Bound compie 30 anni al Tribeca Festival

Gina Gershon, Jennifer Tilly e il cast ricordano il noir delle Wachowski e la libertà del set

La celebrazione dei 30 anni di Bound al Tribeca Festival parte da una cosa molto semplice: sul palco ci sono le due protagoniste, Gina Gershon e Jennifer Tilly, insieme a Lilly Wachowski. Ma bastano pochi minuti perché la conversazione si trasformi in un racconto di quello che significava realizzare un film come questo nel 1996.

Gershon ricorda che accettare il ruolo di Corky non era affatto una scelta scontata. Alcune persone del suo entourage le consigliarono di non farlo, sostenendo che interpretare apertamente una donna lesbica avrebbe potuto compromettere la sua carriera. Trent’anni dopo, racconta la vicenda quasi con ironia, mentre il pubblico applaude un film che nel frattempo è diventato un punto di riferimento per intere generazioni di spettatori.

Bound era un piccolo film indipendente, girato con poche risorse e lontano dalle logiche delle grandi produzioni hollywoodiane. “Non pensavamo che sarebbe durato così tanto”, osserva Jennifer Tilly, sintetizzando la sorpresa condivisa da tutti nel vedere quanto il film abbia continuato a essere scoperto e rivalutato negli anni.

Lilly Wachowski ricorda al pubblico che diversi interlocutori dell’industria suggerivano di modificare la storia rendendola più convenzionale. In particolare, l’idea di costruire un noir criminale attorno a due protagoniste femminili non veniva considerata una scelta commerciale. La pressione era quella di trasformare uno dei personaggi principali in un uomo, seguendo modelli già consolidati. Le Wachowski decisero di non farlo e di difendere integralmente la sceneggiatura che avevano scritto.

Anche la celebre scena d’amore tra Corky e Violet torna al centro della discussione. Le attrici rivelano che la sua rappresentazione realistica e priva di stereotipi suscitò forti resistenze. Il film rischiò perfino una classificazione più severa da parte degli organismi di censura americani, proprio perché quella relazione veniva mostrata senza filtri e senza compromessi.

Oggi Bound viene spesso considerato il laboratorio creativo che ha preceduto Matrix. Rivedendolo, è facile riconoscere alcuni elementi che caratterizzeranno il lavoro successivo delle Wachowski: il controllo rigoroso della messa in scena, l’attenzione allo spazio e soprattutto personaggi che cercano di liberarsi da sistemi che li tengono intrappolati.

Nessuno sul palco cerca di trasformare il film in un manifesto retroattivo dei diritti queer. Piuttosto, il punto condiviso da tutti è che Bound non chiedeva permesso. Raccontava due donne, il loro desiderio e la loro ambizione criminale con la stessa libertà che il cinema aveva sempre riservato ai protagonisti maschili.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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