La prima cosa successa ieri al MoMA non riguarda direttamente l’arte. Stefania Pieralice prende il microfono e dice alla platea che il suo inglese non la rende abbastanza sicura per affrontare da sola la presentazione. «Per evitare strafalcioni c’è Giulia che mi aiuterà», spiega, indicando Giulia Rustichelli, traduttrice e redattrice dell’Atlante dell’Arte Contemporanea. La sala ride, e la presentazione internazionale dell’Atlante di Giunti, ospitata il 19 giugno negli spazi del Museum of Modern Art di New York, comincia.
Pieralice è partita da una domanda: a cosa serve oggi un volume cartaceo, mentre gran parte delle informazioni passa dalle piattaforme digitali e mentre l’intelligenza artificiale rende sempre più veloce produrre, archiviare e far circolare immagini? La risposta che richiama la teoria di Alan Bowness, ex direttore della Tate, secondo cui il riconoscimento di un artista passa da più livelli: i colleghi, la critica, il mercato e il pubblico. L’Atlante funziona allo stesso modo: contiene testi critici, mette insieme informazioni sugli artisti, circola attraverso una rete editoriale nazionale e offre un oggetto reale in un mondo molto digitale, dove digitale spesso significa anche poco duraturo, fugace.
Il punto diventa più chiaro quando prende la parola Susan Mains, rappresentante del Ministero della Cultura di Grenada. La prima precisazione è geografica: Grenada è l’isola caraibica, non Granada in Spagna. Lo dice sorridendo, perché probabilmente ha dovuto chiarirlo molte volte. Il suo intervento sposta la conversazione lontano dai Paesi abituati ad avere musei, fondazioni, collezioni pubbliche e uffici culturali strutturati. Grenada non ha un museo dedicato all’arte contemporanea, ma negli ultimi anni ha costruito una presenza alla Biennale di Venezia, arrivata nel 2026 alla nona partecipazione. Mains riassume la questione in modo semplice: quello che il Paese possiede sono artisti con passione.
La mattinata prosegue con gli interventi di Alberto Pietrangeli, del Ministero degli Affari Esteri, e di Claudio Pagliara, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York. Pietrangeli richiama il lavoro della Collezione Farnesina e degli Istituti Italiani di Cultura nella promozione dell’arte contemporanea italiana all’estero. Pagliara aggiunge che, a New York. anche un’istituzione culturale italiana importante come il suo Istituto di Cultura resta comunque piccola rispetto alla scala dei musei, delle fondazioni e delle università che la circondano. Per questo, dice, deve cercare relazioni con realtà più grandi. In questo senso la sede del MoMA conta molto.
Tra gli artisti presenti nell’Atlante c’è anche Arrigo Musti, con Poliedrica, un grande trittico dedicato a Topazia Alliata, pittrice, gallerista, imprenditrice e madre di Dacia Maraini. Musti racconta che l’opera non è arrivata nell’Atlante per una semplice segnalazione dell’artista. «Non è stata scelta a caso. Io ero già presente nell’Atlante dell’arte contemporanea pubblicato da De Agostini, nell’ultima versione del 2022. Quando il progetto è passato a Giunti, hanno scelto questa immagine tra una rosa di miei lavori. È stata l’opera, in un certo senso, a farsi strada da sola». Per Musti questo conta molto, perché Poliedrica nasce come un lavoro legato a una storia italiana precisa: quella di Topazia Alliata e della famiglia che per generazioni ha attraversato la storia della Sicilia, del vino, dell’arte e dell’antifascismo.

Musti spiega di avere evitato il ritratto diretto: non voleva dipingere Topazia Alliata come figura riconoscibile, ma provare a raccontarne la vita attraverso tre immagini mitologiche. «Mi era stato chiesto di rappresentare Topazia senza raffigurarla in modo frontale. Allora ho usato la metafora del mito. Nella prima parte c’è la baccante, perché Topazia da giovane era una donna che infrangeva le regole. Era un’aristocratica siciliana nei primi decenni del Novecento, e molti comportamenti che oggi ci sembrerebbero normali allora erano considerati rivoluzionari. Al centro c’è Demetra, legata alla terra e alla famiglia: è la Topazia che torna dalla prigionia in Giappone, dopo essere stata reclusa con il marito Fosco Maraini perché antifascista, e prova a riappropriarsi della cantina del padre. A destra c’è Artemide, la donna che abbandona la pittura e diventa gallerista, che apre a Roma uno spazio in via della Lungaretta e va a cercare artisti, relazioni, attenzione». Il titolo, Poliedrica, viene da qui: una biografia fatta di parti diverse, difficili da tenere insieme con una sola immagine.
La parte che sembra interessare di più Musti non è solamente il prestigio della proiezione al MoMA, ma il percorso fatto dall’opera prima di arrivarci. «È un quadro gigantesco, formato da moduli alti più di tre metri, e nel 2025 è stato trasferito fisicamente dalla cantina al Flavio Lucchini Museum, durante il Fuorisalone. Era quasi più facile spostare una fontana che quest’opera. Però il quadro si è fatto strada da sé, non solo per l’aspetto estetico, ma per la storia che racconta». In questa storia, dice Musti, c’è una donna «indomita», ma anche un modo di intendere l’arte come archivio di vite laterali, rimaste spesso fuori dai racconti principali. Per questo la presenza nell’Atlante, e poi nella presentazione newyorkese, è un altro pezzo del viaggio dell’opera, cominciato in una cantina siciliana e arrivato, senza perdere quel punto di partenza, dentro uno dei musei più importanti al mondo.


Gli artisti presenti, comunque, raccontano percorsi molto diversi. Marco Grechi porta una ricerca costruita attorno al pane, usato come materia e come simbolo: religioso, domestico, collettivo, legato anche allo spreco alimentare e al consumo. Il suo lavoro prende riferimenti dalla pittura italiana e presenta una sensibilità più materica, in cui l’oggetto quotidiano diventa il punto da cui leggere abitudini, memoria e trasformazioni sociali. Marco Manzo arriva invece da un territorio che per molto tempo è stato considerato esterno all’arte ufficiale. Tatuatore, scultore e designer, ha lavorato per portare il tatuaggio dentro un discorso artistico più ampio, passando per musei, installazioni, opere in marmo tatuato e progetti legati anche al tema della violenza di genere. Al MoMA presenta il nuovo Manifesto del Tatuaggio Artistico Contemporaneo e dice di sperare che sia un giorno felice per tutti i tatuatori.
L’intervento finale è quello di Manuela Carnini, conosciuta artisticamente come Fridami. Chirurgo vascolare, ex atleta olimpionica, madre di due figli, Carnini racconta la propria storia di sopravvivenza alla violenza attraverso un’opera-abito, Redemption, già portata sul red carpet dell’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Legge una poesia, parla di muri che si aprono, di farfalle, di ferite che diventano soglie. Dopo interventi dedicati a catalogazione, mercato, istituzioni e percorsi artistici, la sala resta in silenzio. «Non creo per essere vista. Creo per dare voce a ciò che è stato infranto», dice. E così l’Atlante diventa una mappa provvisoria di mondi che di solito viaggiano separati: un’isola caraibica senza museo d’arte contemporanea, un tatuatore che chiede cittadinanza artistica, un’artista che trasforma una frattura personale in racconto.




