Come si formano i designer

Interni, l’Istituto Marangoni e Vignelli Center for Design Studies hanno riunito designer, accademici e istituzioni per riflettere sul rapporto tra eredità culturale, innovazione tecnologica e formazione

New York continua a essere uno dei luoghi in cui il design smette di essere soltanto estetica e torna a interrogarsi sul proprio ruolo culturale. Ieri infatti, all’Italian Trade Agency di Manhattan, Interni, l’Istituto Marangoni e Vignelli Center for Design Studies hanno organizzato il talk Design as a Bridge Between Memory and Innovation. The Future Role of Education, inserito nel calendario di NYCxDESIGN e di Big Italy Design NYC. L’idea di partenza è capire in che modo il design possa custodire la memoria senza trasformarsi in nostalgia, e allo stesso tempo assorbire le innovazioni tecnologiche senza perdere centralità umana.

Sul palco si sono alternati Erica Di Giovancarlo, Commissioner di New York e Executive director ITA Offices negli Stati Uniti; Giuseppe Pastorelli, Console Generale d’Italia a New York; attraverso un messaggio video Gilda Bojardi, Editor di Interni Magazine; Nicola Paronetto, Chief Operating Officer Design dell’Istituto Marangoni; Giulio Cappellini, Art director & Brand Ambassador dell’Istituto Marangoni Milano Design; Sergio Nava, Global Scientific Director of Design dell’Istituto Marangoni e Josh Owen, Director Vignelli Center for Design Studies.

Nicola Paronetto ha sottolineato quanto questo evento affronti un tema centrale: il ponte tra memoria e innovazione. «In una settimana fortemente orientata al design, noi abbiamo scelto di parlare anche di education, quindi di come formiamo i designer di domani affinché sviluppino non solo competenze progettuali, ma anche coscienza critica e capacità di interpretare il mercato e i cambiamenti del settore». «Per farlo abbiamo scelto New York perché per noi è un hub fondamentale. È uno dei centri internazionali più importanti per il design e rappresenta un’area geografica a cui guardiamo con grande interesse».

Il ruolo dell’education è stato ripreso anche da Giulio Cappellini, che ha sottolineato come la formazione nel design stia attraversando una trasformazione strutturale. «Oggi l’educazione è sempre più importante. Non basta più trasferire competenze tecniche, serve costruire connessioni tra scuola e industria, facilitando l’ingresso degli studenti nel mondo del lavoro».

Per Cappellini è cambiato anche il modo stesso di apprendere e progettare. «Se in passato gli studenti lavoravano prevalentemente da soli, oggi operano in team multiculturali. Nello stesso gruppo convivono persone provenienti da Paesi e background diversi: questa contaminazione è una delle caratteristiche più interessanti del design contemporaneo».

La parte più visionaria della serata è arrivata con Sergio Nava, che ha presentato un progetto sviluppato in collaborazione con Alessi e con l’Istituto Italiano di Tecnologia, dedicato a un nuovo rapporto tra oggetti, intelligenza artificiale e spazio domestico. «Stiamo lavorando a un approccio che supera l’idea dell’oggetto come elemento passivo», ha spiegato Nava. «L’obiettivo è arrivare a una sorta di animismo del prodotto: oggetti autonomi, capaci di vivere nello spazio e dialogare con l’uomo senza dover essere attivati». Nava ha definito questi prototipi «oracoli domestici», oggetti fisici che danno corpo ad agenti di intelligenza artificiale distribuiti nello spazio.

Uno tra i concept presentati è un oggetto a forma di fiore che monitora la qualità delle relazioni personali. «Analizza pattern di chiamate, email e interazioni digitali per comprendere la normalità relazionale di una persona». «Quando i rapporti si rafforzano il fiore rifiorisce, quando si indeboliscono appassisce». L’obiettivo non è aggiungere ulteriore tecnologia invasiva, ma rendere percepibile ciò che normalmente resta invisibile. «Viviamo in una fase di iperdigitalizzazione in cui molte relazioni sembrano vive solo perché continuano online, ma nella realtà stanno svanendo. Questi oggetti cercano di rendere visibile questo processo».

Secondo Nava, si tratta anche di un tentativo di uscire dalla dipendenza da smartphone e schermi. «Oggi siamo quasi in una relazione di subordinazione con i device. Il design può redistribuire l’informazione nello spazio attraverso oggetti fisici che comunicano senza schermi e senza notifiche continue». Anche Josh Owen ha richiamato il ruolo della memoria come materiale progettuale, non come semplice archivio. Attraverso il lavoro del Vignelli Center, ha ricordato come l’eredità di Massimo e Lella Vignelli continui a essere utilizzata per formare nuove generazioni di designer.

Immagine di Mariafrancesca Buono

Mariafrancesca Buono

Mariafrancesca Buono, originaria di Ischia, è filologa e critica letteraria. Alla formazione umanistica affianca un costante interesse per ambiti interdisciplinari, che l’ha portata ad approfondire l’ambito comunicativo, il videomaking e l’intelligenza artificiale. Il suo percorso riflette la convinzione che, in una società in continua trasformazione, le competenze trasversali siano essenziali per comprendere e interpretare la complessità del presente.

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