La reputazione che abbiamo ereditato

I giornali amano gli anniversari. Ci danno un motivo per fermare il tempo per un giorno, mettere un numero in prima pagina e provare a misurare cose che, in realtà, non si possono misurare. Quest’anno quel numero è 250.

Gli Stati Uniti celebrano due secoli e mezzo di storia e, per noi italiani, è anche un’occasione per chiederci quanto della nostra storia sia ormai diventato parte di quella americana. Milioni di italiani sono arrivati qui, soprattutto tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Erano immigrati, spesso poveri, parlavano un’altra lingua. Venivano guardati con sospetto e, per anni, si sono portati addosso stereotipi che conosciamo fin troppo bene.

Poi, lentamente, le cose sono cambiate. Non grazie a una campagna di comunicazione o a qualche attività di lobbying, ma grazie alle persone. Imprenditori e lavoratori, medici e artisti, scienziati, ristoratori, musicisti, insegnanti, professionisti. Milioni di storie individuali che, una accanto all’altra, hanno cambiato il modo in cui l’America guardava agli italiani. E, così facendo, hanno contribuito a costruire l’America che conosciamo oggi.

È così che funziona la reputazione. Non è ciò che dici di essere. È ciò che gli altri arrivano a pensare di te dopo aver visto quello che fai. Oggi l’Italia gode di un enorme patrimonio reputazionale negli Stati Uniti. Il nostro nome è sinonimo di qualità, creatività, gusto, cultura e capacità di fare bene le cose. Ma la reputazione non è mai qualcosa di immutabile. Si costruisce, si rafforza e, se trascurata, può anche deteriorarsi.

È per questo che non credo sia sufficiente celebrare ciò che gli italiani hanno fatto in America negli ultimi cento o centocinquant’anni. La vera domanda è un’altra: che cosa vogliamo rappresentare nei prossimi 250 anni?

Sono nato a Napoli, una città con 2.500 anni di storia. Vivo in un Paese che celebra i suoi 250 anni e che, in un periodo così breve, ha cambiato il mondo. Essere qui oggi, da italiano, significa sentirsi parte di quella storia. Una storia che non appartiene più soltanto a chi arrivava a Ellis Island con una valigia in mano. Appartiene anche a chi oggi fonda un’impresa, dirige un’università, fa ricerca, crea cultura, apre un ristorante, produce un film, inventa qualcosa o costruisce ponti tra i nostri due Paesi.

Forse il modo migliore per celebrare il 250° anniversario dell’America è proprio questo: ricordare la reputazione che abbiamo ereditato e continuare a meritarcela, ogni giorno. God bless America. E viva l’Italia.

Immagine di Davide Ippolito

Davide Ippolito

Davide Ippolito, nato a Napoli e residente a New York, è esperto di reputazione, editore e produttore. È fondatore de ilNewyorkese e di N41 Studios, oltre che Direttore scientifico dell’Italian American Reputation Lab. Da anni affianca organizzazioni e istituzioni su strategie di posizionamento, internazionalizzazione e reputazione. È protagonista per Mediaset della serie The Perfect Pitch e firma una rubrica su Rai Italia all’interno del programma Paparazzi. Nel settore audiovisivo ha diretto tre film e cinque documentari, mentre come autore ha pubblicato cinque libri, due dei quali distribuiti da Mondadori. Ha inoltre svolto attività di docenza e formazione presso l’Università La Sapienza di Roma, la Emory University di Atlanta e diverse realtà di formazione manageriale.

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