Castello San Marco, tra effetto The White Lotus e americani in cerca di sé

Tra Taormina e l’Etna, Castello San Marco, residenza nata come snodo commerciale oggi accoglie una nuova geografia di ospiti: americani, immaginario globale e bisogno di radici

Sicilia orientale, costa ionica. Tra Taormina e l’Etna il paesaggio cambia ritmo di continuo: mare basso e scuro al mattino, luce piena nel pomeriggio, il vulcano sullo sfondo che rimette tutto in scala. È in questo tratto che si incontra Castello San Marco, una costruzione che nasce alla fine del Seicento come punto operativo più che come semplice residenza. Il principe Ignazio Sebastiano Gravina Cruyllas sceglie questo luogo per una ragione concreta: una sorgente d’acqua, l’Acquicella, e un sistema agricolo da organizzare. Ne viene fuori un fondaco affacciato sul mare, collegato a un entroterra produttivo, attraversato da merci, uomini, stagioni.

Oggi quella struttura esiste ancora, trasformata. Torri e scaloni, cortili e terrazze, giardini che tengono insieme agrumi e piante esotiche, la spiaggia a pochi metri. Dal 1971 la famiglia Murabito lavora su questo impianto senza modificarne la logica: camere ricavate da edifici agricoli, spazi comuni che mantengono tracce evidenti del passato, un equilibrio costante tra architettura e paesaggio.

Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato nel modo in cui viene guardato. La Sicilia, da destinazione, è diventata racconto. Una parte di questo passaggio passa da The White Lotus, la serie che ha trasformato l’isola in un riferimento visivo globale. Non solo scenari spettacolari, ma un’idea precisa: il viaggio come dispositivo narrativo, come spazio in cui le persone mettono in scena se stesse.

È qui che entra in gioco il castello. Perché il pubblico che arriva, soprattutto dagli Stati Uniti, non cerca più soltanto una vacanza. Cerca un’esperienza che abbia una forma, un contesto, una profondità. Gli americani che arrivano in Sicilia oggi si dividono in due grandi categorie, che spesso si sovrappongono: chi torna e chi immagina di tornare.

I primi sono italo-americani, seconde o terze generazioni. Cognomi siciliani, storie familiari frammentarie, ricordi tramandati più per suggestione che per precisione. I secondi arrivano attraverso un immaginario costruito: cinema, letteratura, serie tv. The White Lotus funziona come acceleratore di questo processo.

Nel parco del Castello San Marco questi due movimenti si incontrano. Si vede nel modo in cui gli ospiti abitano lo spazio: meno fretta, più attenzione, una curiosità che va oltre la superficie. Le domande non riguardano solo i servizi, ma la storia, le trasformazioni, le persone che hanno attraversato quel luogo.

Valerio Murabito osserva tutto questo da dentro. È il più piccolo di tre fratelli, cresciuto nel castello. “Per me è sempre stato normale”, dice. Ed è forse questa normalità a renderlo una lente interessante: conosce il luogo prima che diventi destinazione.

Quello che racconta non è una strategia, ma una trasformazione. Il castello, nato come snodo economico, continua a funzionare come spazio di relazione.
Lo fa attraverso l’ospitalità, ma anche attraverso la cucina. Giardino di Pietra è il ristorante interno, e qui il discorso si fa concreto. Materie prime che arrivano dall’orto della tenuta, dagli agrumi del parco, dagli ulivi secolari, o da una rete di piccoli produttori locali. Lo chef Giuseppe Bonaccorso lavora su stagionalità e territorio, rielaborando la tradizione siciliana con un linguaggio contemporaneo. Piatti costruiti per essere leggibili, prima ancora che sorprendenti.

Accanto alla cucina, la cantina. Etna soprattutto, con centinaia di etichette che raccontano un territorio in piena ascesa. Poi il carrello degli amari, che riporta nel bicchiere gli odori del giardino: agrumi, erbe, note amare che restano.

Agli americani piacciono le leggende, e spesso entrano nei luoghi proprio da lì, dalle storie che continuano a circolare nel tempo. A Castello San Marco succede con il racconto di Lionello e Bice, un amore nato durante una battuta di caccia e finito in tragedia, che ancora oggi viene tramandato tra stanze e giardini come parte naturale dell’esperienza.

È anche questo che cercano molti degli ospiti: non solo spazi da abitare, ma storie in cui riconoscersi, anche solo per il tempo di un soggiorno.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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