Una guida per capire come si misura lo share

Ora che tutti sono impegnati a fare confronti con il Sanremo dell'anno scorso, capiamo che significa quando si parla di rating, share e milioni di spettatori in meno, in Italia e all'estero

La prima serata del 76° Festival di Sanremo ha raccolto una media di circa 9,6 milioni di spettatori con 58% di share, in calo rispetto ai 12,6 milioni e 65,3% di share dell’ultimo debutto del 2025. Il dato emerge dalle rilevazioni di Auditel in termini di Total Audience, ossia l’audience complessiva che, dall’anno scorso, oltre a considerare la fruizione televisiva tradizionale adesso consta anche della visione da altri device e, quindi, dallo streaming. Il confronto con l’anno scorso parla di circa tre milioni di spettatori in meno su questa prima serata, e anche la seconda serata resta su numeri inferiori a quelli dell’edizione precedente pur restando tra i risultati più alti degli ultimi anni.

In Italia l’audience viene misurata da Auditel tramite un panel di famiglie rappresentative della popolazione, dotate di dispositivi di rilevazione che monitorano minuto per minuto cosa viene guardato e da chi. Questa struttura – composta per la parte metrica da diverse tipologie di panel e supportata da modelli statistici che proiettano i dati sull’intera popolazione – permette di stimare non solo quanti guardano, ma anche che cosa guardano e quando. Esiste sempre un margine di errore statistico, soprattutto per programmi con audience più contenute o target di nicchia, ma nel caso dei grandi eventi come Sanremo le stime sono considerate affidabili e confrontabili nel tempo, purché si usino gli stessi indicatori e perimetri.

Ma come funziona all’estero? Negli Stati Uniti la misurazione degli ascolti è tradizionalmente affidata a Nielsen, che combina un panel di migliaia di famiglie con grandi insiemi di dati provenienti da set-top box, smart TV e servizi di streaming. Questi dati vengono poi estrapolati all’intera popolazione per generare rating, share e altri indicatori, spesso inclusivi di visione live e on-demand fino a sette giorni dopo la trasmissione (il cosiddetto Live + 7, che conta anche chi registra un programma per guardarlo successivamente: in America è molto frequente). Nielsen, come Auditel, dunque, non misura tutti gli americani, ma un campione di famiglie che rappresenta, per composizione sociale, età, area geografica, reddito, tipo di consumo media, l’intera popolazione.

Ogni persona nel panel “vale” statisticamente un certo numero di persone reali. Se nel panel 1.000 individui rappresentano 2 milioni di americani, e 200 di loro guardano un programma, quel dato viene “pesato” per stimare quanti lo hanno visto su scala nazionale. Inoltre, negli USA si distingue molto tra rating, ovvero la percentuale dell’intera popolazione TV (o di un target, come la fascia d’età che va dai 18 ai 35 anni) che ha visto il programma, e il più famoso share, cioè la percentuale di chi aveva la TV accesa in quel momento: per capirci, se negli USA ci sono 60 milioni di TV e 30 milioni di queste sono accese, ma in 12 milioni guardano un programma specifico, allora il rating sarà del 20% ma lo share del 40%.

Nel Regno Unito, l’ente BARB usa anch’esso un approccio misto: integra dati da panel di spettatori con dati censuari di visione online per fornire una misura complessiva (total viewing) dell’audience su TV lineare, VOD e piattaforme streaming. Questo permette di includere visione non solo televisiva ma anche su altri schermi.

In Francia, Médiamétrie ha un sistema simile, con un panel di alcune migliaia di famiglie dotate di audience meter e una metodologia che tiene conto anche di visione via dispositivi digitali. I dati raccolti vengono poi elaborati e proiettati sulla popolazione nazionale. Anche qui la misurazione è una stima rappresentativa e non un conteggio diretto di ogni singolo spettatore.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Francesco Caroli, nato a Taranto, ha iniziato a scrivere di musica e cultura per blog e testate online nel 2017. È autore per le riviste cartacee musicali L'Olifante e SMMAG! e caporedattore per IlNewyorkese. Nel 2023 ha pubblicato il saggio "Il mutamento delle subculture, dai teddy boy alla scena trap" per la casa editrice milanese Meltemi.

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