Marialaura De Vitis, dalle ceneri a New York

Modella, volto televisivo, scrittrice. Abbiamo incontrato Marialaura De Vitis, oggi un’attrice in formazione, resiliente e libera, nella città che insegna a essere se stessi

New York non è solo una destinazione, è una sensazione. Per Marialaura De Vitis è un luogo di osservazione e ispirazione, dove la libertà individuale diventa materia viva per l’arte. Dalla moda alla tv, fino alla scrittura terapeutica di Cenere di me e allo studio della recitazione, il suo percorso è segnato dalla costante ricerca di consapevolezza e nuove prospettive. Con Manhattan sullo sfondo, ci racconta chi è oggi e chi vuole diventare domani.

New York è una città che ami particolarmente. Perché? Cosa rappresenta per te?

New York mi fa sentire piccola e, allo stesso tempo, importante. È spettacolare, piena di cose da fare e da vedere. Cambi quartiere e cambia il mondo: atmosfere, persone, energie. È una città incredibilmente inclusiva, che puoi vivere anche da sola senza mai sentirti sola. Ci sono tanti italiani, ed è facile creare comunità. Amo lo spirito newyorkese, in particolare l’autunno: i colori sono mozzafiato, Central Park è pura poesia, e passeggiare nel Village tra zucche, teschi e decorazioni di Halloween sembra di essere dentro un film. In questo periodo sto studiando recitazione cinematografica e mi ha colpito molto camminare senza una meta precisa, ritrovarmi all’improvviso in luoghi che avevo visto mille volte al cinema: Sex and the City, C’era una volta in America, Una notte al museo, The Wolf of Wall Street. Ho calpestato lo stesso pavimento di grandi attori. È stato un coinvolgimento emotivo fortissimo, quasi fisico: respiravo cinema.

In che modo la scena newyorkese influenza il tuo percorso artistico e plasma la tua identità di attrice, diversa da quella di modella o influencer che il pubblico conosce?

Studiando recitazione ho capito che, per entrare davvero nei personaggi, bisogna osservare le persone nella vita reale: in metropolitana, per strada. Farsi domande sull’agire umano. New York è perfetta per questo, perché è abitata da persone diversissime tra loro. In una sola giornata puoi incontrare etnie, età, stili di vita opposti. È una fonte inesauribile di ispirazione per costruire personaggi. Qui impari a guardare, ad ascoltare, a studiare le persone.

Come mai hai scelto di intraprendere la carriera attoriale?

Mi sono trasferita da Milano a Roma, che è il fulcro del cinema italiano. Per anni mi sono detta di non essere portata per la recitazione: mi mettevo dei paletti da sola. Poi a un certo punto mi sono buttata.
Recitare è liberatorio, mi fa stare bene. Anche se fosse solo un hobby, sarebbe comunque fondamentale per me. Questo studio mi dà gioia, e un po’ mi dispiace non aver iniziato prima. A Roma ho colto l’occasione e ho fatto bene: provarci vale sempre la pena.

A chi ti ispiri, tra attrici italiane e americane?

Tra le italiane, Benedetta Porcaroli: è giovane ma ha già costruito una filmografia importante. Tra le americane, Julia Roberts per la sua classe e il suo sorriso, e Meryl Streep per la sua incredibile duttilità: riesce a interpretare personaggi teneri e durissimi con la stessa verità.

Il tuo film preferito? E quello che più rappresenta New York per te?

Interstellar è un film che mi ha fatto riflettere profondamente: guarda al futuro in modo intenso e accurato. Per New York, invece, dico Sex and the City: un “pacchetto completo”, iconico, emotivo, indissolubilmente legato alla città.

La tua carriera nasce come modella, poi arriva la tv. Luci e riflettori, anche molte pressioni. Come descriveresti la tua esperienza nel mondo dello spettacolo?

Ho iniziato a lavorare nella moda a 16 anni, per mia scelta, senza pressioni esterne. L’esposizione fisica però ti espone anche al giudizio e al confronto continuo. Sei sempre messa alla prova, sempre alla ricerca della versione migliore di te stessa. Questo non aiuta la stabilità, ma da adolescente mi ha anche dato sicurezza e direzione. Con il tempo sono emerse insicurezze, spesso legate a commenti ricevuti sui social o di persona. All’inizio non ci fai caso, poi ti entrano nella testa e restano lì. Ogni donna si giudica, vuole migliorarsi fisicamente; nel mondo dello spettacolo questo accade ancora di più. Non rinnego questo mondo: continuo a fare foto e sfilate, ma oggi scelgo di più. Mi dedico a ciò che mi piace davvero, come le campagne wedding e gli abiti da sposa. La TV mi piace perché non è solo estetica: c’è contenuto, posso esprimermi e far sentire la mia voce. Poi certo, quando ti esponi, le critiche fanno parte del gioco. Se sono educate le accetto, se diventano cattiveria fanno male. Spesso chi è dietro una tastiera supera il limite.

