Austin Bell fotografa i campi da basket dall’alto, uno per uno, come se stesse facendo un censimento della città. Dal 2021 sta documentando i campi all’aperto regolamentari di New York, quelli abbastanza grandi da ospitare una partita intera. Finora ne ha fotografati 1.441, distribuiti nei cinque borough, e stima di essere arrivato a circa il 95 per cento del lavoro.
Il risultato non è solo una raccolta di immagini sportive. Visti dall’alto, i playground diventano una specie di mappa parallela di New York: rettangoli colorati tra palazzi, scuole, parchi, cortili pubblici, case popolari e pezzi di quartiere. Alcuni campi sono molto riconoscibili, altri sembrano quasi nascosti. Ci sono superfici rifatte da poco, linee scolorite, riparazioni, loghi del Dipartimento dei parchi, murales, recinzioni, tabelloni consumati. Ogni campo dice qualcosa sul modo in cui quello spazio è stato usato, mantenuto, modificato, e sul quartiere in cui si trova, sulle persone che lo frequentano e anche su come questi luoghi diventino dei veicoli di cultura e socialità.

Il progetto newyorkese arriva dopo un lavoro simile che Bell aveva fatto a Hong Kong, dove aveva fotografato tutti i 2.549 campi da basket all’aperto della città. Per quel progetto aveva usato Google Maps e un drone, lavorando per 140 giorni e producendo più di 40mila fotografie. A Hong Kong il punto di partenza erano stati soprattutto i colori: molti campi sono dipinti con tinte molto accese e si trovano in mezzo a quartieri densissimi, spesso stretti tra edifici alti e infrastrutture. New York è diversa: ha campi meno uniformi, più sporchi, più segnati dall’uso quotidiano. Proprio per questo, nelle foto di Bell la città appare meno come una cartolina e più come un inventario di luoghi vivi.
A New York il basket all’aperto ha un peso particolare perché non è soltanto una pratica sportiva. Alcuni campi sono diventati luoghi simbolo, anche fuori dal quartiere, come Rucker Park ad Harlem, legato ai tornei fondati da Holcombe Rucker e alla storia dello streetball cittadino. Ma il lavoro di Bell sembra interessante soprattutto quando si allontana dai campi famosi. Mettendo accanto playground molto noti e campi senza nome, il progetto abbassa la gerarchia tra luoghi “mitici” e luoghi ordinari. Mostra che la cultura del basket newyorkese non sta solo nei posti raccontati mille volte, ma anche in una quantità enorme di superfici anonime dove le persone giocano, aspettano il turno, guardano, passano il tempo.

Quando sarà finito, l’archivio potrà essere letto in molti modi: come progetto fotografico, come documento urbano, come catalogo involontario delle condizioni degli spazi pubblici. È anche un modo abbastanza efficace per ricordare quanto una città possa essere raccontata partendo da elementi minimi. Un campo da basket è una cosa semplice: due canestri, un rettangolo, alcune linee. Ripetuto più di mille volte, diventa un modo per vedere New York senza partire dai suoi monumenti, ma dai luoghi dove la città viene usata ogni giorno.




