Oltre l’Hudson, un tempio di pietra e silenzio

Per la prima volta nel nostro Giro del Mondo a New York facciamo qualcosa che non avevamo mai fatto: usciamo da New York. Varchiamo l’Hudson e scendiamo per un centinaio di chilometri verso sud, nel cuore del New Jersey, fino a Robbinsville. È un nome che a molti non dirà nulla, ma qui sorge uno dei luoghi più sorprendenti che mi sia capitato di visitare da quando vivo in America. Una piccola trasgressione alle regole della rubrica, lo ammetto. Ma le comunità che abitano questa città non si fermano ai confini dei cinque boroughs, e quella indiana meno di tutte.

Ho scoperto il BAPS Swaminarayan Akshardham grazie a due amiche: Alessandra, che vive in New Jersey e ama ritornare spesso in questo luogo, e Alessia, esperta di Ayurveda, profonda conoscitrice dell’India e delle pratiche della religione indù. Non arrivavo del tutto impreparata: l’induismo mi ha sempre affascinata, e nei miei viaggi per il mondo, così come tra le strade di New York, cerco sempre di avvicinarmi ai luoghi più autentici delle culture che incontro. Ma una cosa è conoscere, un’altra è vivere. Lo sguardo abituato di Alessandra e la competenza di Alessia mi hanno aiutata ad attraversare questa esperienza con una consapevolezza nuova. È una delle lezioni più belle che questo Giro del Mondo mi sta insegnando: i luoghi si capiscono davvero solo quando qualcuno, accanto a noi, sa raccontarli.

Qualche numero aiuta a misurare quello che ci aspetta davanti a questa struttura incredibile. Inaugurato l’8 ottobre 2023, l’Akshardham di Robbinsville è il più grande tempio indù dell’emisfero occidentale. È stato realizzato da oltre dodicimilacinquecento volontari in dodici anni di lavoro e il suo campus si estende per circa settantacinque ettari. Le pietre arrivano da Italia, Grecia, Turchia, Bulgaria, India e altri Paesi. Sono state scolpite a mano da maestri artigiani in India e poi assemblate qui, pezzo dopo pezzo, come un gigantesco mosaico. È il terzo Akshardham al mondo, dopo quelli di Gandhinagar, in Gujarat (1992), e di New Delhi (2005), e custodisce la più grande cupola ellittica mai costruita in pietra secondo l’architettura tradizionale. Mi piace pensare che un po’ di marmo italiano sia finito anche qui, tra le colonne di un tempio indù del New Jersey: un altro piccolo, imprevisto intreccio di mondi.

All’ingresso del tempio ci accoglie Nilkanth Plaza, dominata da una statua alta circa quindici metri che raffigura Bhagwan Swaminarayan da giovane, quando, adolescente e asceta, era conosciuto come Nilkanth Varni. Fu lui a fondare, alla fine del Settecento, la tradizione che porta il suo nome. Poco più in là si apre il Brahm Kund, una vasca a gradoni come quelle tradizionali indiane, riempita con l’acqua dei centootto fiumi sacri dell’India e dei corsi d’acqua dei cinquanta Stati americani. È l’immagine che forse meglio rappresenta la contaminazione tra culture: due geografie lontanissime che si mescolano in un’unica vasca, esattamente come accade a chi ha scelto di vivere tra due mondi.

La struttura principale del complesso è il Mahamandir, il tempio vero e proprio. Ci togliamo le scarpe per entrare, come vuole la tradizione, e varcata la soglia sembra davvero di essere passati attraverso un portale per viaggiare nel tempo e nello spazio. Ogni superficie del tempio è scolpita dalle colonne ai soffitti agli archi e alle nicchie che si rincorrono in un ricamo di pietra che non lascia un solo centimetro vuoto, popolato di divinità, animali, fiori e figure danzanti. Cammino lentamente, con il naso all’insù, e mi ritrovo d’un tratto in Rajasthan, durante il mio viaggio in India. Ritrovo la stessa architettura ricchissima, la stessa cura quasi ossessiva del dettaglio, e soprattutto lo stesso silenzio, la stessa pace che avvolge i luoghi di culto e che sembra rallentare il respiro di chiunque vi entri. È la magia che cerco ogni volta in questa rubrica, ma raramente l’ho sentita così forte: un viaggio nel viaggio, appunto.

A rendere questo luogo vivo, e non soltanto bello, sono le persone. Il tempio è frequentatissimo dalla comunità indiana del New Jersey e di tutta l’area di New York: famiglie intere, nonni e nipoti, ragazze in sari dai colori accesi accanto a giovani in jeans, devoti che arrivano con offerte di fiori e cibo. Alle undici e un quarto abbiamo parteciato alla Rajbhog Arti, il rito di mezzogiorno in cui alle murti, le immagini sacre, si offre il cibo e si fanno ondeggiare le lampade accese. E qui il silenzio di poco prima lascia spazio a un’altra faccia dell’induismo fatta di colori, partecipazione corale, battito ritmico delle mani, preghiere e canti che riempiono la sala. Come in Rajasthan, la devozione qui non è mai solo raccoglimento, ma anche festa condivisa. Abbiamo partecipato al rito mentre Alessia mi sussurrava all’orecchio il significato dei gesti che si susseguivano davanti all’altare. Pur non capendo tutto ho provato la stessa sensazione che provo durante i viaggi, un misto di smarrimento ed eccitazione di fronte a qualcosa di nuovo che mi fa sentire in pace.

Qualche consiglio pratico per chi volesse andarci. L’ingresso è gratuito e il campus è aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19:30, tranne il martedì. Nei principali giorni festivi e durante il Diwali serve una prenotazione (gratuita): conviene comunque consultare il sito prima di partire. Il codice di abbigliamento è rigoroso: spalle e ginocchia coperte, niente scollature, un segno di rispetto che il luogo merita. Il consiglio più importante è però un altro: arrivate in tempo per l’Arti delle 11:15, oppure fermatevi fino al tramonto per quella della sera. Per il pranzo, all’interno del campus lo Shayona Café propone una cucina interamente vegetariana, indiana e occidentale, in cui ogni piatto viene prima offerto al divino e diventa così prasad, cibo benedetto. In alternativa, come abbiamo fatto noi, si può proseguire per Princeton, a pochi chilometri di distanza: una cittadina che merita una visita almeno una volta nella vita e che regala sempre un pomeriggio piacevole.

Tornando verso Manhattan, con lo skyline che riappariva piano all’orizzonte, mi sono resa conto di quanto ci sia ancora da raccontare dell’India a New York. Dai profumi di Curry Hill, di cui vi ho già parlato, alle strade di Jackson Heights, dalle feste ai templi del Queens: c’è un intero subcontinente che aspetta di essere esplorato, e questa giornata in New Jersey non è che una piccola finestra. Ci torneremo presto, promesso! Per ora aggiungiamo un nuovo timbro al passaporto del nostro Giro del Mondo a New York, il primo fuori dai confini della città. Grazie per essere arrivati fin qui e… alla prossima avventura!

Immagine di Marta Galfetti

Marta Galfetti

Laureata in Psicologia della Comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si occupa di comunicazione attraverso progetti online e gestisce la pagina Instagram @Nyc_Pics_and_Tips. Vive a New York dal 2010 dove ogni giorno ricerca nuovi stimoli e scoperte.

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