Laura Pausini torna al Madison Square Garden

Il 6 giugno Laura Pausini chiuderà a New York la leg americana del tour “Io Canto / Yo Canto” dopo i concerti tra Miami, Los Angeles, Chicago e Toronto

Qualche giorno fa ho visto circolare sui social americani un breve video registrato durante il concerto di Laura Pausini a Miami. A un certo punto, nel mezzo dello show, sul palco compare Camila Cabello. Le due cantano “Viveme” insieme davanti a un Kaseya Center pieno, mentre il pubblico urla come se stesse assistendo a qualcosa di irripetibile. In realtà, più che il duetto in sé, mi ha colpito un’altra cosa: la naturalezza con cui una cantante italiana viene percepita negli Stati Uniti come parte integrante dell’immaginario pop latino.

Per chi è cresciuto in Italia, Laura Pausini appartiene quasi al paesaggio culturale del paese. È una presenza costante, una di quelle artiste che sembrano esserci sempre state. Vista dall’America, però, la sua traiettoria acquista un significato diverso. Pausini non ha mai conquistato il mercato statunitense nel modo tradizionale in cui lo fanno le popstar internazionali, eppure è riuscita a costruirsi un pubblico enorme e trasversale, distribuito tra America Latina, comunità ispaniche e diaspora italiana.

ll 6 giugno chiuderà la leg americana dell’“Io Canto / Yo Canto World Tour 2026/2027” al Madison Square Garden di New York. Non sarà nemmeno la sua prima volta lì: Pausini si era già esibita al Madison nel 2014 durante il Greatest Hits World Tour e poi di nuovo nell’aprile del 2024. Ma è difficile immaginare un posto più adatto per osservare il tipo di fenomeno culturale che è diventata.

Negli ultimi tempi il pubblico americano si è abituato all’idea di un pop non necessariamente anglofono. Bad Bunny riempie stadi cantando in spagnolo, il k-pop è entrato stabilmente nel mainstream e le classifiche statunitensi sono sempre più permeabili alle contaminazioni linguistiche. Quando Pausini ha iniziato a pubblicare dischi in spagnolo, invece, il panorama era molto diverso. Per un’artista italiana, gli Stati Uniti erano soprattutto una vetrina simbolica, non un mercato in cui immaginare una presenza stabile.

È anche per questo che la data newyorkese racconta qualcosa di insolito. Non la consacrazione di una carriera, quella è arrivata da tempo, ma la capacità di restare rilevante attraversando pubblici, lingue e mercati diversi senza trasformarsi in un semplice fenomeno nostalgico.

La cosa più curiosa, guardando oggi Laura Pausini dagli Stati Uniti, è che il suo successo sembra esistere quasi ai margini del racconto ufficiale del pop americano, pur avendo dimensioni enormi. Non occupa il centro della cultura mainstream statunitense, ma continua a riempire arene e a muovere pubblici estremamente fedeli. È una notorietà che vive in uno spazio parallelo: radio latine, famiglie bilingui, immigrati italiani, ascoltatori cresciuti passando dall’italiano allo spagnolo con assoluta naturalezza.

Anche il pubblico del Madison Square Garden probabilmente sarà così. Ci saranno persone che ascoltano Pausini dagli anni novanta, figli di immigrati che la associano ai viaggi in macchina con i genitori, fan latinoamericani che magari non conoscono quasi nulla della musica italiana ma considerano le sue canzoni parte della propria educazione sentimentale.

E forse è proprio questo l’aspetto più particolare della sua carriera. In un’epoca in cui l’industria musicale parla continuamente di globalizzazione e crossover culturali, Laura Pausini rappresenta un modello costruito molto prima che queste parole diventassero di moda.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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