Ernest Lepore racconta Ferrara Bakery, dal primo espresso agli “Holy Cannoli”

Ferrara è molto più di una storica bakery di Little Italy, è un’istituzione. Fondata come caffè di comunità nel 1892, è un archivio vivente dell’esperienza italoamericana a New York ma sempre attualissima, senza tempo. In questa intervista, Ernest Lepore, CEO ed Executive Chef, ripercorre oltre un secolo di storia familiare, dal primo espresso servito agli immigrati appena sbarcati a Ellis Island fino ai mitici “Holy Cannoli”, tra valori tramandati, momenti di crisi, spiriti benevoli nascosti nel sottoscala e progetti per il futuro, sempre fedeli alle proprie radici.

Ferrara è un pezzo di storia vivente di New York. Ci può raccontare come tutto è iniziato, prima ancora che la città stessa prendesse forma?

Beh, è ironico pensarlo, ma Ferrara è stata fondata prima che New York City ottenesse la sua carta costitutiva. Nel 1892, siamo diventati legittimi, ma prima eravamo un caffè, un vero e proprio “social media all’antica”. La gente veniva qui, cercava Mr. Ferrara – un muratore, un contabile, un architetto – per aiuto. Era un punto di riferimento, un luogo dove la comunità italiana trovava supporto e connessione.

E l’esperienza degli immigrati italiani, come si intreccia con la vostra storia?

Se venivi dall’Italia, da Ellis Island si arrivava a Seaport dove incontravi gli amici o i parenti che si erano già stabiliti in America e poi, passando dal Lower East Side, si camminava fino a qui, dove c’erano per lo più tedeschi, olandesi e irlandesi. Ma per noi italiani, era casa. Abbiamo trasformato il cibo italiano in alta gastronomia. È stata una vera e propria rivoluzione culturale, un modo per affermare la nostra identità e il nostro valore in un’America che non sempre ci accoglieva a braccia aperte.

La vostra è una storia di famiglia, con valori profondamente radicati. Qual è il principio che vi ha guidato attraverso le generazioni?

Nostra nonna ci ha insegnato: “Prima la famiglia, poi gli affari”. Anche se non ci piacevamo, la domenica dovevamo sederci tutti a tavola. E alla fine, le cose si sistemavano. È la natura delle cose. Questo rispetto per la famiglia si è tradotto in un profondo rispetto per l’attività, che abbiamo dovuto riscattare dagli altri soci. È un legame che si tramanda, come quando mia nipote, che non ha ancora quattro anni, ha assaggiato un biscotto tricolore comprato altrove e ha detto: “Non mi piace, non è buono”. La qualità è nel nostro DNA.

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Ci sono stati momenti difficili, momenti in cui il futuro di Ferrara sembrava incerto?

Il momento più difficile è stato quando papà è morto, a soli 47 anni. Non c’era un piano di successione. È stato un colpo durissimo, ma ci ha insegnato l’importanza di prepararci. Oggi, noi siamo i successori l’uno dell’altro, e abbiamo una buona polizza assicurativa!

Guardando al futuro, quali sono i vostri sogni e progetti per Ferrara?

Il futuro è globale, ma anche attento alle nuove esigenze. Voglio portare Ferrara in cinque città chiave nel mondo, a partire da Napoli. E stiamo lavorando su prodotti senza glutine e “sugar-correct”, per educare le persone a mangiare il meglio in termini di nutrizione per caloria. Il cibo italiano, e Ferrara, devono continuare a evolversi, a insegnare e a deliziare.

Infine, qual è il segreto della longevità di un luogo come Ferrara?

Se ci fosse un segreto pensi che te lo direi? Mia madre direbbe “il munaciello”. Abbiamo ancora una scala che non porta da nessuna parte perché lì c’è il munaciello. È uno spirito, come un leprechaun, ma italiano, che fila l’oro. Forse è lui il vero segreto, o forse è la coerenza del prodotto, ma di certo c’è qualcosa di magico in questo posto.

Immagine di Guglielmo Timpano

Guglielmo Timpano

Laureato in Scienze Politiche. Giornalista freelance. Conduttore radiofonico. Presentatore televisivo. Appassionato di sport, storia e animali: per combinare tutti questi interessi, il sogno sarebbe seguire un torneo di calcio tra dinosauri.

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