La cittadinanza italiana non è soltanto una questione di documenti, passaporti e residenza, ma anche di identità e appartenenza. È il principio attorno al quale Salvatore Aprigliano, avvocato specializzato in diritto dell’immigrazione e nel riconoscimento giudiziale della cittadinanza italiana per discendenza, ha costruito una parte importante della propria attività professionale. Intervenuto ai microfoni de ilNewyorkese, ospite del podcast Ritratti, il fondatore di Aprigliano International Law Firm ha ripercorso la propria esperienza personale e professionale, soffermandosi soprattutto sulle conseguenze del cosiddetto decreto Tajani, entrato in vigore il 28 marzo 2025, e sulle prospettive giudiziarie di una riforma che ha modificato profondamente le possibilità di riconoscimento della cittadinanza per i discendenti degli italiani emigrati all’estero.
Nato a Milano da una famiglia di origini calabresi, Aprigliano ha studiato Giurisprudenza all’Università Statale, trascorrendo anche un periodo negli Stati Uniti prima di iniziare la propria carriera legale. Dopo alcune esperienze in studi italiani e internazionali, ha deciso di avviare un’attività indipendente, sviluppando progressivamente una specializzazione nel diritto dell’immigrazione. Una scelta nella quale hanno avuto un ruolo importante anche le vicende della sua famiglia. «Durante il periodo trascorso negli Stati Uniti avevo conosciuto un mio cugino che si occupava proprio di diritto dell’immigrazione. In Italia, in quegli anni, non esistevano ancora studi legali realmente specializzati in questa materia». Il collegamento con le proprie origini è arrivato quasi naturalmente: «Mio padre era emigrato giovanissimo dalla Calabria a Milano, mentre mio cugino, sempre dalla Calabria, era emigrato negli Stati Uniti. Il mio percorso giuridico e le storie della mia famiglia hanno quindi finito per intersecarsi. È stato anche attraverso questa connessione personale che ho capito quanto mi appassionasse la materia».
Proprio l’esperienza delle famiglie emigrate rappresenta uno degli elementi centrali della sua concezione della cittadinanza. Aprigliano ricorda la visita a Ellis Island, il principale punto d’ingresso negli Stati Uniti per milioni di immigrati, e le immagini degli italiani arrivati in America tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. «Ho visitato anch’io Ellis Island e sono rimasto particolarmente colpito da quelle immagini, dalle fotografie degli emigrati e dalle storie che raccontano». Da quelle vicende deriva una riflessione sul significato contemporaneo dell’appartenenza a uno Stato: «Oggi, per me, la cittadinanza rappresenta il collegamento di una persona con un luogo. Ma non deve essere necessariamente un collegamento fisico, legato alla presenza di un individuo su un determinato territorio. Può essere, e molto spesso è, un collegamento culturale, un legame di identità».
È questa visione ad averlo portato a concentrare la propria attività sul riconoscimento della cittadinanza jure sanguinis, il principio che lega la trasmissione della cittadinanza alla discendenza familiare. «Non sempre la presenza fisica di una persona in un determinato territorio è l’elemento che ne identifica la cittadinanza. Ci sono le nostre radici, quello che siamo e quello che, in qualche modo, continuiamo a portarci dietro, indipendentemente dal luogo in cui viviamo». Una materia della quale si occupa da circa vent’anni, diventata progressivamente il centro della sua professione. «La cittadinanza italiana per discendenza è diventata proprio questo per me. Ho vissuto il decreto Tajani come una norma non particolarmente giusta. Naturalmente si tratta di una scelta politica, ma ciò che mi ha colpito maggiormente sono state le sue conseguenze concrete sulle persone e sulle situazioni giuridiche che si erano già determinate».
Il passaggio decisivo è arrivato il 28 marzo 2025, quando l’entrata in vigore del decreto ha introdotto nuove limitazioni al riconoscimento della cittadinanza italiana per discendenza. Secondo Aprigliano, uno degli aspetti più problematici riguarda il diverso trattamento riservato a persone che, fino a quel momento, si trovavano in condizioni sostanzialmente identiche. «Sostanzialmente, da un giorno all’altro, il decreto ha tracciato un confine netto tra chi poteva continuare a ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana e chi, da quel momento in poi, non poteva più farlo». Le conseguenze, spiega, possono riguardare persino membri della stessa famiglia: «Potevano essere due fratelli, oppure due persone nate addirittura nello stesso giorno, con una situazione giuridica sostanzialmente identica. Eppure, a seconda del fatto che avessero compiuto o meno determinate azioni prima del 28 marzo 2025, potevano essere riconosciute cittadini italiani oppure perdere quella possibilità».
