Tony Balbi, conosciuto sui social come Tony Like a Local, vive tra Roma e New York e racconta la città attraverso i suoi quartieri, i locali e le abitudini di chi ci abita. Questo lavoro è diventato un libro, L’ennesimo libro su New York (però giuro che questo è diverso), edito da Hoepli. Il racconto si sviluppa attorno a sei temi – persone, soldi, tempo, rumore, odori ed estetica – con cui Tony prova a spiegare come si vive una città che spesso si ha l’impressione di conoscere ancora prima di arrivarci.
A lui è successo nel 2017, quando ha visitato New York per la prima volta, a 34 anni: le strade erano quelle che aveva visto nei film, ma la quotidianità delle persone era molto più legata al quartiere di quanto immaginasse. Da quella scoperta siamo partiti per parlare del suo libro, di quanto abbia senso cercare una New York «autentica» e di come sia cambiato il suo sguardo sulla città visitandola insieme alla figlia Alice.
Nel libro racconti di aver immaginato New York fin da bambino, ma di esserci arrivato per la prima volta nel 2017, a 34 anni. Che cosa ti ha sorpreso e che cosa, invece, era proprio come te l’aspettavi?
La prima sorpresa è arrivata a cena con mia cugina, quando mi ha fatto capire che loro non vivevano New York come nei film o nelle serie televisive. Noi la immaginiamo con tutte quelle luci, i rooftop, quella vita un po’ alla Manhattan. Loro, invece, la vivevano molto più «alla paesana», passatemi il termine: una vita di quartiere, con piccoli locali di fiducia e la spesa sempre nello stesso posto. Una dimensione molto più piccola, quasi microscopica, rispetto a quella che associamo a una città così grande.
Quello che mi aspettavo, e che ho ritrovato, era la sensazione di riconoscere le strade. Sono arrivato con una mappa mentale della città, pensando: «Queste cose le riconoscerò, perché le ho già viste, le ho già vissute». Ed è successo davvero.
È una sensazione che mi raccontano in molti, soprattutto quelli che hanno immaginato a lungo New York: sapere che cosa c’è dietro l’angolo, riconoscere una strada, avere l’impressione di sapere come arrivare in un posto perché lo si è visto centinaia di volte al cinema o in televisione.
I due estremi sono questi: riconoscere i luoghi e scoprire un modo di viverli completamente diverso da quello che ti aspettavi. I newyorkesi non sono sempre di corsa, sempre occupati, sempre concentrati sul lavoro. Lavorano tanto, è vero, però quando staccano, staccano.
È una differenza che noto rispetto a noi italiani, non saprei dire se valga per tutti gli europei. Loro distinguono molto il lavoro dal tempo libero. Noi in ufficio siamo un po’ caciaroni, facciamo amicizia, e fuori continuiamo a pensare al lavoro e a parlarne. Facciamo più fatica a separare le due cose.
Nel capitolo «La mia New York City non è la tua» metti in discussione l’idea che esista una città più autentica delle altre. Sui social, però, molti promettono di far scoprire la «vera New York». Come scegli i posti da raccontare senza sostituire i soliti luoghi comuni con altri?
La prima risposta è il gusto personale. Ci sono tantissimi posti virali a New York: molti sono molto turistici, altri, pur essendo famosi sui social, sono frequentati anche da chi in città ci vive. Non escludo un posto perché ne hanno già parlato tutti. Se penso che ne valga la pena, ne parlo anch’io.
Un esempio è la pizzeria L’Industria. È diventata famosa anche in Italia: il proprietario è italiano, ne ho parlato io e ne hanno parlato tanti altri. Eppure resta un posto molto local. Vende pizza al taglio, lo slice newyorkese, e la gente fa la fila perché è diventata popolare. Tutto il meccanismo, dalla pizza alla coda, è molto newyorkese. Ai newyorkesi piace fare la fila.
Non mi piacciono le parole «autentica» e «vera», perché credo che tutte le New York siano autentiche. Anche una catena di fast food diventata virale fino in Giappone fa parte della città e del suo immaginario. Da un posto con così tanta gente ci si può aspettare anche questo.
