Palermo è una di quelle città del mondo naturalmente fotogeniche. Certo, esistono città sicuramente più belle di Palermo, più solenni, più monumentali. Ma Palermo ha la caratteristica di “venire bene” in foto. Al pari di certe persone che hanno alcune imperfezioni estetiche, ma che sulla pellicola rifulgono luminose, le imperfezioni di Palermo ne sottolineano la sua forza iconografica. Colori, contraddizioni, stridori, coreografie sociali racchiudono la “palermitudine”, un misto di identità, di valori, di significati che spesso restano al di fuori dell’immagine, ma che contribuiscono a dare peso e pregnanza a ogni scatto dell’otturatore sulla vita di Palermo, spesso anche in modo controintuitivo.
Su questo implicito lavora Giacomo Palermo con le sue foto. La città – che ha lo stesso nome del fotografo, nomen omen – risente ancora della fotografia in bianco e nero, spesso luttuosa, che per decenni ne ha accompagnato la sua torva fama. La capitale della mafia (e quindi dell’antimafia), ha consegnato all’immaginario collettivo i morti ammazzati fotografati da Letizia Battaglia e Franco Zecchin, le figure di eroi civili come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell’immagine di Tony Gentile diventata iconica e con assieme moltissimi scatti di cadaveri massacrati da Cosa Nostra, ritratti di bambini nei quartieri degradati, primi piani di boss mafiosi, pentiti o meno, immortalati al momento del loro arresto o in un’aula di giustizia.
Il fotografo Giacomo Palermo inverte la cupa fama che fa della capitale siciliana un luogo in cui conflitti e violenza lavorano sottotraccia, anche oggi che i mitra mafiosi non crepitano più per le strade, ma altri tipi di violenza – urbana, giovanile o familiare – segnano i giorni sempre difficili di una città del sud che ogni giorno si sveglia e deve fare i conti con carenze, deficit, ritardi e necessità che costituiscono l’ossatura fragile delle città “senza”: senza servizi, senza lavoro, senza diritti e senza molte altre cose.
Palermo’s Moment è il titolo del progetto fotografico che punta a scendere in profondità nelle viscere della città, per scoprire che – non a caso – nella città famigerata per le sue mattanze, resistono e splendono oasi di solidarietà e di fratellanza luminose, come la Missione Speranza e Carità fortemente voluta e strenuamente difesa da Biagio Conte, figura di missionario non religioso scomparso recentemente in un clima di santificazione laica per il suo esempio di accoglienza verso gli ultimi.
Emerge dalle foto l’immagine di una città poliedrica, multiculturale, abbastanza indenne da marginalizzazioni razziste che rinnova la memoria di una capitale mediterranea, frutto di incroci e contaminazioni, approdo tra il nord e il sud del mondo come testimoniano volti, usanze, convivenze, non sempre facili ma comunque consolidate nel tempo.
Giacomo Palermo, anche per il suo percorso personale, sottolinea nei suoi scatti il bazar culturale palermitano che è la sua vivacità e terribilità sociale. Fedele al dettato di andare a cercare segni d’amore in un luogo a lungo diviso tragicamente dall’odio, declina la denuncia sotto forma di un’indagine sull’umanità che resiste là dove sembrerebbe non avere né spazi né cittadinanza.
La città diventa il contenitore confuso, chiassoso e colorato di un’umanità composita di realtà giustapposte e a tratti stridenti, ma comunque contrassegnata da una vitalità accesa e mai disperata. Difficile, drammatica, ma non rassegnata. Una città dolente, ma viva. Così è Palermo.




