Al MoMA con l’Atlante dell’Arte Italiana

La prima cosa che succede al MoMA non riguarda l’arte. Stefania Pieralice prende il microfono, guarda la platea e ammette con sincerità che il suo inglese non è abbastanza sicuro per affrontare da sola la presentazione.

“Per evitare strafalcioni c’è Giulia che mi aiuterà.”

La sala ride. Giulia Rustichelli, traduttrice e redattrice dell’Atlante, prende posto accanto a lei. E in quel momento una delle istituzioni culturali più importanti del mondo smette per un attimo di sembrare distante. È un dettaglio piccolo, ma racconta bene il tono della mattinata dedicata all’Atlante dell’Arte Contemporanea di Giunti al Museum of Modern Art di New York. Meno celebrazione e più racconto. Meno formalità e più persone.

Pieralice affronta subito una domanda che molti artisti continuano a porre: che senso ha un volume cartaceo nell’epoca delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale?

La risposta non è nostalgica. Richiama la teoria di Alan Bowness, storico direttore della Tate, secondo cui il riconoscimento di un artista passa attraverso quattro livelli: i colleghi, la critica, il mercato e il pubblico. L’Atlante, spiega, riesce a entrare in tre di questi quattro livelli contemporaneamente: attraverso i contributi critici, attraverso i dati di mercato e attraverso la distribuzione nazionale.

In altre parole più che un libro è uno “strumento”, definizione che ritorna spesso durante la giornata.

Sul palco sale poi Susan Mains, rappresentante del Ministero della Cultura di Grenada. La prima cosa che precisa è che si tratta della piccola isola caraibica e non della città spagnola di Granada. Lo dice sorridendo, evidentemente abituata all’equivoco. Da sette anni collabora con START e con l’Atlante. Racconta una realtà molto diversa da quelle che abitualmente occupano il dibattito internazionale sull’arte.

Grenada non possiede un museo dedicato all’arte contemporanea. Non dispone delle infrastrutture culturali che altri Paesi considerano normali. Eppure è arrivata alla sua nona partecipazione alla Biennale di Venezia: “Quello che abbiamo sono artisti con passione”, dice “A volte basta davvero partire da lì”.

Alberto Pietrangeli, vice direttore per l’integrazione europea del Ministero degli Affari Esteri, ricorda invece il ruolo della Collezione Farnesina e il lavoro svolto dagli Istituti Italiani di Cultura nel promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo.

Poco dopo arriva anche Claudio Pagliara, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. Entra quasi in punta di piedi. Più tardi spiegherà di essersi trattenuto a parlare con Marco Manzo.

Il suo intervento è breve ma contiene una riflessione interessante. In una città come New York, dice, anche le istituzioni culturali italiane più importanti restano realtà relativamente piccole. Per questo devono dialogare con le grandi istituzioni che le circondano. È probabilmente uno dei motivi per cui una presentazione come questa si svolge proprio al MoMA.

Tra gli artisti presenti, Marco Grechi porta una ricerca che ruota attorno a un elemento semplice e universale: il pane, come simbolo religioso, come memoria collettiva, come riflessione sullo spreco alimentare e sul consumo.

Un lavoro che intreccia spiritualità e materia, tradizione e contemporaneità, e che viene raccontato attraverso riferimenti che spaziano da Burri alla pittura americana del Color Field fino ai richiami più evidenti della tradizione italiana.

Poi arriva Marco Manzo, una delle storie più particolari della giornata. Tatuatore, scultore e designer, da anni lavora per spostare il tatuaggio fuori dai confini della sottocultura e portarlo all’interno del dibattito artistico contemporaneo.

Ripercorre alcune tappe del suo percorso: il Macro, il Vittoriano, la Biennale di Venezia, le installazioni in marmo tatuato, il lavoro sul tema della violenza di genere e la progressiva apertura delle istituzioni verso un linguaggio che per molto tempo è rimasto ai margini. Nel pomeriggio firmerà proprio al MoMA il nuovo Manifesto del Tatuaggio Artistico Contemporaneo.

“Spero che sia un giorno felice non solo per me ma per tutti i miei colleghi tatuatori”, dice.

L’ultima a prendere la parola è Manuela Carnini, conosciuta artisticamente come Fridami, cambiando completamente l’atmosfera della sala.

Chirurgo vascolare, ex atleta olimpionica, madre di due figli, sopravvissuta alla violenza. Con le sue opere racconta una rinascita.

Indossa Redemption, l’abito che aveva già sfilato sul red carpet dell’ultimo Festival del Cinema di Venezia.

“Otto anni fa la violenza ha disintegrato la mia vita. Per molto tempo ho creduto che sopravvivere significasse semplicemente restare in vita. Mi sbagliavo.”

Legge una poesia scritta per l’opera. Parla di muri che si aprono, di farfalle, di ferite che diventano soglie.

Per qualche minuto una sala che fino a quel momento aveva discusso di catalogazione, distribuzione, mercato e percorsi artistici rimane completamente in silenzio.

“Non creo per essere vista. Creo per dare voce a ciò che è stato infranto.” Il momento più intenso e commovente dell’intera mattinata.

Tante storie diverse che per qualche ora, si sono ritrovate nella stessa sala del MoMA a dialogare attraverso un linguaggio comune. Forse è anche questo il compito di un atlante.

Non soltanto censire ciò che esiste ma mettere in relazione mondi che normalmente viaggiano su traiettorie parallele e mostrare che, qualche volta, possono ancora incontrarsi.

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