La differenza, per me, sta tra chi racconta un locale soltanto perché è virale e chi ci passa del tempo, lo frequenta e capisce chi ci va. La maggior parte dei posti di cui parlo non è virale per nulla: sono locali frequentati soprattutto da newyorkesi.
Spesso li ho scoperti entrando quasi a caso, perché da fuori mi piacevano le luci. Ho una passione per le luci calde: basta un bancone con l’illuminazione soffusa e mi viene voglia di entrare. A volte trovi un posto in cui stai bene, puoi passare del tempo con le persone a cui vuoi bene e chi lo gestisce sa farti sentire accolto. New York è una città molto amichevole, se sai prenderla.
Descrivi spesso i newyorkesi come più diretti nei rapporti personali e meno condizionati dal giudizio degli altri rispetto agli italiani. Ti è mai capitato qualcosa che ti abbia fatto rivedere questa impressione?
Nella mia esperienza, no, a parte qualche incontro con persone in evidente difficoltà. Quando ho avuto esperienze diverse, spesso si trattava di turisti o comunque di persone che non erano newyorkesi.
Andare così spesso a New York mi ha fatto mettere in discussione, piuttosto, l’idea che noi italiani siamo tra i popoli più gentili e cortesi. Crediamo molto di esserlo, ma non sempre siamo propensi ad aiutare gli altri. A volte siamo quasi ostili nei confronti dei turisti.
Parlo soprattutto delle città turistiche, perché il confronto con New York va fatto con Venezia, Firenze, Roma. New York, per quello che ho visto, convive bene con i turisti. Raramente ho avuto l’impressione che fossero considerati un fastidio.
Credo che ci sia una componente culturale, ma nella mia lettura conta anche il benessere economico che ho incontrato. Le persone si lamentano dei costi, degli affitti alti, eppure molte di quelle che conosco stanno bene. Penso che anche questo influisca sul modo di rapportarsi agli altri.
Naturalmente può capitarti un incontro spiacevole in metropolitana o per strada, con persone che hanno problemi economici o di dipendenza. Succede anche da noi. Ma non ho avuto un’esperienza che mi abbia fatto cambiare idea sull’atteggiamento dei newyorkesi.

Perché hai scelto di costruire il libro attorno a sei pilastri, invece di scrivere una guida tradizionale?
Ho sempre pensato che, se avessi scritto qualcosa su New York, non sarebbe stata una guida con i consigli su dove andare. Quello lo faccio già, almeno in parte, su Instagram.
Instagram, però, è volatile. Un consiglio che funziona oggi potrebbe non avere più valore fra due mesi. Un libro può essere letto dopo sei mesi, un anno o due: volevo che fosse il più possibile indipendente da questi cambiamenti.
Ho cercato di individuare gli elementi che, per me, rendono New York quella che è, e sono arrivato a questi sei pilastri. Soprattutto le prime due colonne e l’ultima – persone, soldi ed estetica – mi sembrano fondamentali per capire come si muove la città, come vive e come cambia.
Ho provato a tradurre New York in parole e concetti. Ne ho parlato anche con persone che la conoscono molto più di me, perché magari ci abitano da vent’anni, e si sono riconosciute in questa lettura. Qualcuno avrebbe aggiunto un elemento, qualcun altro ne avrebbe tolto uno, ma la base era condivisa. Volevo costruire una mappa mentale della città.
Due capitoli sono dedicati ai rumori e agli odori. Qual è stata la sensazione più difficile da tradurre in parole?
L’odore di New York. La città ne ha tantissimi: l’urina, il ferro, la metropolitana, la spazzatura al caldo. Presi singolarmente, sono abbastanza facili da immaginare. Se ti parlo di ferro misto all’asfalto o di urina sul cemento, probabilmente riesci a ricordarli anche senza essere mai stato a New York.
Più difficile è raccontare quello che nel libro chiamo proprio «l’odore di New York». Provo a descriverlo come un misto di Fabuloso, di detersivi usati per pulire le strade, di ferro e cemento, due materiali molto presenti in città.
