Emiliano Viviano: “Il calcio italiano ha problemi strutturali, ma il futuro può essere positivo”

L’ex portiere si racconta tra Nazionale, simulazioni, spogliatoi, strutture e il nuovo ruolo da opinionista: “Io dico sempre quello che penso. Anche quando dà fastidio”

Emiliano Viviano non ha perso l’abitudine alla franchezza. Da ex portiere di lungo corso in Serie A a opinionista televisivo, il passo è stato naturale per uno che, come dice lui stesso, “fa fatica a non dire quello che pensa”. In questa lunga intervista rilasciata a SMIT – Soccer Made in Italy, Viviano affronta senza filtri i temi caldi del calcio italiano: l’assenza dell’Italia dai Mondiali, i problemi strutturali del sistema, il valore delle competizioni europee, il rapporto tra giocatori e media, fino alla crescita del calcio negli Stati Uniti.

Emiliano, sei diventato un personaggio mediatico clamoroso. In televisione sei quasi all’altezza del grande portiere che sei stato.

Diciamo che ci provo. Io fondamentalmente dico sempre la verità e questa è già una cosa che porta alcuni benefici e altri no. Però io sono fatto così, ero fatto così anche quando giocavo, nello spogliatoio e nel privato. Faccio un po’ fatica a non dire quello che penso, sempre con rispetto, cercando di averne per tutti. Non sempre è facile, ma la mia natura è questa.

Porteremo l’Italia al Mondiale?

Secondo me sì, e ci mancherebbe altro. Io ho un figlio di 15 anni che non ha mai visto l’Italia a un Mondiale: è una follia totale. Però penso che le possibilità siano ottime, siamo più forti delle squadre che affronteremo nel play off. Visto il recente passato magari non dovremmo dirlo, ma io la penso così.

L’assenza dal Mondiale crea un gap generazionale e danneggia la reputazione del calcio italiano.

Sì, e oltre a quello rischia di allontanare i ragazzini dal calcio. Ho letto che per la prima volta in Italia gli iscritti al tennis hanno superato quelli del calcio. È ovvio che quando la tua Nazionale non fa risultati, il ragazzino sia meno attratto. Noi siamo cresciuti con le ‘notti magiche’, aspettando l’Italia nelle competizioni perché era sempre tra le favorite. Oggi quell’aspettativa non c’è più.

Le big italiane hanno anche deluso in Champions League, questo non aiuta…

Su questo non sono molto d’accordo. Negli ultimi anni l’Inter ha fatto due finali di Champions, la Roma due finali europee, la Fiorentina una finale, l’Atalanta ha vinto una competizione europea. Eppure i problemi del nostro calcio non sono migliorati. Questo significa che sono più radicati e più gravi del mero risultato dei club, che peraltro sono composti al 70% da stranieri.

Sabatini ha detto provocatoriamente che non vinciamo perché siamo simulatori.

A me la simulazione fa discretamente schifo, va contro il mio modo di essere. Però non sono d’accordo. Il Brasile ha cinque Mondiali, l’Argentina tre e noi quattro. Credo che il 90% dei simulatori si trovi in queste tre nazionali. L’Inghilterra, dove la simulazione è meno diffusa, non vince niente. Quindi non penso sia quello il problema…

Hai mai litigato pesantemente in campo?

Dipende cosa intendi per pesantemente. Per me il litigio è una cosa seria: se arrivo a pensare di alzare le mani, ci deve essere una motivazione importante. Una partita non basta. Mi è capitato qualche volta, anche in modo preventivo, con qualcuno che aveva una serie di atteggiamenti sbagliati. Ma difficilmente per un episodio immediato.

In spogliatoio, quanto sono gravi certe dichiarazioni alla stampa di procuratori o compagni?

Il rispetto del gruppo è sacro. Non si va mai contro il gruppo. Se il tuo procuratore parla male di un compagno, o prendi subito le distanze o lo chiami e gli dici che non può parlare a nome tuo. Io sono andato in una squadra dove l’altro portiere disse che non c’era bisogno di comprarne un altro. Sinceramente mi misi a ridere: era insicurezza. Se sei sicuro dei tuoi mezzi, non fai certe interviste.

Qual è la cosa più grave che un calciatore possa fare nei confronti del gruppo squadra?

Far uscire notizie interne ai giornalisti, magari parlando male di un compagno. È gravissimo. Chi lo fa lo tiene nascosto, perché la reazione del gruppo sarebbe molto brutta. Anche fare la spia all’allenatore può essere delicato: dipende da come e perché lo fai. Se vai a dire che uno esce la sera, è sbagliato. Se hai un allenatore col quale c’è un dialogo e un confronto e segnali un problema che può danneggiare il gruppo, è diverso. Ma è un equilibrio sottile.

