Pane, pasta, verdure e tavole apparecchiate sono tra gli elementi più riconoscibili della cultura italoamericana. Raccontano le abitudini familiari, le tradizioni tramandate dagli immigrati e il modo in cui la cucina italiana si è trasformata negli Stati Uniti. Ma sono anche immagini che hanno contribuito a costruire alcuni degli stereotipi più diffusi sugli italoamericani. È da questa contraddizione che parte GAVONES, la mostra inaugurata ieri, giovedì 15 ottobre, al John D. Calandra Italian American Institute di Manhattan, dove rimarrà aperta fino all’11 febbraio 2027.
L’esposizione, curata dall’artista John Avelluto, riunisce il lavoro di nove artisti contemporanei che utilizzano il cibo per affrontare questioni legate alla memoria, alla classe sociale e all’identità culturale. Le opere comprendono dipinti, sculture, installazioni, lavori sonori e performance. Gli alimenti e gli oggetti della vita domestica non vengono presentati soltanto come simboli delle tradizioni italiane, ma come strumenti per capire il rapporto degli italoamericani con le proprie origini.
La chiave della mostra è già nel titolo. Gavone è un termine utilizzato nelle comunità italoamericane, derivato dall’italiano «cafone», per indicare una persona considerata rozza, volgare o incapace di comportarsi secondo le convenzioni sociali. Il significato è legato anche al modo di mangiare: chi esagera con il cibo, si comporta in maniera giudicata poco raffinata o ostenta le proprie abitudini può essere definito un gavone.
La parola racconta una parte della storia dell’immigrazione italiana negli Stati Uniti. Per molte famiglie arrivate tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, ottenere il riconoscimento della società americana significava anche prendere le distanze da comportamenti considerati troppo popolari o troppo legati alle proprie origini. Il cibo, che aiutava a mantenere un legame con la famiglia e con i luoghi di provenienza, poteva diventare allo stesso tempo un motivo di imbarazzo o un segno di differenza sociale.
Il progetto di Avelluto riprende le ricerche del folklorista Joseph Sciorra sulla storia e sull’uso del termine. La mostra cerca di rovesciarne il significato: gli artisti accettano provocatoriamente di essere chiamati gavones, trasformando una parola denigratoria in uno strumento per interrogarsi su chi abbia il potere di stabilire che cosa sia raffinato, autentico o socialmente accettabile.
È un ragionamento che riguarda anche il presente. Negli Stati Uniti molti elementi della cucina italoamericana, un tempo associati alle abitudini degli immigrati delle classi lavoratrici, sono diventati prodotti commerciali, contenuti per i social network e simboli di uno stile di vita. Piatti abbondanti, immagini nostalgiche dei pranzi domenicali e riferimenti alla famiglia italiana vengono continuamente riprodotti nella pubblicità e nell’intrattenimento. La mostra invita a osservare come questi simboli cambino significato a seconda di chi li utilizza e del contesto nel quale vengono rappresentati.
In un’intervista pubblicata dal Giornale dell’Arte, Avelluto ha collegato il progetto a una fase di riappropriazione dei simboli culturali un tempo considerati motivo di vergogna. L’artista ha anche spiegato di non voler essere definito esclusivamente attraverso la propria origine italoamericana: l’identità di una persona comprende esperienze e appartenenze diverse, che non possono essere ricondotte a un’unica tradizione.
Accanto al lavoro curatoriale di Avelluto, GAVONES presenta opere di Paul Branca, Paul D’Agostino, Claudia DeMonte, v. nico d’entremont, Rachel Domm, Finocchi, Abbi Kenny, ‘nguento (Wesley Macarelli) e Dominic Terlizzi. Secondo la presentazione ufficiale del Calandra Institute, gli artisti utilizzano materiali e linguaggi differenti, ma condividono l’interesse per il rapporto tra abitudini alimentari, memoria familiare e rappresentazione culturale.
L’esposizione si inserisce nel lavoro che il Calandra Institute, centro di ricerca del Queens College della City University of New York (CUNY), dedica da anni alla storia e alla cultura degli italoamericani. Nei mesi scorsi l’istituto aveva ospitato New Practices in Italian American and Italian Diasporic Contemporary Art, una mostra che riuniva trenta artisti provenienti da diverse comunità della diaspora italiana. Anche in quel caso, l’obiettivo era raccontare un’identità che non coincide necessariamente con un insieme fisso di tradizioni ereditate.
Con GAVONES il punto di partenza è più quotidiano: quello che si cucina, si mangia e si porta in tavola. La mostra non cerca di stabilire quale sia la cucina italiana autentica né di celebrare semplicemente le ricette tramandate dalle famiglie. Si concentra piuttosto sul modo in cui gli stessi cibi possono diventare, a seconda delle epoche, un segno di appartenenza, un motivo di discriminazione oppure qualcosa da rivendicare con orgoglio.
La mostra è visitabile alla Calandra Institute Gallery, al 25 di West 43rd Street, 17° piano, a Manhattan, fino all’11 febbraio 2027. La galleria osserva normalmente l’orario dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 17. Il programma e le informazioni sulle visite sono disponibili sul sito del Calandra Institute.




