Dieci film del 2026 da recuperare quest’estate

Dagli extraterrestri di Steven Spielberg ai corridoi di una metropolitana giapponese, passando per la Napoli di Gianfranco Rosi e una protesta di quartiere a Glasgow

La prima metà del 2026 è stata piuttosto strana per il cinema americano. Due film horror diretti da ventenni diventati famosi su YouTube, Obsession e Backrooms, hanno portato molti spettatori giovani nelle sale e incassato più di produzioni molto più costose. Backrooms, realizzato con circa 10 milioni di dollari, ne ha raccolti 81,5 soltanto nel primo fine settimana in Nord America, quasi quanto The Mandalorian and Grogu. Il film di Star Wars ha poi raggiunto circa 340 milioni nel mondo: una cifra notevole per quasi qualsiasi produzione, ma modesta per una saga abituata a risultati ben diversi.

Anche il resto dell’anno ha rispettato poco le previsioni. Steven Spielberg è tornato agli extraterrestri con un film che ha diviso il pubblico, mentre alcuni dei titoli più apprezzati sono documentari in bianco e nero, opere prime e film arrivati nelle sale dopo lunghi passaggi nei festival. Per questo, parlando dei “film del 2026”, bisogna intendere soprattutto il calendario della distribuzione americana: The Christophers, Blue Heron, Yes, Seeds, Sotto le nuvole e Miroirs No. 3 erano già stati presentati nel 2025.

Disclosure Day è il ritorno di Spielberg a uno dei temi cardine della sua carriera, ma non è il remake sotto mentite spoglie di Incontri ravvicinati del terzo tipo o E.T.. Josh O’Connor interpreta Daniel Kellner, un esperto di sicurezza informatica entrato in possesso di prove sull’esistenza degli extraterrestri. Emily Blunt è invece Margaret Fairchild, una meteorologa che durante una diretta televisiva comincia a parlare lingue che non conosce, compresa una comprensibile agli alieni. I due vengono inseguiti da una società decisa a impedire che le informazioni diventino pubbliche. Spielberg usa la struttura classica del film di fuga, ma sembra più interessato alla difficoltà di credere agli altri che alla meraviglia dell’incontro con gli extraterrestri. Il film è stato criticato per alcune svolte narrative e per il suo ottimismo ostinato, ma Blunt e O’Connor gli danno due energie complementari: lei netta e controllata, lui più fragile e incerto.

The Christophers, diretto da Steven Soderbergh, parte invece da una truffa nel mercato dell’arte. I figli di Julian Sklar, un pittore anziano e ormai quasi improduttivo interpretato da Ian McKellen, assumono la restauratrice Lori Butler, interpretata da Michaela Coel, perché realizzi nuovi quadri da attribuire al padre. Il progetto funziona soltanto se Julian collabora, e buona parte del film consiste nei loro incontri, nei tentativi di manipolarsi e nelle conversazioni su cosa renda autentica un’opera. Più che spiegare il funzionamento del mercato dell’arte, Soderbergh racconta due artisti convinti di avere fallito per ragioni opposte: uno è diventato famoso e non sa più cosa lasciare, l’altra ha talento ma non riesce a viverci.

Exit 8 è tratto dall’omonimo videogioco indipendente del 2023 nel quale il giocatore deve attraversare un sottopassaggio apparentemente sempre uguale, individuando ogni volta le anomalie. Nel film di Genki Kawamura il protagonista è un pendolare distratto che si accorge di essere intrappolato nei corridoi di una stazione di Tokyo. Per uscire deve osservare cartelli, persone e dettagli architettonici, tornando indietro quando qualcosa non coincide. Kawamura trasforma questa premessa in un racconto sull’attenzione e sulla ripetizione: un po’ labirinto del Minotauro, un po’ Ricomincio da capo, con l’ansia urbana di chi percorre ogni giorno gli stessi spazi senza neanche più guardarli. Il film fu presentato a Cannes nel 2025 ed è arrivato nelle sale statunitensi nell’aprile del 2026.

28 Years Later: The Bone Temple, parte della saga di 28 Giorno Dopo, riprende direttamente la storia cominciata l’anno scorso da Danny Boyle, ma è diretto da Nia DaCosta. Il film segue da una parte il dottor Ian Kelson, interpretato da Ralph Fiennes, che prova a capire se almeno alcuni degli infetti possano essere curati; dall’altra Jimmy Crystal, interpretato da Jack O’Connell, che guida un gruppo violento organizzato come una setta. DaCosta mantiene il sangue e la brutalità della serie, ma sostituisce in parte la frenesia visiva di Boyle con immagini più composte e scene che lasciano agli attori molto più spazio. Il risultato è insieme più cupo e più divertito del film precedente, soprattutto quando Fiennes tratta il materiale più assurdo con assoluta serietà. È stato accolto bene dalla critica, ma ha incassato meno di quanto sperassero i produttori.

