Venezia 83, Hollywood cambia posto

Dal 2 al 12 settembre il Lido ospita Robert Pattinson, Casey Affleck, le sorelle Mara e i nuovi lavori di Herzog, Kore-eda, Lee Chang-dong e Moretti. George Clooney ed Ellen Burstyn ricevono il Leone alla carriera

Quattromilacinquecento film. Alberto Barbera parte da qui, dalla quantità di opere arrivate alla Mostra – Venezia 83 – in cerca di uno schermo, di un pubblico, forse di una seconda vita. Alla fine, ne restano venti in concorso, diciannove in Orizzonti, otto in Venezia Spotlight, insieme ai documentari, ai cortometraggi, alle serie, ai restauri e ai progetti immersivi. 

Guerre, migrazioni, crisi climatica, tensioni sociali, famiglie che si spezzano, adolescenti inquieti. Barbera parla del cinema come di uno «straordinario strumento di conoscenza del reale». L’83ª Mostra del cinema di Venezia si svolge dal 2 al 12 settembre e sembra voler cominciare proprio dal punto in cui informazione, politica e spettacolo diventano difficili da separare.

Il primo film è Ink di Danny Boyle. Londra, 1969. Rupert Murdoch compra il Sun, affida il giornale a Larry Lamb e gli chiede di trasformarlo in una macchina popolare capace di battere il più rispettabile Daily Mirror. Guy Pearce è Murdoch, Jack O’Connell è Lamb, Claire Foy completa il triangolo. Non è un film americano, ma racconta l’inizio di una storia che arriverà molto lontano: la trasformazione dell’informazione in identità, appartenenza e conflitto.

Ink apre la Mostra il 2 settembre, in prima mondiale e in concorso. Boyle arriva per la prima volta al festival con un film che Barbera presenta come una riflessione sul potere dei mezzi di comunicazione, costruita attraverso il ritmo e l’energia di un regista che ha sempre preferito il movimento alla contemplazione. Dopo la cerimonia finale, il 12 settembre, toccherà invece a Dio ride di Giovanni Veronesi chiudere la Mostra fuori concorso.

Per anni Venezia è stata il porto europeo di Hollywood: grandi studi, première mondiali, campagne per gli Oscar cominciate sull’imbarcadero dell’Excelsior. Nel 2026 l’America arriva in ordine sparso. In Primetime di Lance Oppenheim,Robert Pattinson interpreta Chris Hansen, il giornalista diventato celebre con To Catch a Predator, il programma televisivo che attirava presunti predatori sessuali in case riempite di telecamere nascoste. Cronaca, giustizia e intrattenimento si confondono. Pattinson, dopo vampiri, supereroi e personaggi estremi, entra nel corpo di un uomo che ha trasformato la televisione in un tribunale prima ancora dell’arrivo dei social network. Con lui ci sono Merritt Wever, Skyler Gisondo e Phoebe Bridgers.

Casey Affleck porta in concorso Company, una storia familiare distribuita su tre momenti diversi. Nel cast ci sono Nick Nolte, Ben Mendelsohn, Scoot McNairy, Adelaide Clemens e i figli del regista, Indiana e Atticus Affleck. È il tipo di film americano che Venezia continua a cercare: indipendente, costruito sugli attori, abbastanza intimo da non aver bisogno di un grande apparato industriale.

Poi arriva Werner Herzog con Bucking Fastard. Due gemelle che condividono tutto, comprese le passioni e l’amore per lo stesso uomo. Le interpretano Kate e Rooney Mara, affiancate da Orlando Bloom e Domhnall Gleeson. Herzog ha ottantatré anni e continua a inseguire esseri umani attratti da idee poco ragionevoli. Questa volta non deve cercarli nella giungla o su una montagna: gli basta una famiglia.

La concentrazione più alta di attori americani si trova però in Wild Horse Nine di Martin McDonagh. John Malkovich e Sam Rockwell sono agenti della Cia nel Cile che precede il colpo di stato del 1973. Intorno a loro si muovono Steve Buscemi, Tom Waits, Parker Posey, Mariana Di Girolamo e Ailín Salas. Una commedia nera, secondo le prime indicazioni, con uomini che cercano di controllare una storia molto più grande di loro.

Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto è una coproduzione tra Giappone, Stati Uniti, Thailandia e Vietnam. Nel cast ci sono Rodney Hicks, Geoffrey Rush, Tatyana Ali e Lily Franky. Anche qui l’America non è un territorio chiuso: entra in una produzione asiatica e si misura con una memoria che oltrepassa i confini nazionali.

Contare le bandiere dei paesi produttori, però, non basta. The Echo Chamber di Andrea Pallaoro è un film italiano e belga, ma ha Susan Sarandon accanto a Luca Marinelli e Alicia Vikander. Bunker di Florian Zeller è prodotto da Francia e Spagna, ma nel rifugio del titolo riunisce Javier Bardem, Penélope Cruz, Paul Dano, Stephen Graham e Patrick Schwarzenegger.

Fuori concorso, la presenza statunitense diventa più politica e documentaria. Alex Gibney presenta Musk, quattro ore dedicate all’uomo che ha trasformato automobili, razzi, satelliti e social network in altrettante estensioni della propria personalità. È uno dei film che attireranno più attenzione anche senza la presenza del protagonista, e forse proprio per questo.

Barbara Kopple torna con Union Town. Michael Dweck e Gregory Kershaw portano Burgundy. Luke Lorentzen firma Boatbuilders. Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin raggiungono il versante meno raccontato della montagna con Everest: The Other Side. Laura Poitras e Rachel Mueller presentano They’re Here, un cortometraggio sulle operazioni dell’agenzia federale per l’immigrazione a Minneapolis. Gli Stati Uniti del fuori concorso non sono il paese delle limousine: sono fabbriche, confini, propaganda, lavoro, sorveglianza e potere.

Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria internazionale, porta anche un cortometraggio. Flesh Impact dura diciassette minuti e affida a Ellen Burstyn, Dakota Johnson, Peter Sarsgaard e Sepideh Moafi una variazione sul mito di Marilyn Monroe. È una presenza doppia: Gyllenhaal giudica il concorso e, fuori gara, torna a fare cinema.

Maggie Gyllenhaal presiede la giuria internazionale, mentre George Clooney ed Ellen Burstyn riceveranno i due Leoni d’oro alla carriera. Clooney torna in un luogo che negli anni lo ha accolto come attore, regista e star capace di trasformare perfino l’arrivo in motoscafo in una scena da film. Burstyn arriva a novantatré anni, dopo oltre mezzo secolo di personaggi che hanno attraversato desiderio, solitudine, maternità, dipendenza e vecchiaia senza mai ridurli a una formula.

L’attrice sarà anche sullo schermo in Place to Be di Kornél Mundruczó e nel cortometraggio diretto da Gyllenhaal. Clooney, invece, non ha bisogno di un film in concorso per diventare uno degli eventi della Mostra. 

Il concorso non vive soltanto di America. Hirokazu Kore-eda presenta Look Back, storia di due ragazze che sognano di disegnare manga. Lee Chang-dong torna con Possible Love. Werner Herzog entra in gara, così come Stéphane Brizé, Cédric Kahn, Florian Zeller e Shinya Tsukamoto. Nanni Moretti torna nel concorso veneziano dopo un’assenza che dura dal 1989 con Succederà questa notte.

Gli italiani sono cinque: Marco Bechis con Ritorno a Buenos Aires, Edoardo De Angelis con Il fuoco che ti porti dentro, Moretti, Andrea Pallaoro con The Echo Chamber e Paolo Strippoli con L’estranea. Gianni Amelio e Mario Martone restano fuori concorso, insieme a Paul Schrader. Il cinema italiano occupa molto spazio, ma senza presentarsi come un blocco: memoria argentina, famiglie, fantasmi, stanze chiuse e ritorni inattesi.

I titoli più lunghi sembrano voler sfidare la pazienza del pubblico e il calendario degli accreditati. Dau di Ilya Khrzhanovsky dura tre ore e mezza. My Undesirable Friends: Part II – Exile di Julia Loktev e Anna Nemzer arriva quasi a sei. Joie de vivre, il film di Luca Guadagnino su Bernardo Bertolucci, ne dura più di sette.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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