Finché morte non ci separi 2: Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton lo raccontano a Roma

Le due attrici di Finché morte non ci separi 2, al cinema dal 9 aprile, guidano un sequel più caotico e spettacolare, dove il potere è una questione di sangue

Alla presentazione romana di Finché morte non ci separi 2, Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton parlano di sangue, sorellanze tossiche, potere e umorismo nero come se fossero le cose più naturali del mondo.

È curioso pensare che siano passati quasi sette anni dal primo Finché morte non ci separi, Ready or Not, questo il titolo originale del film. Sette anni sono abbastanza per cambiare il mondo, o almeno la percezione che si ha del mondo. Non abbastanza, però, per cambiare davvero la sorte di Grace. Nel sequel, Ready Or Not 2: Here I Come, la protagonista, interpretata da Samara Weaving, torna esattamente lì dove l’avevamo lasciata: viva, sì, ma senza alcuna possibilità di fermarsi davvero. Non perché abbia scelto qualcosa, ma perché certi universi narrativi non concedono tregua ai propri personaggi migliori.

Il film riparte quasi subito, senza il conforto di una distanza, emotiva o temporale, dal massacro precedente. Grace si risveglia in ospedale poche ore dopo aver visto esplodere davanti a sé il marito e l’intera famiglia acquisita. Non ha nemmeno il tempo di dare un senso a ciò che è successo, perché arriva subito una nuova minaccia. E soprattutto arriva un mondo più grande.

Nel primo capitolo l’idea era semplice e geniale: una sposa entra in una famiglia ricchissima e scopre che l’ingresso nell’élite passa attraverso un gioco mortale. Qui invece quel gioco si espande, si organizza, diventa sistema. I seguaci del signor Le Bail non sono più solo una famiglia, ma una rete. Grace, sopravvissuta e unica erede possibile, diventa un ostacolo da eliminare.

C’è un momento in cui capisci che Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett non stanno cercando di trattenersi. Non vogliono replicare il primo film in tono minore, vogliono rilanciare. La violenza è più teatrale, il sangue più abbondante, il caos più consapevole. 

Eppure, sotto tutto questo, resta qualcosa di molto concreto. Famiglia, eredità, identità, appartenenza. Non è un caso che proprio su questo, durante l’incontro romano, le attrici siano tornate più volte. «Il film è un’esplorazione delle famiglie e dei diversi tipi di legami… soprattutto quando senti di avere delle responsabilità verso le altre persone», racconta Gellar. È una chiave di lettura che non cancella il caos, ma lo rende leggibile.

Gellar, che interpreta la miliardaria Ursula Danforth, è probabilmente la presenza più solida e magnetica del film. «Non voglio mai una caricatura, voglio un personaggio… anche quando è cattivo deve avere una ragione», spiega. Ed è esattamente quello che succede: Ursula è crudele, vanitosa, spietata, ma ha una logica interna, un bisogno di controllo, un’identità costruita dentro una struttura familiare che la definisce e la limita allo stesso tempo.

Allo stesso tempo, Gellar non nasconde il piacere del ruolo: «essere cattivi è sicuramente molto più divertente». Ed è una frase che sembra riassumere perfettamente il tono del film, che si muove continuamente tra il gioco e la ferocia.

Accanto a lei, Kathryn Newton porta un’energia completamente diversa. Più nervosa, più fisica, più contemporanea. La sua Faith, sorella di Grace, è instabile, ambigua, imprevedibile. Ed è proprio questo a renderla interessante. Il rapporto tra le due non è mai lineare, e diventa uno dei pochi spazi emotivi veri dentro un film dominato dal potere.

Newton lo racconta con entusiasmo: «Ho detto sì al progetto perché Matt e Tyler sono dei geni… mi hanno detto che avevano scritto questo ruolo per me». Ma insiste anche su un altro aspetto: il corpo. L’azione. «Mi piace fare le stunts… è stata una delle cose più divertenti». E si vede. Il suo modo di stare nel film è fisico, concreto, sempre in movimento.

Questa concretezza attraversa tutto il film. Anche nella costruzione delle scene. Durante la conferenza si è parlato molto del fatto che molte sequenze sono state realizzate in modo pratico: esplosioni vere, effetti reali, sangue costruito sul set. 

E poi c’è Grace, naturalmente. Ancora col vestito da sposa devastato, ancora costretta a correre con l’aria di chi ha smesso da tempo di stupirsi dell’assurdità che la circonda. Samara Weaving fa di nuovo quello che sa fare benissimo: trasforma l’esasperazione in stile, il panico in ritmo, la resistenza in una forma di comicità stremata. Però questa volta il meccanismo rischia un poco la ripetizione. Il film, non dandole quasi nessun respiro tra il primo trauma e il secondo, finisce per sacrificare una possibile evoluzione del personaggio in favore dell’urgenza della trama.

Gellar, invece, riporta tutto a un altro tipo di relazione: quella con il pubblico. Inevitabilmente torna Buffy l’ammazzavampiri. «L’amore che ricevo dai miei fan è incredibile… è qualcosa che sento da tutta la vita», racconta. Ed è proprio questo legame a permetterle di non restare intrappolata in un’unica immagine: «non ho paura di sperimentare… non so mai in quale personaggio qualcuno mi riconoscerà». Buffy, Daphne di Scooby-Doo, Cruel Intentions, The Grudge: identità diverse, tutte accolte, tutte ancora vive.

Uscito negli Stati Uniti il 20 marzo e atteso nei cinema italiani dal 9 aprile,  Finché morte non ci separi 2 non sempre riesce a essere altrettanto preciso nella scrittura. Dove il primo capitolo era più affilato nella satira, nel modo in cui metteva in scena l’élite, il privilegio, il denaro, qui quella componente si diluisce. C’è ancora il piacere, molto cinematografico, di vedere l’1 per cento autodistruggersi, ma la scrittura morde meno. Però ha energia, scala, corpi lanciati dentro il massacro con convinzione assoluta. Ha Gellar che si prende la scena con controllo totale, Newton che la destabilizza, Weaving che continua a correre senza fermarsi mai.

E alla fine torna anche quello che ha detto Gellar sull’horror: «se una persona esce felice dal cinema, abbiamo fatto il nostro lavoro».

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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