Nel tuo libro Cenere di me racconti un periodo buio, segnato dai disturbi alimentari. Quanto ha influito il mondo dello spettacolo?

Ho sofferto di disturbi del comportamento alimentare per alcuni anni, ma non posso dire che la colpa sia del mondo dello spettacolo. Ha influito, sì, ma in un secondo momento. Questo tipo di disturbo nasce da una sofferenza profonda, che va oltre il voler perdere peso: è un desiderio di scomparire, di perdere la vita. Porta all’isolamento, a idee rigide, diventi il nemico di te stessa. Nel mio caso c’erano ferite fin dall’infanzia, come la perdita di mio padre. Ho somatizzato molto, finché il vaso, goccia dopo goccia, ha traboccato. I commenti hanno inciso, ma non sono stati l’unica causa. Il disturbo parte dalla mente, poi si manifesta nel corpo.

Cosa ti ha davvero aiutata a uscirne? E che ruolo ha avuto la scrittura?

Scrivere nero su bianco quello che stavo vivendo è stato liberatorio. Pubblicare il libro è stato come buttare via una parte dolorosa della mia vita. Sono guarita perché l’ho deciso. Finché una persona non sceglie davvero di vivere, non guarisce. Deve scattare quella molla che ti fa dire: vale la pena vivere. Ho scelto di circondarmi di poche persone, ma buone. Di cercare la bellezza nelle piccole cose, nella natura, nei viaggi. La TV in quel periodo mi ha aiutata molto: lavorare mi rendeva felice, è stato un salvagente in più.

Il messaggio del libro è la speranza. L’ho scritto per liberarmi e per aiutare gli altri: chi soffre e chi sta accanto a chi soffre. Se riuscirò a salvare anche una sola persona, avrò raggiunto il mio scopo. Dalle ceneri si può rinascere. Parlare è fondamentale, anche se difficile. Ammettere la malattia è già il primo passo verso la guarigione.

Spesso racconti la libertà che si respira a New York, rispetto a un clima più giudicante che a volte si avverte in Italia. Cosa possiamo imparare da questa città?

Passeggiando per New York ho capito che il giudizio praticamente non esiste. Puoi vestirti come vuoi, essere chi vuoi, ed è tutto ok. Camminavo felice, senza paura dello sguardo degli altri. Alcune ragazze mi hanno fermata solo per farmi complimenti sinceri sul trucco o chiedermi dove avessi preso una borsa. È un altro modo di vivere: più accettazione, meno giudizio.

Se la tua vita fosse un film, che storia racconterebbe?

La storia di una bambina timida e introversa che, tra alti e bassi, cadute e risalite, diventa una donna realizzata. Un film sulla resilienza.

Alla Marialaura che si sentiva “cenere”, oggi, dalla cima di un grattacielo newyorkese, cosa diresti?

Urlerei che la vita è bella e vale la pena essere vissuta. Di non avere paura di vivere. Si può sempre cambiare posto, prospettiva, mondo. Il mondo è grande, bellissimo, tutto da esplorare. Viaggerò sempre, perché viaggiare mi rende felice. Vivere, agire, scoprire.

Immagine di Cecilia Gaudenzi

Cecilia Gaudenzi

Giornalista professionista e storyteller. È nata a Roma nel 1991 “sotto il segno dei pesci”, dove si è laureata con lode in Scienze Politiche, all’Università di Roma Tre e dove vive stabilmente. Musica, cinema, letteratura, politica, serie tv, podcast, reportage e terzo settore. Il vizio di scrivere, di tutto e su tutto ce l’ha fin da bambina. Le piace conoscere, capire, raccontare e soprattutto, fare domande. Crede nello scambio di idee e nella contaminazione. Ha girato l'Africa per dare voce all'impegno di donne e uomini che dedicano la loro vita agli altri. La sua parola preferita è resilienza.

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