Prima di diventare un’icona del cinema, Sylvester Stallone era un attore sconosciuto, con pochi soldi, una lunga serie di provini falliti e una sceneggiatura alla quale non intendeva rinunciare. A cinquant’anni dall’uscita di Rocky, Peter Farrelly riporta sul grande schermo gli anni che precedettero il successo con Rocky sono io (I Play Rocky), presentato alla ventunesima Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public. Al centro del racconto, la genesi di uno dei film più celebri di Hollywood e le difficoltà incontrate dal suo autore per riuscire a interpretarne il protagonista.
A vestire i panni del giovane Stallone è Anthony Ippolito, già interprete di Al Pacino nella serie The Offer. Il film ricostruisce il confronto con i produttori Irwin Winkler e Robert Chartoff, interessati ad acquistare la sceneggiatura ma intenzionati ad affidare il ruolo di Rocky Balboa a un attore affermato. Stallone, invece, pone una condizione irrinunciabile: sarà lui a interpretare il pugile di Philadelphia, anche a costo di perdere un’occasione economica che avrebbe potuto cambiare immediatamente la sua situazione.
«Pensavo di conoscere già tutto di Rocky, ma mi sbagliavo», ha raccontato Farrelly durante la conferenza stampa romana, spiegando di aver scoperto attraverso il copione di Peter Gamble particolari che ignorava, soprattutto sulle resistenze incontrate dal progetto all’interno dell’industria cinematografica.

La ricostruzione parte dalla quotidianità di un giovane attore alle prese con audizioni umilianti, lavori saltuari e difficoltà economiche sempre più pressanti. Stallone arriva a vendere i pochi oggetti che possiede e persino il suo cane Butkus. In questo periodo incontra Sasha Czak, interpretata da AnnaSophia Robb, che lo incoraggia a scrivere e diventa una presenza fondamentale nella sua vita. Il loro rapporto introduce una componente sentimentale che richiama, senza riprodurla meccanicamente, quella tra Rocky e Adriana.
La prima parte del film è probabilmente la più riuscita, grazie alla capacità di restituire la precarietà di quegli anni senza rinunciare all’ironia. Farrelly, premio Oscar per Green Book, alterna situazioni drammatiche e momenti comici, anche se la ricerca della battuta rischia talvolta di alleggerire eccessivamente la tensione narrativa. Una scelta che rende il racconto accessibile e vivace, ma che in alcuni passaggi sembra più vicina alla commedia tradizionale del regista che al registro emotivo dell’opera del 1976.
A sostenere il film è soprattutto l’interpretazione di Anthony Ippolito, impressionante nella somiglianza fisica con Stallone e nell’accuratezza con cui ne riproduce la voce, i movimenti e la gestualità. Per prepararsi al ruolo, l’attore ha studiato a lungo materiale d’archivio e affrontato un intenso allenamento fisico, aumentando il proprio peso di oltre quindici chili.
«Stallone è uno dei miei eroi», ha dichiarato Ippolito a Roma, ricordando l’incontro con l’attore avvenuto circa un mese prima dell’inizio delle riprese. «È stato gentile e generoso», ha spiegato, raccontando di aver parlato con lui del rapporto con i produttori e dei periodi più difficili della sua carriera. Una testimonianza preziosa per avvicinarsi a un personaggio così riconoscibile senza trasformarlo in una caricatura.
Su questo punto Farrelly è stato esplicito: l’intenzione non era imitare Stallone, come già accaduto innumerevoli volte nel cinema e nella televisione, ma coglierne l’essenza. Il regista ha inoltre sottolineato alcune curiose analogie produttive tra i due film: il primo Rocky fu girato in ventotto giorni, mentre Rocky sono io è stato realizzato in appena ventiquattro, con un budget contenuto e l’ulteriore difficoltà di ricostruire gli ambienti degli anni Settanta.

Alla Festa del Cinema di Roma, dove Ippolito ha ricevuto il Premio Progressive alla Carriera, Farrelly ha anche chiarito di non voler attribuire alla pellicola un messaggio morale prestabilito. «Non faccio mai un film pensando al messaggio», ha spiegato. Se proprio dovesse individuarne uno, sarebbe quello di non considerare il denaro come l’unica misura del successo.
La dimensione biografica convive così con quella di un film sul cinema, sui suoi meccanismi produttivi e sul peso delle decisioni artistiche. Ma Rocky sono io è anche un’operazione inevitabilmente legata alla memoria degli spettatori, che conoscono già la conclusione della vicenda e ne riconoscono ogni riferimento.
Nelle sequenze finali, quando riaffiorano le immagini del primo Rocky, accompagnate dalle inconfondibili note di Bill Conti, l’effetto è immediato. È però soprattutto il film del 1976 a suscitare le emozioni più intense: la ricostruzione di Farrelly coinvolge e intrattiene, senza riuscire a raggiungere la stessa profondità dell’originale. Un confronto forse inevitabile, che lascia emergere tanto i meriti quanto i limiti di questa nuova incursione nella storia del cinema americano.
Rocky sono io arriverà nelle sale italiane il 31 dicembre 2026, distribuito da Eagle Pictures.