Yes, del regista israeliano Nadav Lapid, è probabilmente il film più aggressivo della selezione. È ambientato dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e durante la guerra a Gaza. Y, un musicista, e sua moglie Yasmin, una ballerina, intrattengono uomini ricchi, ufficiali e membri dell’élite israeliana, accettando quasi qualsiasi richiesta pur di ottenere denaro e prestigio. Quando a Y viene commissionato un nuovo inno nazionalista, la loro disponibilità a dire sempre di sì smette di sembrare soltanto opportunismo. Lapid costruisce una satira rumorosa, sessuale e deliberatamente sgradevole, che non presenta i protagonisti come vittime innocenti del sistema ma come persone ansiose di parteciparvi. La rabbia del film può risultare eccessiva, ma è proprio l’eccesso il mezzo con cui Lapid racconta una società che, secondo lui, ha imparato a trasformare anche la guerra in spettacolo.

Blue Heron è l’opera prima della regista canadese di origini ungheresi Sophy Romvari ed è basata in parte sulla sua storia familiare. Negli anni Novanta una famiglia si trasferisce dall’Ungheria a Vancouver Island, in Canada. La vicenda è osservata soprattutto attraverso Sasha, che ha otto anni e non comprende fino in fondo il comportamento sempre più instabile del fratellastro Jeremy. Il film, che nel profondo tratta la malattia mentale , si concentra prevalentemente su ciò che una bambina riesce a vedere, sulle decisioni prese dagli adulti e sul modo in cui i ricordi vengono ricostruiti molti anni dopo. A metà cambia prospettiva e mostra quanto possa essere inaffidabile una memoria che, pur conservando fatti precisi, non aveva gli strumenti per interpretarli. Romvari vinse con il film il premio per la migliore opera prima al Festival di Locarno del 2025.

Pompei: Below the Clouds è il titolo con cui è stato distribuito negli Stati Uniti Sotto le nuvole, il documentario di Gianfranco Rosi uscito in Italia nel settembre del 2025. Non è propriamente un film sugli scavi di Pompei, ma sui luoghi che vivono sotto il Vesuvio e sulla presenza continua, spesso ignorata, di ciò che è sepolto. Rosi passa dagli archeologi che catalogano i reperti ai vigili del fuoco, dalle telefonate di chi avverte una scossa alle indagini sul traffico di oggetti antichi. Non c’è una voce narrante che ordini il materiale: sono le persone, i rumori e le immagini in bianco e nero a collegare la città contemporanea alle catastrofi del passato. Il vulcano rimane quasi sempre sullo sfondo, ma determina il modo in cui tutti guardano il territorio. Presentato in concorso a Venezia, il film vinse il Premio speciale della giuria.

Anche Seeds, documentario d’esordio di Brittany Shyne, è girato in bianco e nero, ma racconta il Sud degli Stati Uniti e le famiglie nere che coltivano le stesse terre da generazioni. Tra i protagonisti ci sono Willie Head Jr. e Carlie Williams, agricoltori che devono affrontare debiti, problemi di salute e difficoltà nell’ottenere gli aiuti federali. Shyne li ha seguiti per sette anni, filmando il lavoro nei campi ma anche le funzioni religiose, i pasti e le conversazioni in casa. Il film mostra principalmente cosa significhi possedere una terra quando quella proprietà è stata per decenni una delle poche forme possibili di autonomia, e cosa succeda quando nessuno della generazione successiva può permettersi di continuarne il lavoro. Seeds vinse il Gran premio della giuria per il documentario americano al Sundance del 2025.

Miroirs No. 3, del regista tedesco Christian Petzold, comincia con un incidente automobilistico nel quale una giovane pianista, Laura, sopravvive mentre il suo compagno muore. Ancora sotto shock, Laura accetta di fermarsi nella casa di Betty, una donna che vive poco lontano dal luogo dell’incidente e che sembra trattarla come una persona già conosciuta. Nelle mani di un altro regista questa premessa potrebbe diventare un thriller su una famiglia inquietante. Petzold sceglie invece di raccontare il graduale avvicinamento tra persone che hanno perduto qualcuno e provano a ricostruire una vita domestica usando un’estranea. I riferimenti a Vertigo e alle storie di sostituzione dell’identità ci sono, ma non servono a preparare una rivelazione macabra: servono a mostrare quanto possa essere rassicurante, e insieme pericoloso, chiedere a una persona di occupare il posto lasciato vuoto da un’altra.

Infine, Everybody to Kenmure Street ricostruisce una protesta avvenuta a Glasgow il 13 maggio del 2021. Quella mattina gli agenti dell’immigrazione britannica arrestarono Sumit Sehdev e Lakhvir Singh, due uomini sikh di origine indiana che vivevano nel quartiere di Pollokshields da circa dieci anni. La notizia si diffuse rapidamente e centinaia di residenti circondarono il furgone nel quale erano stati rinchiusi. Un manifestante si infilò sotto il veicolo per impedirgli di partire e rimase lì durante uno stallo durato otto ore, al termine del quale i due uomini furono liberati. Il regista Felipe Bustos Sierra, che abitava vicino a Kenmure Street, usa filmati realizzati con i telefoni, materiali d’archivio e ricostruzioni per mostrare come quella protesta spontanea riuscì nel suo intento. Presentato al Sundance del 2026, il documentario vinse un premio speciale della giuria dedicato alla resistenza civile.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Classe ’97, laurea in Scienze Politiche, scrive di musica dal 2017 per riviste online e cartacee. Appassionato e grande fruitore di rap, nel 2023 ha pubblicato il saggio “Il mutamento delle subculture, dai Teddy boy alla scena trap” per la casa editrice milanese Meltemi.

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