Di Katsushika Hokusai, nato nel 1760, si conosce quasi sempre un frammento isolato, la La Grande Onda di Kanagawa, diventata nel tempo un’immagine autonoma, capace di circolare ovunque. La mostra in corso dal 27 marzo al 29 giugno 2026 a Palazzo Bonaparte a Roma lavora in senso opposto: ricompone il contesto, segue il lavoro dell’artista lungo decenni, rimette insieme le serie, le variazioni, i cambi di nome, e mostra quanto quell’immagine sia il risultato di un processo molto più ampio.
“Dopo i settant’anni tutto ciò che ho fatto prima non conta”, scriveva. Non era una provocazione, ma una dichiarazione di metodo: la sua arte è un processo continuo, una ricerca che si intensifica con il tempo, fino a trasformarsi in una sorta di ossessione per il segno, per la linea, per la vita che ogni immagine può contenere.
Più di duecento opere, provenienti dal Museo Nazionale di Cracovia, permettono di attraversare le diverse stagioni della sua produzione, dai primi lavori fino alla piena maturità. Dopo un avvio cronologico, il percorso si apre: viaggi, cascate, paesaggi segnano uno spostamento dell’attenzione. Con le Trentasei vedute del Monte Fuji questo passaggio diventa evidente. Il Fuji resta un riferimento stabile, mentre in primo piano si dispongono attività quotidiane che costruiscono lo spazio.
Lo sguardo parte sempre da lì, da elementi concreti. Anche nei paesaggi più ampi, la scala è data da figure, oggetti, architetture. Il movimento è continuo ma ordinario, senza enfasi.
Anche la La Grande Onda di Kanagawa funziona così: più che un episodio, è una costruzione precisa, in cui acqua, barche e monte tengono insieme l’immagine.

Gli Hokusai Manga spingono ancora più in là questo metodo. Sono raccolte di disegni che accumulano figure, animali, oggetti, movimenti. Non costruiscono una narrazione, ma registrano un’attività continua. Il disegno diventa uno strumento per osservare e per capire. Da qui nasce anche il termine “manga”, che oggi indica un intero sistema culturale globale ma che in origine descriveva questo flusso libero di immagini.
Se si prova a seguire questa linea oltre la mostra, si arriva inevitabilmente agli Stati Uniti, dove Hokusai ha assunto una posizione particolare. In ambito accademico e divulgativo circola da tempo un’idea, volutamente estrema, secondo cui una parte consistente della cultura visiva giapponese, dall’animazione fino alle forme contemporanee, può essere fatta risalire alla La Grande Onda di Kanagawa. È una semplificazione, ma restituisce bene la misura della sua influenza.
Questa presenza si costruisce nel tempo. Già nell’Ottocento, con il Japonisme, le stampe giapponesi entrano nella cultura visiva occidentale e americana, influenzando grafica e illustrazione: superfici piatte, linee nette, composizioni asimmetriche diventano parte di un nuovo linguaggio. Nel Novecento questa influenza riemerge in forme diverse. Artisti come Roy Lichtenstein e Andy Warhol lavorano su materiali già esistenti, li trasformano, li serializzano, contribuendo a rendere Hokusai una presenza riconoscibile anche nella cultura pop.
Le sue opere entrano presto nelle grandi collezioni, dal Metropolitan Museum of Art all’Art Institute of Chicago, ma è fuori dal museo che il suo linguaggio continua a circolare. L’onda diventa familiare, riprodotta ovunque, ma soprattutto introduce un modo di costruire lo spazio e il movimento che resta attivo anche quando non viene più collegato direttamente al suo autore.
Nei film dello Studio Ghibli, molto diffusi e amati anche negli Stati Uniti, acqua, vento e nuvole si muovono per linee e ritmi che richiamano quel tipo di costruzione. Anche nella pittura americana del secondo dopoguerra si possono trovare punti di contatto più concreti: nei lavori di Jackson Pollock, per esempio, il quadro è fatto di colature, intrecci e sovrapposizioni di segni che coprono tutta la tela, senza un centro preciso. Non si tratta di un’influenza diretta, ma di una vicinanza nel modo di costruire l’immagine.
La mostra di Palazzo Bonaparte rimette le opere in sequenza e riporta l’attenzione su come queste forme abbiano potuto circolare così a lungo, fino a diventare parte della cultura visiva contemporanea.