L’assenza di un periodo di preavviso è uno dei punti sui quali l’avvocato insiste maggiormente. «Il problema è che non c’era stato alcun tipo di preavviso. Non era stato previsto un comportamento che queste persone avrebbero dovuto tenere entro una determinata data per salvaguardare la propria posizione. È questo l’elemento che mi ha colpito maggiormente, al di là delle valutazioni politiche sulla riforma». La discontinuità introdotta dal decreto viene descritta con un’immagine: «È come se da un giorno all’altro fosse stato spento un interruttore. Chi si trovava nel mezzo di un cammino, a seconda delle azioni che aveva già intrapreso, poteva continuare a coltivare il proprio sogno di ottenere il riconoscimento della cittadinanza italiana oppure vederselo improvvisamente precluso».
Per comprendere l’impatto della riforma, secondo Aprigliano, bisogna considerare quanto sia lungo e complesso il lavoro che precede una richiesta di riconoscimento. Molti discendenti degli emigrati italiani impiegano anni per rintracciare certificati di nascita, matrimonio e morte, ricostruire i passaggi generazionali e recuperare documenti conservati in archivi distribuiti tra Paesi differenti. «La presentazione della domanda di riconoscimento della cittadinanza non rappresenta l’inizio del cammino, ma molto spesso la sua conclusione. Ricostruire una linea genealogica richiede generalmente anni. Bisogna effettuare ricerche approfondite, ricostruire la storia della propria famiglia, rintracciare documenti in Paesi differenti, recuperare certificati e verificare i vari passaggi generazionali». L’entrata in vigore delle nuove disposizioni ha quindi interrotto percorsi già avviati da tempo. «Mi ha colpito soprattutto il lato umano di questa vicenda. Sono stato contattato da persone che erano letteralmente disperate». Un’esperienza che ha cambiato anche il suo coinvolgimento professionale: «Quando ti confronti direttamente con queste situazioni e con il lato umano delle persone coinvolte, inevitabilmente la questione diventa anche personale. Non rimane soltanto una materia giuridica sulla quale lavorare».
Accanto alle conseguenze individuali, Aprigliano individua una questione giuridica che considera particolarmente importante: il rapporto tra la nuova disciplina e il principio secondo cui la cittadinanza per discendenza si acquista alla nascita, quando ricorrono i requisiti previsti dalla legge. «Il problema è che oggi abbiamo posizioni espresse da organi giurisdizionali di massimo grado che si conciliano con una certa difficoltà su questo punto». Il riferimento è alle pronunce della Corte di Cassazione a Sezioni Unite e al meccanismo introdotto dal decreto. «Per poter operare come è stato concepito, il decreto Tajani prevede che determinate persone vengano considerate come se non avessero mai acquistato la cittadinanza italiana. Dall’altra parte, però, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite, anche molto recentemente, ha affermato che quel diritto viene acquisito alla nascita». Da qui la contraddizione che, nella sua interpretazione, richiede una risposta sul piano giuridico: «Da una parte si afferma che la cittadinanza è un diritto acquisito al momento della nascita, dall’altra si stabilisce che determinate persone debbano essere considerate come se quel diritto non lo avessero mai acquisito».
Il ragionamento si estende anche al rapporto tra l’Italia e le comunità di origine italiana nel mondo. Aprigliano ritiene che il dibattito sulla cittadinanza debba tenere conto sia della situazione demografica nazionale sia del contributo degli emigrati alla diffusione della cultura italiana all’estero. «Da un lato abbiamo una situazione demografica italiana che non è certamente rosea. Dall’altro, probabilmente, dovremmo riconoscere che se oggi l’Italia è un Paese così conosciuto e apprezzato nel mondo, una parte del merito appartiene anche a quelle persone che hanno avuto il coraggio di lasciarla per cercare condizioni di vita migliori». Il riferimento va soprattutto alle grandi migrazioni storiche: «Penso agli italiani che sono emigrati alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento. Hanno abbandonato il proprio Paese, ma hanno portato con sé le radici italiane. E proprio perché quelle radici sono rimaste parte della loro identità, hanno contribuito a diffonderle nei luoghi nei quali sono arrivati e si sono stabiliti».