Per me è il primo odore che senti quando esci dall’aeroporto o entri in metropolitana. Ti accompagna mentre cammini e lo riconosci soprattutto al mattino, dopo le pulizie: rimane nell’aria e poi si mescola a tutto il resto.
Anche gli odori delle diverse cucine si possono raccontare. Li prendi uno alla volta e poi provi a metterli insieme, come ingredienti in un pentolone. Quell’odore di fondo, invece, è più complicato: nasce da una combinazione di prodotti e materiali che per noi è meno familiare.
Nel libro compare anche tua figlia Alice. Guardare New York insieme a lei ti ha fatto notare qualcosa che prima ti sfuggiva?
Mi ha fatto scoprire che New York è una città per bambini. È il contrario di quello che molti pensano: una metropoli così grande, rumorosa, con spazi spesso ristretti, non sembra il posto ideale.
Naturalmente c’è una questione economica, e avere un figlio in una grande città, soprattutto a New York, può essere molto costoso. Superato quell’ostacolo, però, vedo tanti aspetti favorevoli: si sta molto all’aperto, i parchi sono tenuti bene e si vive molto nel quartiere.
Penso agli spostamenti. A Roma, per portare un figlio a scuola, puoi impiegare mezz’ora, che tu vada in bici, in macchina o in metropolitana. A New York, nella realtà che ho conosciuto, la scuola è spesso vicina a casa e ci si arriva a piedi, magari con dieci minuti di passeggiata.
Ovviamente dipende dalla zona: nelle periferie più lontane può essere diverso. Ma in molte parti di Brooklyn, Manhattan e del Queens la vicinanza delle scuole cambia la vita quotidiana. Anche quando serve lo scuolabus, nei casi che ho osservato il tragitto resta relativamente breve, un quarto d’ora o venti minuti nonostante le fermate.
Poi ci sono i playground, i parchi giochi. Sono tenuti benissimo e recintati: per un genitore è rassicurante avere uno spazio delimitato in cui lasciare giocare i figli. Fuori trovi il cartello che dice che gli adulti possono entrare soltanto se accompagnati da bambini. È un messaggio che trovo stupendo.
Anche nei locali ho trovato molta attenzione. I seggioloni ci sono praticamente ovunque, non soltanto nei ristoranti per famiglie. Spesso, appena arrivi, danno ai bambini qualcosa per disegnare oppure portano l’acqua in un bicchiere con il coperchio. Sono piccole cose, ma aiutano.
Hai notato differenze anche nel modo in cui i genitori organizzano le serate?
Sì, ed è un’altra cosa che ho scoperto stando lì: la sera i bambini quasi spariscono, a parte quelli dei turisti. Nelle abitudini dei newyorkesi che ho conosciuto, quando si va a cena fuori i figli restano a casa con la babysitter. Dalle sei in poi diventa molto più difficile incontrare famiglie del posto con bambini in giro.
Sto ancora decidendo quale abitudine mi piaccia di più. Forse la soluzione sta nel mezzo. Noi a volte li stressiamo portandoli sempre a cena fuori e facendoli restare svegli fino a tardi. Anche limitandoci al fine settimana, si stancano, si innervosiscono, e nemmeno noi riusciamo a goderci tanto la serata.
Per chi è questo libro?
È un libro per chi a New York c’è già stato ed è tornato a casa con la sensazione che gli sia successo qualcosa, ma non riesce a spiegare cosa. Gli hanno chiesto “com’è andata?” e ha risposto “bellissima”, sapendo che non era la parola giusta.
Per chi ci deve tornare e vuole prepararsi in modo diverso. Non con l’itinerario, ma prepararsi emotivamente, non logisticamente.
E per chi non ci è mai stato, ma vuole capire perché tutti quelli che ci sono andati ne continuano a parlarne anche mesi, anni dopo.
Non è per chi cerca una guida. Non ti dico dove mangiare né cosa vedere. Ti parlo di persone, soldi, tempo, rumore, odori ed estetica, perché New York si capisce attraverso le dinamiche che ci si muovono dentro.
E poi, in fondo, è un libro anche per chi mi segue da anni sui social e mi ha sempre chiesto la versione lunga.




