Laureato in Ingegneria Aerospaziale presso il Politecnico di Torino e con un MBA conseguito alla SDA Bocconi, Sergio Rossi ha costruito una carriera internazionale nella consulenza strategica e nel settore healthcare.
Nella sua esperienza professionale, qual è stato il momento che ha segnato una svolta reale nel suo percorso e le ha fatto cambiare prospettiva sul lavoro di consulenza?
Direi che il momento che ha cambiato davvero la traiettoria della mia carriera è stato quando ho smesso di pensare solo a “risolvere problemi” e ho iniziato a costruire relazioni di fiducia profonde con i clienti e con i team. La relazione e la fiducia sono ciò che consente davvero di fare un salto di qualità. La consulenza è un mestiere tecnico, ma cresce in modo esponenziale quando capisci che la tua credibilità nasce dalla combinazione tra analisi rigorosa e impatto umano autentico.
Da questa esperienza nasce anche l’idea di portare alcuni strumenti tipici della consulenza strategica nei Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento. Come è nato concretamente questo progetto?
L’idea è nata da una domanda semplice: come possiamo dare più opzioni ai ragazzi per il loro futuro? A 18 anni non sempre le opportunità sono evidenti o leggibili. I metodi che utilizziamo ogni giorno, come il pensiero strutturato, il lavoro in team e la capacità di affrontare problemi complessi, sono competenze che sarebbe molto utile iniziare ad allenare già durante il percorso scolastico. Ho capito che il progetto avrebbe potuto fare davvero la differenza già dalla prima giornata. Dopo circa mezz’ora di esercizio, un gruppo di studenti ha iniziato a proporre soluzioni che non avrebbero sfigurato in un team junior di consulenza. Mi ha colpito soprattutto il livello di attenzione e partecipazione, molto alto nonostante oggi i ragazzi siano spesso più esposti alla velocità dei social che a forme di pensiero analitico e riflessivo.
Si parla spesso di “pensare come un consulente”. Se dovesse individuare una sola competenza da trasmettere agli studenti, quale sceglierebbe?
Direi la capacità di semplificare la complessità. Non significa banalizzare, ma imparare a distinguere ciò che conta da ciò che è solo rumore di fondo, costruendo un ragionamento chiaro, ordinato e progressivo. Quando avevo la loro età, avrei voluto che qualcuno mi spiegasse due cose molto semplici: che non esiste un problema troppo grande se sai come scomporlo, e che la chiarezza del pensiero non è un talento naturale ma una competenza che si allena nel tempo.
Negli ultimi anni si insiste molto sul valore delle cosiddette competenze trasversali. Perché oggi sono diventate così centrali, anche in un settore altamente tecnico come la consulenza?
Il mondo della consulenza strategica cambia continuamente: nuovi mercati, nuove tecnologie, nuovi modelli di business. In questo contesto, le competenze tecniche restano importanti, ma spesso sono trasferibili e si apprendono relativamente in fretta. Le competenze trasversali fanno invece la differenza perché permettono di affrontare problemi mai visti prima, lavorare in team multidisciplinari e trasformare un’idea in un impatto reale grazie alla comunicazione e alla fiducia. In sostanza, sono ciò che rende un consulente non solo bravo, ma davvero utile e, in molti casi, indispensabile.
C’è un episodio professionale che secondo lei racconta bene il valore del problem solving e del lavoro di squadra?
Ricordo un progetto particolarmente complesso nel settore life science in Turchia, con molte parti coinvolte, una forte sensibilità politica e tempistiche molto strette. In quel caso i numeri erano fondamentali, ma non sufficienti. Ciò che ha permesso di sbloccare il progetto è stata una sessione di lavoro congiunta in cui consulenti, aziende farmaceutiche, governo e associazioni di pazienti sono riusciti a costruire una visione comune, mettendo al centro non solo il profitto economico ma anche la qualità della vita. È un esempio che porto spesso ai ragazzi: la complessità si affronta insieme, non individualmente.
Cosa rende questo progetto PCTO diverso da altri percorsi di orientamento tradizionali?
L’innovazione non sta tanto nella formula, quanto nel mettere davvero gli studenti al centro come protagonisti e non come semplici spettatori. Non si limitano ad ascoltare contenuti teorici, ma analizzano, collaborano, discutono e costruiscono soluzioni. Per molti è la prima occasione in cui vengono trattati come giovani adulti alle prese con problemi reali. Mi auguro che tra cinque o dieci anni ricordino soprattutto due cose: la sensazione di poter affrontare anche sfide nuove e l’idea che lavorare insieme, ascoltando e valorizzando il contributo degli altri, possa portare molto più lontano di quanto si immagini.
Per chi guarda con interesse questo tipo di percorso professionale, quale consiglio sente di dare oggi ai più giovani?
Direi tre cose. La prima è coltivare la curiosità: non smettere mai di fare domande, esplorare e cercare di capire come funziona il mondo. La seconda è imparare a comunicare con chiarezza e schiettezza, perché è il superpotere che permette alle idee di diventare realtà dentro un clima di fiducia. La terza è circondarsi di persone migliori di sé. Crescere professionalmente significa anche crescere come persone, e questo accade soprattutto quando ci si confronta con persone che stimolano, sfidano e aiutano a migliorare. La carriera non è una corsa lineare, ma una successione di scelte in cui coraggio, curiosità e responsabilità fanno la differenza.




