Toy Story 5, la sfida dei giocattoli nell’era degli schermi

Sette anni dopo Toy Story 4, la saga Pixar riapre il cassetto dei giocattoli con Toy Story 5, nelle sale italiane dal 18 giugno. E lo fa trovando una nuova domanda da raccontare: che posto hanno Woody, Buzz, Jessie e compagni in un’infanzia ormai sempre più attratta dagli schermi?

Presentato a Roma con Pete Docter, direttore creativo Pixar e produttore esecutivo del film, e la produttrice Lindsey Collins, il nuovo capitolo non demonizza la tecnologia, ma racconta lo smarrimento dei giocattoli davanti a un mondo cambiato. Al centro ci sono ancora Woody, con la voce originale di Tom Hanks, e Buzz Lightyear, doppiato da Tim Allen. Ma il cuore emotivo è Jessie, interpretata in originale da Joan Cusack e in italiano da Ilaria Stagni.

Pete Docter, direttore creativo Pixar e produttore esecutivo del film
La produttrice Lindsey Collins
Il cast americano in occasione della world premiere a Los Angeles

Oggi Jessie è uno dei giocattoli di Bonnie, bambina di otto anni sempre più conquistata da Lilypad, un tablet verde con la voce di Greta Lee, e di Katia Follesa nella versione italiana. Per i giocattoli è uno shock: se i bambini non hanno più bisogno di inventare storie, che cosa resta del gioco? E, soprattutto, che cosa resta di loro quando non vengono più scelti?

A Roma, durante la presentazione del film, Pete Docter e Lindsey Collins partono proprio da qui. Non dal rimpianto, ma dall’immaginazione. Collins racconta che, alla Pixar, quel valore “non è cambiato”: resta “la base fondamentale” del lavoro dello studio. In Toy Story 5, aggiunge, l’obiettivo era far sentire “quanto sia divertente e magica l’immaginazione”, soprattutto nel momento in cui la tecnologia sembra occupare ogni spazio.

Docter porta il discorso ancora più indietro, quasi a una memoria personale. “L’immaginazione è il cuore di ciò che facciamo”, dice. È lì che nascono “le storie e i personaggi”. E non è qualcosa che appartiene soltanto all’infanzia o al passato: per Docter resterà importante “finché ci saranno esseri umani”. Collins si inserisce sulla stessa linea, ma sposta lo sguardo sui bambini: il tempo del gioco, la noia, la possibilità di stare lontani dagli schermi sono cose da proteggere. Anche perché, scherza, alla Pixar sono in fondo “bambini cresciuti che giocano tutto il giorno”.

Il punto non è trasformare la tecnologia nel cattivo del film. Toy Story 5 non lavora per slogan. Però Collins riconosce che la competizione è cambiata. I giocattoli, un tempo, potevano temere l’arrivo di un nuovo pupazzo, di un nuovo Buzz, di un nuovo oggetto sul letto del bambino. Ora la sfida è impari. “Quando metti la tecnologia nelle mani di un bambino, perdi”, dice. È una frase dura, ma racconta bene la sproporzione tra un giocattolo che aspetta di essere scelto e uno schermo che sa attirare subito l’attenzione.

Docter, pensando al primo Toy Story, ricorda che quella paura di non essere più il preferito era già dentro Woody. Lo interessava proprio “capire cosa succede nel suo cuore”: ero il preferito, e ora arriva qualcun altro. È una gelosia semplice, quasi infantile, ma per lui universale. “Tutti possono riconoscersi in questo”, dice. Anche un secondo figlio, aggiunge, può provare qualcosa di simile verso il primo. La tecnologia non cancella quel sentimento: lo rende solo più forte, più evidente, più contemporaneo.

Per questo la scelta di Jessie non è casuale. Collins la vede come il personaggio giusto per reggere questo conflitto, perché è forse quella che “ha visto più cambiamenti” tra tutti i giocattoli. Jessie conosce già l’abbandono, sa che cosa significa essere amata e poi messa da parte. In questo nuovo capitolo non combatte solo per tornare nelle mani di Bonnie. Combatte per capire se il gioco abbia ancora un posto nella vita di una bambina distratta da altro.

C’è poi il tempo, che per Docter è una delle grandi forze della saga. Toy Story non tiene i suoi personaggi fermi al 1995. “Quando ritroviamo i giocattoli, sono nel presente con noi”, osserva. Il mondo va avanti, i bambini crescono, le famiglie cambiano, e i giocattoli si ritrovano ogni volta ad affrontare quello che stiamo affrontando noi. È questo, secondo lui, che permette ai film di parlare a generazioni diverse.

Collins usa un’immagine più buffa e precisa: questi giocattoli sono “come vampiri”. Non invecchiano davvero, restano più o meno uguali mentre intorno a loro passa il tempo. È proprio questa distanza a renderli così potenti. Noi cambiamo, loro restano. E ogni volta che torniamo da Woody, Buzz o Jessie, ci accorgiamo che non li guardiamo mai dalla stessa età.

Anche quando il discorso arriva all’intelligenza artificiale, Docter e Collins non cedono al panico. Il momento, ammettono, è complicato: la Pixar sta ancora cercando di capire “dove siamo” e come affrontare costi, trasformazioni e nuovi strumenti. Ma la posizione resta quella di sempre, fin dal primo Toy Story: la tecnologia può essere usata “per supportare la visione degli artisti”. Non per sostituirla. Non per svuotarla. Per Docter e Collins, il confine passa da lì.

Le voci italiane entrano quasi come un’eco di questo discorso. Gianluca Gazzoli legge nel film un invito rivolto soprattutto ai genitori: la tecnologia “non va demonizzata”, ma serve “il giusto compromesso”. Katia Follesa parla della perdita di “autenticità” e della voglia di “scoprire” facendo anche fatica. Ilaria Stagni, storica voce italiana di Jessie, porta la questione sul terreno del doppiaggio: l’AI avanza, “dobbiamo mettere dei paletti”, ma “l’emozione che può dare una recitazione, una voce autentica, non sarà mai sostituita”. Sal Da Vinci, che interpreta Pizza cu ‘e llente, racconta la sua passione per i giocattoli tradizionali, abbandonati troppo presto per abbracciare pienamente il suo mestiere, alla quale ha dato sfogo attraverso i figli prima e i nipoti, poi. Sal crede che i giocattoli “abbiano un’anima, e penso che questo film lo dimostri appieno. Inoltre, trovo fantastico l’espediente di mettere gli occhiali a una pizza, celebrarla in un kolossal del genere è fantastico”.

Così Toy Story 5 diventa meno un ritorno al passato e più una conversazione sul presente. Ci sono Woody e Buzz, con le voci originali di Tom Hanks e Tim Allen a custodire la memoria della saga. C’è Jessie, con Joan Cusack, a incarnare la paura più fragile: non essere più scelta. E ci sono Docter e Collins che, dietro il film, difendono l’idea da cui tutto era cominciato: la tecnologia può cambiare, i bambini possono crescere, gli schermi possono moltiplicarsi. Ma senza immaginazione non c’è gioco. E senza gioco, forse, manca qualcosa anche a noi.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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