Una parte importante della vicenda si sta ora spostando sul terreno della giustizia europea. Dopo gli interventi delle istituzioni giudiziarie italiane, il tema del riconoscimento della cittadinanza per discendenza è arrivato davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Aprigliano attribuisce particolare importanza a un eventuale pronunciamento che accerti l’incompatibilità di alcune disposizioni nazionali con il diritto europeo. «Il nostro sistema giuridico è costruito su fonti normative che hanno gradi differenti. Il diritto dell’Unione europea, nelle materie di sua competenza, ha una posizione di primato rispetto al diritto nazionale». Le conseguenze potrebbero essere rilevanti: «Se una disposizione nazionale non è compatibile con il diritto dell’Unione europea e la Corte di giustizia accerta questa incompatibilità, il giudice nazionale è obbligato a disapplicare la disposizione interna in contrasto con il diritto europeo». Per questa ragione, secondo l’avvocato, un’eventuale decisione sfavorevole all’impostazione del decreto Tajani avrebbe «una portata assolutamente fondamentale».
Sul fronte dei tempi, Aprigliano invita a considerare la durata ordinaria dei procedimenti europei e la possibilità che vengano presentate ulteriori questioni pregiudiziali. «Se guardiamo alle statistiche degli ultimi due o tre anni, i tempi medi sono di circa sedici, diciassette o diciotto mesi». Il procedimento già avviato, conosciuto come causa Picuso, deriva dall’ordinanza numero 147 del luglio 2026 della Corte costituzionale. Ma potrebbe non essere l’unico: «Ci sono anche altri aspetti della riforma che potrebbero prestarsi a essere sottoposti all’esame della Corte». Qualora intervenissero altri giudici nazionali, le nuove questioni potrebbero essere riunite al procedimento pendente oppure dare origine a decisioni separate. «Bisognerà quindi capire se la Corte di giustizia si limiterà a rispondere allo specifico quesito sollevato dalla Corte costituzionale oppure se affronterà il decreto e le sue conseguenze sotto un profilo più ampio».
Il confronto con gli Stati Uniti offre un’ulteriore prospettiva sulla cittadinanza e sui differenti modelli adottati dai Paesi occidentali. Aprigliano richiama il principio dello ius soli statunitense e, soprattutto, i diversi requisiti temporali previsti per la naturalizzazione degli immigrati. «Negli Stati Uniti è possibile presentare la domanda di naturalizzazione dopo cinque anni di soggiorno, mentre in Italia, per la naturalizzazione ordinaria di un cittadino extracomunitario, siamo a dieci anni, ai quali devono essere aggiunti i tempi tecnici necessari per l’esame e la definizione della domanda». Una differenza che diventa particolarmente significativa nel contesto europeo, dove la cittadinanza di uno Stato membro attribuisce anche diritti esercitabili negli altri Paesi dell’Unione. «Un cittadino straniero che ottiene la cittadinanza portoghese, spagnola oppure francese acquisisce sostanzialmente, con riferimento all’Italia, una serie di diritti che sono soltanto leggermente inferiori rispetto a quelli di un cittadino italiano». Per Aprigliano, dunque, «il tema della cittadinanza deve ormai essere affrontato anche in una dimensione europea e internazionale, e non soltanto attraverso la legislazione del singolo Stato».
La battaglia sul riconoscimento della cittadinanza per discendenza si intreccia, infine, con i progetti professionali di Aprigliano, che punta a sviluppare ulteriormente il proprio studio e a trasmettere le competenze maturate alle nuove generazioni di avvocati. «Il mio sogno è riuscire a sviluppare ulteriormente lo studio lungo il percorso che ho intrapreso, costruendo un’organizzazione che mi permetta anche di diffondere e trasmettere le conoscenze che abbiamo acquisito». Un obiettivo che comprende la formazione dei collaboratori più giovani e la volontà di mantenere centrale una materia che considera ormai parte della propria identità professionale. «Vorrei riuscire a trasmettere loro non soltanto le conoscenze professionali, ma anche la passione per quello che facciamo». La priorità rimane però la questione giuridica aperta dalla riforma del 2025: «Oggi ciò che ci appassiona maggiormente è la cittadinanza italiana per discendenza. Per questo il nostro obiettivo è cercare di vincere questa battaglia giuridica e impiegare tutti gli sforzi possibili per raggiungere il risultato che ci siamo prefissati».




