Dopo la première mondiale alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e una lunga serie di riconoscimenti internazionali, My Father and Qaddafi debutterà oggi al New York African Film Festival, confermandosi come uno dei documentari più intensi e discussi della stagione.
Un’opera intima e politica insieme, che racconta non solo la storia di una famiglia spezzata dalla dittatura di Muammar Gheddafi, ma anche quella di una Libia dimenticata, perduta tra esilio, repressione e memoria.
Il film parte da una domanda personale e universale allo stesso tempo: cosa resta di un padre quando il potere prova a cancellarne persino il ricordo?
Jihan K., nata in esilio e cresciuta tra Parigi, Francia e Stati Uniti, ricostruisce la figura del padre Mansur Rashid Kikhia, avvocato per i diritti umani, ex ministro degli Esteri libico e ambasciatore alle Nazioni Unite, diventato uno dei principali oppositori pacifici del regime di Gheddafi prima di sparire misteriosamente al Cairo nel 1993. Il suo corpo venne ritrovato soltanto 19 anni dopo, in un freezer vicino al palazzo del dittatore.
Attraverso archivi storici, testimonianze e ricordi familiari, My Father and Qaddafi diventa un viaggio dentro il dolore privato e la memoria collettiva di un intero Paese.

“Ho realizzato questo film perché non voglio che mio padre scompaia una seconda volta”, ha raccontato la regista Jihan K. “È un piccolo atto di giustizia per lui — un servizio alla sua memoria e al suo amore per il suo Paese. Raccontare la sua storia mai narrata significa anche condividere una storia mai raccontata della Libia, che attraversa quasi un secolo di storia e politica libica.”
La regista ha sottolineato anche il valore degli archivi storici utilizzati nel documentario: “Credo sia importante, sia per il pubblico internazionale sia per gli stessi libici, vedere la Libia che abbiamo perduto. Quando mio padre scomparve nel 1993, era uno dei più influenti visionari della sua generazione nel mondo arabo, e la sua voce venne messa a tacere. Alla luce dei conflitti globali di oggi, la sua assenza si fa sentire più che mai.”
Un film che arriva in un momento storico in cui il tema della memoria, della democrazia e delle identità spezzate è tornato drammaticamente centrale.
Accanto alla regista, tra i produttori figura anche Valentina Castellani-Quinn, che ha raccontato il coinvolgimento emotivo dietro il progetto:
“Realizzare questo film è stato un viaggio d’amore e una ricerca della verità. In questi tempi fragili per il mondo, rendere giustizia ad un uomo e ad una famiglia è stato come guarire il nostro senso di democrazia, il significato stesso della giustizia nella nostra società globale. Ma mentre lavoravo al film, sono diventata anch’io parte di questa meravigliosa famiglia: il loro amore reciproco, la loro unità, e il dare voce ai loro cuori.”
Il documentario, prodotto tra Libia e Stati Uniti da Desert Power, ha già ottenuto importanti premi internazionali, tra cui il Best Documentary all’Annaba Mediterranean Film Festival in Algeria, il Jury Prize al Marrakech International Film Festival, il Best Feature Documentary al Prague Film Festival e il Valentina Pedicini Award al MedFilm Festival di Roma.
Dopo Venezia, il film è stato selezionato in festival prestigiosi in tutto il mondo, da Chicago a Toronto, da Los Angeles a Doha, fino a New York, confermando il suo forte impatto internazionale.
Più che un semplice documentario politico, My Father and Qaddafi è un’opera sulla memoria, sull’assenza e sulla necessità di continuare a raccontare storie che il potere ha cercato di seppellire. In un’epoca segnata da guerre, polarizzazioni e crisi democratiche, la voce di Mansur Kikhia — e quella della figlia che prova a ritrovarlo — risuonano oggi con una forza ancora più urgente.




