La Gioia: dal true crime alla favola nera, in arrivo il nuovo film di Gelormini

Abbiamo visto La Gioia, il nuovo film di Gelormini - con Valeria Golino, Saul Nanni e Jasmin Trinca - che racconta il desiderio, la manipolazione e l’illusione di felicità

La Gioia: emozione intensa, travolgente, momentanea che si prova al raggiungimento di un obiettivo o all’appagamento di un desiderio. Ma anche titolo e cuore del nuovo film di Nicolangelo Gelormini, interpretato da Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella, Betti Pedrazzi, che abbiamo visto in anteprima a Roma e che uscirà nelle sale il 12 febbraio.

Nel film Gioia (Valeria Golino) è un’insegnante di liceo che non ha mai conosciuto l’amore, se non quello opprimente dei genitori, con cui vive ancora. Tra gli studenti della sua scuola c’è Alessio (Saul Nanni), un ragazzo che usa il suo corpo come uno strumento per rimediare qualche centinaio di euro e aiutare sua madre Carla (Jasmine Trinca), cassiera in un supermercato. Tra Alessio e Gioia nasce un legame proibito, fragile e inspiegabilmente necessario per entrambi. Ma il desiderio di un riscatto sociale e umano per Alessio è un veleno silenzioso che gli impedisce di farsi conquistare definitivamente dalla dolcezza disarmante di Gioia. Così, distrugge tutto e cancella l’unica persona che lo abbia mai amato.

Tutto parte da un caso di cronaca nera, l’omicidio di Gloria Rosboch, ma non si limita a raccontarlo, lo trasforma, in una favola che racconta la fuga dai sentimenti, la necessità di essere visti, l’attaccamento alla gioia, specie se non la si è mai provata e non la si vuole perdere anche se questo vuol dire rimanere nell’inganno.

La sceneggiatura, vincitrice ex aequo del Premio Franco Solinas 2021, è firmata da Giuliano Scarpinato e Benedetta Mori in collaborazione con Chiara Tripaldi e con Nicolangelo Gelormini ed è tratta dall’opera teatrale “Se non sporca il mio pavimento” scritta da Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori.

“Quando mi è stata proposta, esisteva già una distanza rispetto alla realtà, conteneva già in sé un distanziamento emotivo: non si trattava di una mera ricostruzione di un fatto di cronaca, né del tentativo di soddisfare una curiosità morbosa, ma della volontà di lavorare su un tema universale, capace di parlare a una platea il più ampia possibile”. Ha detto il regista Nicolangelo Gelormini che ha ribadito la volontà di permettere allo spettatore di immedesimarsi nella diseducazione sentimentale di cui i personaggi sono vittime, un tema oggi estremamente presente.

“Volevo che fosse credibile che una donna adulta, colta, potesse fraintendere le mire di un giovane bellissimo ma mosso da scopi oscuri; il raggiro, prima agli occhi della protagonista e poi a quelli dello spettatore, è stato ciò che mi ha dato il via per accettare di fare questo film e per sentirmi coinvolto in questa narrazione, al di là della cronaca”. Ha spiegato Gelormini. 

Per Saul Nanni “Quando si parte da un evento reale entra inevitabilmente in gioco il rispetto. Nicolangelo ci ha chiesto fin da subito di non fare un lavoro emulativo rispetto al caso di cronaca. Per il mio personaggio l’idea era raccontare un ragazzo mosso dal nulla, dalla superficialità, dal vuoto, e anche dalla paura di capire davvero chi fosse”.

Come dicevamo, il film è una favola nera “Una tragedia – prosegue il regista -. Nel film non si salva nessuno, sono tutti vittime di loro stessi, della propria indole o della mancanza di strumenti emotivi, dell’isolamento. L’unica cosa che si salva è il titolo del film, che rimanda a un momento brevissimo, a un istante di pienezza: la gioia”.

Valeria Golino racconta il suo rapporto con il personaggio: “Il mio percorso è sempre scevro da giudizio, e in questo caso lo è stato ancora di più. Tra tutte le cose a cui pensavo, non c’era mai l’idea di dire che fosse ‘troppo’ in un senso o nell’altro. La sceneggiatura era già pronta per essere interpretata, ma Nicolangelo è entrato davvero nella storia, l’ha resa sua e da lì è diventata molto anche nostra”.

Per Saul Nanni, Alessio e Gioia incarnano due outsider: “Per la prima volta si sentono visti, sentono di poter essere più di quello che sono. Alessio è un corpo prima ancora che una persona, e per la prima volta ha l’occasione di guardare dentro se stesso, ma ne ha paura. Gioia, per lui, diventa un’occasione persa”.

Francesco Colella definisce il proprio personaggio “insaziabile” e spiega che “ Mentre gli altri muovono anche alla pietas, lui no, è il vero cattivo. Ho lasciato libero il mio personaggio che giudico, negativamente. A volte, alcuni personaggi, quando li interpreti, vanno giudicati e va bene anche disprezzarli”.

Jasmine Trinca, che interpreta la madre di Alessio, spiega la propria visione del film: “Il cinema non è un tribunale: se diventa giudizio, perde la sua funzione. La madre che interpreto non è ispirata al caso di cronaca: è lo specchio di una società né autoritaria né davvero umana. Non aspettavo questo ruolo, ma è stato un divertimento infinito, pur restando dentro un racconto tragico”.

E aggiunge: “Poter uscire completamente da me stessa, nel corpo e nelle intenzioni, per incarnare una madre e una donna così lontane dalla mia visione del mondo è stato fondamentale. Il cinema fa esistere le cose: è importante vedere che questa donna esiste, che nell’amore esiste anche l’illusione. In scena mi sono divertita molto con Golino, vivendo una gerarchia diversa, in cui lei non era più la mia regista”.

Gelormini sottolinea anche il ruolo della dimensione visiva: “Per me le architetture sono il punto di partenza, la prima forma visiva per rappresentare un sentimento all’interno di una scena”. L’ambientazione, infatti, è precisa: la provincia. “Lontana dal centro e incapace di generare vera centralità, come invece fanno le periferie, la provincia è uno spazio urbano che cerca centralità senza riuscirci, proprio come i personaggi cercano una centralità emotiva. È un luogo poco riconoscibile, e questo dialoga direttamente con la natura dei personaggi”.

La Gioia è una storia intensa e dolorosa, dove desiderio, perdita e illusione si intrecciano. Una favola, nera, che racconta la fragilità umana, l’isolamento e la necessità di essere visti, in una tragedia contemporanea che non risparmia nessuno, ma lascia aperta la possibilità di assaporare, anche solo per un istante, la vera gioia.

Immagine di Cecilia Gaudenzi

Cecilia Gaudenzi

Giornalista professionista e storyteller. È nata a Roma nel 1991 “sotto il segno dei pesci”, dove si è laureata con lode in Scienze Politiche, all’Università di Roma Tre e dove vive stabilmente. Musica, cinema, letteratura, politica, serie tv, podcast, reportage e terzo settore. Il vizio di scrivere, di tutto e su tutto ce l’ha fin da bambina. Le piace conoscere, capire, raccontare e soprattutto, fare domande. Crede nello scambio di idee e nella contaminazione. Ha girato l'Africa per dare voce all'impegno di donne e uomini che dedicano la loro vita agli altri. La sua parola preferita è resilienza.

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