Franco Pavoncello, lascia la guida della John Cabot University dopo oltre vent’anni

Fondata nel 1972, la John Cabot University è l’università statunitense a Roma che da anni accoglie studenti da tutto il mondo con corsi di laurea e programmi di studio all’estero. Nel tempo ha costruito un’offerta che punta soprattutto sull’esperienza internazionale, oltre che sulla formazione accademica. Una parte importante di questo sviluppo è legato al lavoro di Franco Pavoncello. Pavoncello ha iniziato la sua collaborazione con la JCU nel 1990 come Professore di Scienze Politiche, dal 1996 al 2005 è stato Dean e dal 2005 è il sesto Presidente della John Cabot University.

Dopo oltre ventanni alla guida della John Cabot University, quale ritiene sia stata la trasformazione più significativa dell’ateneo sotto la sua presidenza?

L’espansione, innanzitutto. Quando sono diventato presidente, nel 2005, l’università era concentrata in un solo edificio. Nel tempo abbiamo acquisito nuovi spazi a partire da un’ex scuola sul Lungotevere fino ad arrivare a quattro campus e tre residenze studentesche.
A questa crescita fisica si è affiancata quella accademica: più corsi e docenti sempre più qualificati. Questo ha reso l’università più attrattiva, sia per gli studenti americani che arrivano per un semestre, sia per quelli che scelgono di laurearsi qui.
Oggi convivono studenti americani, italiani e internazionali, provenienti da circa 80 Paesi. È un ambiente particolare: tutti, per ragioni diverse, si trovano fuori dal proprio contesto abituale. Questa condizione favorisce attenzione, partecipazione e capacità di confronto.

Qual è stata la sfida più complessa nel gestire questa espansione?

La più difficile è stata investire senza certezze. Ogni nuova sede comportava una scommessa: costruire o acquistare spazi contando sul fatto che, nel tempo, gli studenti sarebbero aumentati.
I numeri poi hanno confermato questa scelta: siamo passati da circa 500 studenti a quasi 1900. Ma la crescita porta con sé altre complessità, come il rafforzamento della struttura amministrativa e l’ampliamento del corpo docente.

Guardando indietro, c’è una decisione o un momento che considera particolarmente decisivo per lidentità attuale della John Cabot University?

Alcuni passaggi sono stati determinanti. Già prima della presidenza, quando ero Dean, la scelta di aprirsi al sistema americano dello study abroad ha segnato una svolta.
Poi l’acquisizione di nuovi edifici, che ha reso possibile l’espansione.
E, più recentemente, la decisione di riaprire nell’autunno del 2020, durante il Covid. È stato un momento molto difficile: da una parte il rischio sanitario, dall’altra la possibilità concreta di non riaprire più. Abbiamo deciso di assumerci la responsabilità e, nei fatti, il sistema ha funzionato.

Durante il suo mandato, l’Università ha rafforzato il suo posizionamento come ponte tra Stati Uniti ed Europa: quanto è stato importante questo elemento nella sua visione strategica?

È centrale. Siamo un’università americana in Italia: questo significa che gli studenti americani si trovano in un Paese diverso, gli italiani studiano in un sistema diverso e gli internazionali vivono entrambe le condizioni.
Questa modalità di approccio rende più aperti all’apprendimento e al confronto. Ne nasce un ambiente molto dinamico, orientato al pensiero critico, al dibattito e alla capacità di comunicare.

A fine giugno 2026 terminerà il suo mandato e subentrerà la Dr.ssa Antonia Maioni. Quali sono le sfide per chi prenderà il suo posto?

Oggi la situazione è stabile. Il numero di studenti è adeguato, l’università è solida anche dal punto di vista finanziario.
La sfida sarà soprattutto gestionale: razionalizzare i costi, migliorare l’esistente e crescere in modo graduale, senza dover affrontare passaggi critici.

Che eredità sente di lasciare alla comunità accademica?

Una comunità coesa, trasparente e molto orientata alla formazione degli studenti.
Credo anche un’istituzione cresciuta in prestigio, capace di incidere davvero sul percorso di chi la frequenta. In particolare per gli studenti americani, l’esperienza a Roma offre un’apertura internazionale che spesso prima non avevano.

A livello personale, cosa le ha dato questa esperienza?

La possibilità di costruire qualcosa nel tempo. Quando ho iniziato come Dean, nel 1996, gli studenti erano poco più di 150.
Vedere questa realtà diventare un’università riconosciuta a livello internazionale, con una comunità accademica di alto livello, è stato l’aspetto più significativo.

Che consiglio si sente di dare alle future matricole della John Cabot University?

Oggi un’educazione basata sulle arti liberali, in un contesto internazionale, è particolarmente utile.
Non solo per le competenze tecniche, ma per sviluppare capacità critiche, autonomia e abilità relazionali. Sono queste che permettono di affrontare un futuro sempre più complesso, anche alla luce dei cambiamenti tecnologici.

Immagine di Maria Francesca Buono

Maria Francesca Buono

Mariafrancesca Buono, originaria di Ischia, è filologa e critica letteraria. Alla formazione umanistica affianca un costante interesse per ambiti interdisciplinari, che l’ha portata ad approfondire l’ambito comunicativo, il videomaking e l’intelligenza artificiale. Il suo percorso riflette la convinzione che, in una società in continua trasformazione, le competenze trasversali siano essenziali per comprendere e interpretare la complessità del presente.

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