Entrare nel laboratorio della famiglia Travisanutto a Spilimbergo non significa semplicemente varcare la soglia di un luogo di lavoro, ma penetrare in un santuario dove il tempo si misura in millimetri e sfumature di colore. È qui che prende forma l’incredibile epopea dei mosaici di Spilimbergo a New York, un ponte d’arte e passione che unisce il Friuli alla metropoli americana. Padre e figlio non si sono limitati a stendere davanti a me il grande tappeto dei loro ricordi; mi hanno preso per mano. Mi hanno guidato fin sopra i tavoli da disegno, facendomi chinare su distese infinite di tessere colorate che, viste da vicino, sembrano frammenti di un caos inspiegabile e, da lontano, si ricompongono in una visione assoluta.
Con un gesto antico e generoso, mi hanno teso la martellina, mostrandomi il segreto profondo di questo mestiere: la precisione millimetrica del colpo, quel punto esatto in cui la forza incontra la sensibilità e spacca la materia senza distruggerla. Mi hanno insegnato a guardare la sapienza della scelta di ogni singola tessera e la pazienza geometrica della loro composizione. Solo toccando con mano quella fatica silenziosa ho potuto davvero comprendere come sia possibile che, da questo angolo operoso di Friuli, sia nata un’epopea capace di scalare i grattacieli di New York. Perché, come mi è stato sussurrato all’orecchio tra lo scintillio degli smalti vitrei, «devo partire da molto lontano se vuoi comprendere e conoscere …».

Inizia così, con un respiro profondo e gli occhi che luccicano di un’emozione antica, il racconto di Fabrizio Travisanutto. Non è solo la storia di una famiglia, né soltanto la cronaca di un’eccellenza artigianale che ha conquistato il mondo. È il romanzo a tinte forti dell’emigrazione italiana, un mosaico umano i cui tasselli sono fatti di miseria e riscatto, di strappi laceranti e ponti gettati oltre l’oceano. Una storia dove la voglia di fare, prima per un pezzo di pane e poi per il futuro dei propri figli, si incrocia con il leggendario sogno americano.
Per capire la traiettoria di questa dinastia di mosaicisti bisogna riavvolgere il nastro del tempo fino al 1930. In quegli anni di fame e valigie di cartone, un uomo di Spilimbergo, Crovatto Costante, decide di sfidare la sorte e sbarca a New York. Nella metropoli che cresce verso il cielo fonda la Crovatto Mosaic, il primo vero laboratorio di mosaico negli Stati Uniti. In Friuli, intanto, la Scuola Mosaicisti del Friuli a Spilimbergo non è solo un istituto d’arte; è una scialuppa di salvataggio. Lì si impara un mestiere per sopravvivere: posare piastrelle, fare il terrazzo veneziano, tagliare gli smalti. Significativo lo slogan della Scuola di allora – Nel 1929 si diceva … In Friuli si nasce ….. a Spilimbergo ci si forma… e nel Mondo si lavora.
La scuola ha un’intuizione che cambierà il destino di intere generazioni di emigranti: inserire il disegno artistico e, soprattutto, il disegno tecnico tra le materie fondamentali. Quando i ragazzi di Spilimbergo emigrano in Germania, in Sudamerica, negli Stati Uniti o in Canada non arrivano come semplici manovali. Sanno leggere i progetti degli architetti e degli ingegneri. Questa competenza li proietta immediatamente alla guida dei cantieri: mai solo semplici posatori, ma capisquadra stimati che dialogano alla pari con i costruttori americani.
Facciamo un salto in avanti, fino al 1969. Il papà di Fabrizio, Giovanni è uno degli insegnanti più stimati della Scuola di Spilimbergo. È un uomo di straordinario talento artistico, ma la vita quotidiana in Friuli è dura, severa, priva di fronzoli. La famiglia vive in affitto in un piccolo appartamento nel centro del paese. Non c’è un’automobile in garage; il papà va a lavorare ogni giorno pedalando sulla sua bicicletta. In quella casa ci sono due bambini piccoli: una bimba di sei anni e un neonato di pochi mesi.
Una sera, la porta di quell’appartamento si apre e il papà entra con una luce diversa negli occhi. Oltreoceano, a New York, i vecchi collaboratori friulani di Crovatto Costante stanno per andare in pensione. Le luci del Laboratorio artigiano rischiano di spegnersi se nessuno dall’Italia accetta di raccogliere il testimone. Il direttore della scuola, Severino ha fatto il nome di quel giovane e tenace insegnante Giovanni Travisanutto.
L’offerta sul tavolo è di quelle che fanno tremare le vene ai polsi: 400.000 lire al mese, contro le 80.000 guadagnate a Spilimbergo. Un mese di lavoro in America equivale a cinque mesi di stipendio in Italia. La reazione in casa è un groviglio di sentimenti contrastanti. Da un lato ci sono le lacrime della mamma, spaventata all’idea di rimanere da sola con due figli piccoli in un’Italia che cammina ancora a rilento. Dall’altro, la caparbietà del padre, la fiammata del pragmatismo friulano: «Quando ci capita un’occasione come questa?». È il bivio della vita. Vince, come volte capita con gli emigranti di allora, il coraggio e la saggia incoscienza. Il papà stringe la sua valigia e vola in America.

