Venezia 83 apre con Ink e il Leone d’oro a George Clooney

Nella prima giornata di Mostra Danny Boyle presenta Ink, il film sulla nascita del nuovo impero mediatico di Rupert Murdoch. George Clooney riceve il Leone d’oro alla carriera e parla di intelligenza artificiale, concentrazione dei media e politica statunitense

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Danny Boyle non aveva mai presentato un film alla Mostra del cinema di Venezia. Lo fa il 2 settembre con Ink, scelto per inaugurare l’83ª edizione e inserito nel concorso principale. È un debutto che arriva con una storia sulle origini del potere mediatico contemporaneo. Prima della cerimonia di apertura di Venezia 83, durante la quale riceverà il Leone d’oro alla carriera, George Clooney sulle trasformazioni in corso a Hollywood e nel giornalismo.

Il primo argomento è l’intelligenza artificiale. Clooney teme che i sistemi capaci di riprodurre volti e voci possano rendere sempre più difficile distinguere un documento autentico da uno falso. Il problema non riguarda solo gli attori e il controllo della loro immagine, ma anche il rapporto tra informazione e verità: perfino una prova reale, osserva, potrà essere liquidata come una falsificazione. Quanto al destino digitale della propria immagine, sceglie una battuta: vorrebbe evitare di comparire «in una pubblicità di assorbenti vent’anni dopo la mia morte».

L’attore affronta anche la concentrazione della proprietà dei mezzi d’informazione nelle mani di pochi miliardari e manifesta dubbi sulla possibile acquisizione della Warner Bros. da parte della Paramount, soprattutto per le conseguenze sui lavoratori. Quando il discorso si sposta sulla politica statunitense, ricorre alla parola “cacistocrazia”, che indica il governo dei meno qualificati. «Forse in questo momento ne abbiamo una», afferma, prima di aggiungere che gli Stati Uniti riusciranno comunque a superarla.

Non potrebbe esserci introduzione più adatta a Ink. Il film di Boyle torna al 1969, l’anno dello sbarco sulla Luna, ma sceglie di raccontare un’altra rivoluzione. Rupert Murdoch acquista il Sun, quotidiano britannico in difficoltà, e ne affida la direzione a Larry Lamb. I due puntano a battere il Daily Mirror e trasformano il giornale in un tabloid popolare, irriverente e spregiudicato, costruito su titoli aggressivi, scandali, sesso e campagne politiche. L’esperimento funziona: il Sun diventa il quotidiano più venduto del Regno Unito e modifica il linguaggio dell’informazione britannica.

Guy Pearce interpreta Murdoch, Jack O’Connell è Lamb e Claire Foy completa il cast principale. James Graham firma la sceneggiatura adattando la sua opera teatrale, rappresentata a Londra nel 2017 e in seguito a Broadway. Boyle non vuole ridurre Murdoch a un cattivo convenzionale. Gli interessa il meccanismo che lui e Lamb hanno messo in moto e la seduzione esercitata da un giornalismo capace di sfidare l’establishment mentre costruisce una nuova forma di potere.

Il regista colloca la nascita del Sun moderno in una storia che conduce fino a Fox News, al clickbait, a Truth Social e alle piattaforme digitali. Murdoch e Lamb, sostiene, hanno creato molto prima dei social network un modello capace di trasformare l’attenzione del pubblico in influenza politica. Quel giornale «ha sfidato l’establishment e ricostruito il nostro mondo per l’era moderna».

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Boyle ha spiegato di non aver voluto trasformare Murdoch in un cattivo convenzionale, perché questo avrebbe permesso al pubblico di attribuire a un solo uomo la responsabilità di un sistema al quale, in modi diversi, partecipiamo tutti. Ink guarda quindi al passato per interrogarsi sul futuro della stampa e della verità. Il regista considera l’incontro tra Murdoch e Lamb perfino più influente dello sbarco sulla Luna, avvenuto nello stesso anno. Il Sun, sostiene, è stato uno dei punti d’origine del rapporto contemporaneo con l’autorità, il potere e l’idea stessa di una verità condivisa.

Boyle racconta inoltre di aver girato Ink con uno spirito simile a quello di Trainspotting: un bilancio contenuto, un gruppo di interpreti unito intorno al progetto e un attore pronto a imporsi. Allora era Ewan McGregor; questa volta, secondo il regista, è Jack O’Connell. Per Boyle, che definisce Venezia il suo “battesimo” alla Mostra, portare il film al Lido significa ricostruire il momento in cui un quotidiano in crisi si è trasformato in una forza capace di cambiare il giornalismo e la politica.

Il legame tra cinema e attualità emerge anche durante la presentazione della giuria, presieduta da Maggie Gyllenhaal, attrice, sceneggiatrice e regista statunitense, passata dietro la macchina da presa nel 2021 con La figlia oscura. Il programma comprende documentari e film sulla guerra a Gaza, sull’invasione russa dell’Ucraina, su Elon Musk e sulle politiche migratorie degli Stati Uniti. Secondo Gyllenhaal il cinema è «inevitabilmente politico», perché consente di entrare nell’esperienza di un’altra persona e di guardare il mondo da una prospettiva diversa. In un momento in cui si potrebbe perfino mettere in dubbio l’utilità di parlare di film, mentre il mondo attraversa una situazione d’emergenza, la sua risposta risiede proprio nella capacità del cinema di produrre empatia.

Nel corso della conferenza stampa si parla anche dello squilibrio tra uomini e donne nel concorso principale. Dei 21 film selezionati, solo uno è diretto da una donna: Woman Unknown, della regista danese-egiziana May el-Toukhy. Il direttore artistico Alberto Barbera riconosce il problema, ma lo attribuisce alle disuguaglianze strutturali dell’industria, che continuano a limitare l’accesso delle registe alle produzioni più grandi.

La Mostra durerà fino al 12 settembre e porterà al Lido Robert Pattinson, Penélope Cruz, Javier Bardem, Toni Servillo, Al Pacino e i fratelli Liam e Noel Gallagher. 

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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