La notte del 16 ottobre 1943, nel ghetto di Roma, una donna attraversa le strade avvertendo chi incontra che i tedeschi stanno per arrivare. Dice che il rastrellamento è imminente. Non viene ascoltata. Nel quartiere è conosciuta come Elena “la Matta”.
Elena del ghetto – Storia di una Cassandra romana, primo film di finzione di Stefano Casertano, ricostruisce la storia di Elena Di Porto, donna ebrea romana vissuta tra il 1912 e il 1943. Il racconto si muove tra il 1938 e il 1943, negli anni delle leggi razziali e dell’occupazione nazista, seguendo una traiettoria laterale rispetto agli eventi più noti. Il film arriva nelle sale dal 29 gennaio, distribuito da Adler Entertainment.

Elena vive ai margini. È separata dal marito, ha due figli, lavora come venditrice ambulante e domestica. Frequenta la strada, conosce il quartiere, si muove con disinvoltura in uno spazio segnato dal controllo e dalla violenza. Il suo comportamento è fuori norma: veste in modo considerato maschile, fuma, pratica boxe. È una presenza familiare nel ghetto, ma non autorevole. Quando parla, le sue parole restano sospese.
Il film segue Elena nella quotidianità, nei rapporti familiari e nei conflitti con i fascisti del quartiere. Reagisce alle prepotenze, interviene in difesa degli altri, si espone. Nel 1941 viene mandata al confino dopo aver preso le parti di un anziano aggredito. Anche lontano da Roma continua a opporsi alle imposizioni. Tornata in città dopo l’8 settembre 1943, viene a sapere in anticipo dei preparativi per la deportazione e tenta di avvertire la comunità.
A interpretarla è Micaela Ramazzotti, che ha raccontato di aver lavorato sul personaggio partendo dalla sua fisicità e dalla sua presenza nello spazio urbano. La sua Elena è una donna che agisce prima di riflettere, che non resta neutrale, che prende posizione anche quando questo comporta conseguenze dirette. Ramazzotti ha spiegato di aver visto in Elena una figura non guidata dall’odio, ma dall’urgenza di reagire, di difendere, di non voltarsi dall’altra parte. Una donna che, in un contesto dominato dalla paura, continua a muoversi liberamente nel ghetto, lungo il Tevere, nei luoghi della vita quotidiana.

Quando Elena capisce che nessuno la seguirà, prende una decisione definitiva. Si consegna ai tedeschi. Verrà deportata ad Auschwitz, da dove non farà ritorno. I figli, però, riescono a salvarsi.
Stefano Casertano è arrivato a questa storia leggendo documenti e testimonianze sul ghetto di Roma. «Elena era considerata matta, ma non lo era», spiega. «Semplicemente non accettava le costrizioni dell’epoca. Invitava a ribellarsi alle imposizioni sulla comunità». Il riferimento a Cassandra è esplicito. «Nella sua presunta follia percepiva cose che gli altri non riuscivano a vedere», dice Casertano. «Ma la domanda resta: chi è davvero il matto? Chi si adegua o chi prova a opporsi?».
Ciò che lo ha colpito è stata la figura di una donna considerata folle, ma in realtà incapace di adattarsi alle costrizioni dell’epoca. Secondo il regista, Elena non rientra nelle categorie rassicuranti della resistenza organizzata, né in quelle della vittima passiva. È una figura irregolare, che invita a ribellarsi alle imposizioni sulla comunità e per questo viene isolata.
Le riprese si sono svolte tra Roma e Tivoli tra febbraio e marzo 2025. Piazza delle Erbe, a Tivoli, ospita le scene del mercato e della deportazione; l’isola Tiberina e ponte Fabricio segnano i percorsi quotidiani di Elena. Alcune sequenze sono ambientate anche nell’ex manicomio di Santa Maria della Pietà, dove viene internata a causa di un comportamento ritenuto deviante.
Il film è prodotto da Titanus Production e Masi Film, M74, Sound Art 23, Titanus SpA con Rai Cinema. La sceneggiatura è firmata da Alessandra Kre e Francesca Della Ragione insieme a Casertano. Nel cast, oltre a Ramazzotti, compaiono Valerio Aprea, Giulia Bevilacqua, Caterina De Angelis, Giovanni Calcagno e Marcello Maietta.
Nel ghetto di Roma, una targa ricorda i partigiani ebrei che si opposero all’occupazione nazista. Tra i nomi incisi compare anche quello di Elena Di Porto, una presenza rimasta a lungo fuori dal racconto pubblico.