Inizia così un periodo di solitudine e fatica titanica per la famiglia spezzata. A New York, negli anni ’70, il mercato delle grandi opere pubbliche e delle imprese di terrazzo è in piena espansione. Il papà lavora di giorno nel laboratorio, prolunga i turni per ore e la sera, anziché riposare, frequenta i corsi serali di disegno nel Bronx o a Manhattan per perfezionarsi ancora.
A Spilimbergo, il legame con la famiglia rimasta al di là dell’Atlantico è tenuto in vita da un filo di carta. Non ci sono le videochiamate, i telefoni costano troppo. Il papà scrive lettere e poiché l’arte gli scorre nelle vene, per il suo bambino rimasto in Italia disegna storie a colori, fiabe illustrate a mano dopo le infinite ore di cantiere, per farsi sentire vicino.
«Mio padre partìi che avevo pochi mesi», racconta oggi Fabrizio con un nodo alla gola. «La storia è lunga, ma ci tengo a raccontare questo aneddoto personale. Lo vidi per la prima volta quando, insieme alla mamma, andammo finalmente in America. Avevo ormai tra i 6 e i 7 anni. Quando atterrammo all’aeroporto John F. Kennedy di New York, nel caos di mille volti sconosciuti, mia madre mi strinse la mano, indicò un uomo in lontananza con il dito e mi disse: “Quello è tuo Padre”». Un brivido che attraversa i decenni, l’istantanea di una fanciullezza segnata dall’attesa e dal sacrificio, un fermo Immagine che ti accompagna per tutta la Vita.
Gli anni passano veloci nella New York feconda di cantieri, metropolitane e opere d’arte pubbliche finanziate dalle leggi statali. Ma la nostalgia per le proprie radici non si spegne mai. Quando un dì il papà ha un’intuizione saggia, la sua risposta non è il riposo, ma il ritorno a casa. Avverte un richiamo profondo: «C’è bisogno che io rientri a Spilimbergo per insegnare la strada alle giovani generazioni».
Nel frattempo, il testimone della Crovatto Mosaic a New York passa nelle mani dell’amico Stephen Miotto, un altro grande professionista che rileva l’attività e che ancora oggi cura la posa in opera di innumerevoli e monumentali progetti negli Stati Uniti, mantenendo saldo l’asse tra il Friuli e Manhattan che ho cosciuto proprio a New York durante la posa di uno dei Mosaici della Metropolitana di New York, sempre disponibile con un sorriso che lo accompagna dal laboratorio al cantiere.
La parabola della famiglia Travisanutto diventa così il manifesto di una visione altissima dell’emigrazione. Non si è trattato di una “fuga di cervelli” o di un abbandono, ma di un’emigrazione circolare, di un viaggio di andata e ritorno che arricchisce il mondo e rigenera la terra d’origine. È l’insieme di esperienze internazionali che formano l’uomo e l’artigiano senza mai intaccarne i valori e le radici profonde. E quando arriva il momento opportuno, quel bagaglio di saperi accumulato oltreoceano torna alla terra madre, portando nuova linfa vitale ai giovani tralci che oggi, a Spilimbergo, continuano a trasformare i sassi in opere d’arte eterne e vivono il sogno Americano senza abbandonare moglie, figli e patria.
Prima di salutarci con orgoglio mi fanno vedere uno degli Album che custodisce le foto dei grandi lavori sparsi nei 5 Continenti – scelgo uno dei tanti dedicati ai lavori più significativi della Grande Mela – Alberghi – Hall di Uffici – Aereoporti ed oltre 60 Stazioni della Metropolitana di New York realizzate in Italia su disegni di Artisti Internazionali.
Riassumendo, esiste un fenomeno, nella fisica quantistica, chiamato entanglement: due particelle che sono state unite in passato rimangono connesse per sempre, intimamente legate, tanto che ogni minima vibrazione di una si ripercuote istantaneamente sull’altra, anche se separate da migliaia di chilometri, anche se poste ai lati opposti dell’universo.
Tra il silenzio operoso dei laboratori di Spilimbergo e il fragore monumentale dei cantieri di New York esiste lo stesso identico, miracoloso legame. Una “non-distanza” dell’anima. Quando la mano di un artigiano friulano tocca una tessera di pietra nel cuore del Friuli, quella stessa pietra sta già vibrando, con un’eco simultaneo, sulla parete di una stazione o di un grattacielo a Manhattan. Non ci sono oceani capaci di separare ciò che è unito dalla stessa visione.
È l’emozione profonda di chi, in quei sassi aspri e in quelle piccole tessere colorate, non vede solo materia inerte, ma l’infinito. Chi piega la schiena su quel banco di lavoro sa che sta raccogliendo frammenti di terra per ricomporli nel cielo delle grandi metropoli, offrendo agli occhi del mondo intero uno spettacolo mozzafiato. Un mosaico eterno in cui New York e Spilimbergo, alla fine, non sono che due stanze della stessa, incredibile casa.