Ha fatto discutere una tua recente intervista alla Gazzetta in cui hai raccontato di essere uscito a ubriacarti la sera prima di una partita, che però non pensavi di giocare…

Avevo tre giorni liberi, partita più due giorni. Non ero nemmeno convocato. Il messaggio arrivò a notte inoltrata, mentre stavo facendo serata, quindi non potevo fare nulla. Ma sai, il giudizio e l’ipocrisia sono lo sport preferito di chi è frustrato. Leggo commenti assurdi. Uno mi ha scritto sui social che non potevo capire la pressione di giocare nella Juve perché non ci avevo giocato. Gli ho risposto: “se io con 500 partite da professionista non posso capirlo, tu che fai il pizzaiolo come fai a spiegarmelo?” Tutti pensano di sapere. Non ne capiamo nemmeno noi sempre: diamo opinioni.

Un giocatore su cui hai preso una “toppa”?

Rovella. Lo ritenevo un giocatore normalissimo, non da Lazio. Invece, al netto dell’infortunio, ha fatto prestazioni da Nazionale. Al contrario, pensavo che Zhegrova avrebbe fatto la differenza alla Juve e sta facendo fatica. Però non siamo Nostradamus: la qualità la riconosci, ma poi incidono mille dinamiche, fisiche, mentali, ambientali. Higuain alla Juve, Bergkamp e Roberto Carlos all’Inter, Van der Sar alla Juve: campioni che in un posto hanno fallito o hanno reso ben al di sotto delle proprie potenzialità…

A proposito di Bergkamp, non prendeva mai l’aereo, una vera e propria fobia. Hai avuto compagni con la stessa paura?

Sì, diversi. Angelo Palombo era uno che aveva paura dell’aereo. Anche adesso, che è assistente di Chivu all’Inter, è terrorizzato: ci siamo sentiti qualche giorno fa, dopo il viaggio in Norvegia, e per lui è stato un incubo. L’aereo lo prendeva per giocare, ma al ritorno chiedeva di tornare in pullman. Una volta per il Trofeo Gamper andammo a Barcellona con due aerei da nove posti perché il charter si era rotto. Lui che ha paura anche dei Boing era bianco come un fantasma…

Torniamo al presente. Roma-Juventus di domenica è già decisiva?

Per me le partite non sono decisive fino a fine marzo. Troppe volte facciamo valutazioni e poi due partite dopo cambia tutto. È molto importante più per la Juve che per la Roma. La Roma può anche pareggiare o perdere e restare in corsa. La Juve, perdendo, dovrebbe fare qualcosa di clamoroso fino alla fine.

Che partita ti aspetti tra Roma e Juve?

Una bella partita. La Roma aggressiva in avanti, la Juve a palleggiare. Potrebbe decidersi nel finale: bisogna vedere come arriva la Juve dopo i 120 minuti di mercoledì. Oggi vedo la Roma favorita per entusiasmo, fattore stadio e fatica accumulata dalla Juve.

La passione di certe tifoserie, come Roma, Napoli, Genoa è quasi da studiare.

Il tifoso non è legato solo ai risultati. Io ho visto l’Olimpico mezzo vuoto in anni bui, ma non era per i risultati. Mourinho sicuramente ha avuto un ruolo importante nel riavvicinare la gente. Le società devono capire dove si trovano: il tifoso non chiede solo di vincere, ma cultura, identità, appartenenza. E soprattutto strutture all’altezza.

Senon migliori strutture e accessi, non porti più gente allo stadio. A Firenze andare allo stadio è uno psicodramma tra parcheggi e mezzi. Immagina una città come Roma con una metro diretta allo stadio, copertura, centri commerciali, servizi: faresti 60 mila abbonati. Abbiamo dimostrato con le Olimpiadi invernali di Cortina che sappiamo organizzare, ma servono strutture.

Che cosa vuoi fare da grande?

Escludo il preparatore dei portieri. Oggi mi piace fare quello che faccio. Avevo pensato di restare nel calcio come allenatore o dirigente, ma alla fine ero stanco di ritiri, trasferte, orari imposti. L’opinionista non l’avevo mai pensato. Ho iniziato quasi per gioco, per bisogno di far uscire la mia voce. Sono stato tra i primi a fare Twitch mentre giocavo. Mi piacerebbe che i calciatori avessero più possibilità di parlare direttamente, come succede in NBA con Draymond Green che fa le sue live. Non toglierebbe spazio ai giornalisti, che possono raccontare e approfondire in altri modi.

Il calcio italiano in America e un pensiero ai tanti tifosi italiani che vivono la propria passione a distanza, magari con i propri Club.

Il calcio in America sta prendendo piede. Io seguo molto la MLS, anche per Messi, per cui ho una venerazione. Non è più solo un campionato per giocatori a fine carriera: stanno investendo sui giovani. Per gli italiani in America è difficile seguire tutto, ma è bellissimo che mantengano questa passione. Il tifo è aggregazione, amicizia, ricordi legati a momenti felici della vita. È una cosa importantissima.

Immagine di Guglielmo Timpano

Guglielmo Timpano

Laureato in Scienze Politiche. Giornalista freelance. Conduttore radiofonico. Presentatore televisivo. Appassionato di sport, storia e animali: per combinare tutti questi interessi, il sogno sarebbe seguire un torneo di calcio tra dinosauri.

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