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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