Il rapimento di Moro

Sono passati 48 anni. Di luci e di ombre. Né la storia, né la giustizia ci hanno mai dato una verità del tutto accettabile su quello che accadde nella primavera tragica del 1978.

Il 16 marzo alle 9 del mattino un commando delle Brigate Rosse entra in azione in via Fani, quartiere Trionfale di Roma. Assalta due macchine stringendole in una trappola mortale prima di un semaforo e bersagliandole poi con decine e decine di colpi di mitra. Rapiscono Aldo Moro e uccidono i cinque membri della scorta: Giulio Rivera, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Domenico Ricci, Francesco Zizzi.

A loro e a tutti gli uomini e le donne delle forze dell’ordine che ogni giorno sono in prima linea per difendere la nostra sicurezza, a tutti i servitori dello Stato che difendono le nostre istituzioni, è andato il primo pensiero del premier Giorgia Meloni.

Delle varie inchieste che ho dedicato al caso Moro in uno dei programmi che considero più importanti nella mia lunga storia a Mediaset, ovvero Top Secret, una l’ho girata interamente in via Fani.

Non solo perché fu una tragedia in sé e l’inizio di una tragedia terribile che coinvolse poi un intero Paese e non solo, ma proprio per rendere omaggio in primis a quelle cinque vite innocenti di cui si parla sempre e nello stesso tempo sempre troppo poco.

Il leader della Dc fu poi tenuto prigioniero per 55 giorni e dopo una lunga ed estenuante trattativa piena di colpi di scena e di misteri, di covi sconosciuti e fin troppo conosciuti, di sedute spiritiche e battute di caccia all’uomo inutili e fuorvianti, fu giustiziato dalle Brigate Rosse. Così almeno dicono i terroristi pentiti che avrebbero sparato.

Certo è che quel povero corpo indifeso e rannicchiato nel baule di una Renault rossa in via Caetani nel centro della capitale segnava, il 9 maggio di quel 1978, uno spartiacque nella storia della Repubblica.

Quel sacrificio, e uso questa parola non a caso, di cui oltretutto Moro era perfettamente consapevole nelle sue lettere (la cui scomparsa e ricomparsa sono un mistero nel mistero) permise la sconfitta di quell’organizzazione estremista e allontanava per sempre quello che nel gergo si definiva “compromesso storico” (Dc + Pci).

Moro poteva essere salvato? Certo. Ma non fu salvato.

Il cosiddetto consulente americano dell’allora ministro degli Interni Cossiga, Steve Pieczenik, in una straordinaria intervista rilasciata a New York al mio Top Secret nel maggio del 2008 (era lo speciale per i 30 anni dalla morte) disse con chiarezza le ragioni politiche di quel sacrificio senza ovviamente fare nomi o spingerci nell’aula dell’ennesimo, quasi inutile, processo con la numerazione latina.

Approfondiremo al momento giusto, ma anticipo che per le mie fonti la versione ufficiale della morte del presidente della Dc non regge, come non regge la versione ufficiale di quello che accadde in via Fani. Quella mattina a sparare c’erano più persone e più esperte con le armi automatiche di quattro intellettuali ideologizzati.

Vi siete mai chiesti perché 5 agenti della scorta furono uccisi in pochi secondi senza neanche avere il tempo di reagire e Moro rimase “miracolosamente” illeso? Alla prox puntata….

Immagine di Claudio Brachino

Claudio Brachino

Giornalista, saggista ed editorialista italiano. Laureato in Lettere, passione per il teatro, ha scritto con De Filippo e Michalkov. Poi 32 anni in Fininvest e Mediaset, dove è stato vicedirettore ed anchor di Studio aperto, due volte direttore di Videonews, la fabbrica dei format, direttore di Sport Mediaset e di Radio Montecarlo news. Inoltre, ha diretto per due anni il Settimanale, magazine cartaceo e web sulle Pmi, ha scritto per Il Tempo e Il Giornale, ora è editorialista del Multimediale di Italpress, opinionista tv per Rai e La7 e direttore editoriale di Good Morning Italy. Da poco ha firmato una collaborazione per lo sport del circuito Netweek.

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