Dirigente visionario, scopritore di talenti e uomo di calcio totale, Walter Sabatini si è raccontato a tutto campo ai microfoni di SMIT – Soccer Made in Italy. Dalla fiducia per la partecipazione dell’Italia al Mondiale alle difficoltà della Juventus, fino a una riflessione profonda su VAR, simulazioni e sul ruolo degli allenatori. Un’intervista intensa, appassionata, fedele al suo stile diretto e filosofico. Con un amarcord che ancora brucia e che accende la settimana di Roma-Juventus…
L’intervista integrale la potete vedere sul canale Youtube di SMIT.
In settimana, a partire da oggi, sul profilo ufficiale Instagram di SMIT, troverete dei reel tratti dall’intervista.
Direttore, partiamo dalla domanda che si fanno tutti in America: l’Italia al Mondiale ci va?
Certo che ci va, e ci mancherebbe altro. Tra l’altro io ho un ricordo straordinario dell’America. A parte aver avuto un presidente statunitense, bostoniano, per sei anni alla Roma, il mio ricordo più forte è una tournée che facemmo nel ’77 proprio con la Roma. Fu bellissimo. Ebbi una grande impressione del calcio che stava nascendo in quel momento: era ancora l’epoca di Pelé, Beckenbauer e Chinaglia ai Cosmos. Anche se non è lo sport nazionale, vedo che il soccer è in grande crescita: in MLS gli stadi sono pieni, c’è interesse. È un movimento che sta crescendo molto. Ma noi al Mondiale ci saremo, questo è sicuro.
L’Italia manca da due edizioni. Se ci va, può andarci a testa alta?
Se ci va, ci va a testa alta. Naturalmente siamo vincolati alla condizione con cui i giocatori arriveranno allo spareggio, che è il vero appuntamento decisivo. Io sono molto preoccupato non per la qualità del nostro calcio, ma per la condizione fisica dei nostri calciatori. Quest’anno in Italia c’è una morìa di infortuni impressionante. Ogni domenica si perdono quattro o cinque giocatori per squadra. Un calciatore infortunato, nella migliore delle ipotesi, impiega un mese per rientrare e comunque non arriva mai al grande appuntamento in condizioni eccezionali. Ci arriva sempre in modo precario. E questo mi preoccupa molto. Se arriviamo bene fisicamente, siamo forti, nonostante le sconfitte delle squadre italiane in Champions.
Dobbiamo augurarci di arrivare bene fisicamente al prossimo appuntamento, perché se arriviamo bene siamo forti davvero.
Veniamo all’attualità, le italiane possono ribaltare le sconfitte in Champions League?
La situazione è complicata per tutte, e per la Juventus in particolare, ma io ho un ricordo vivido: la Roma che ribalta il Barcellona di Messi all’Olimpico. Un 3-0 per cancellare il 4-1 dell’andata. Se quella Roma, che era fortissima, ha potuto farlo, allora la Juventus può ribaltare il Galatasaray e l’Atalanta può fare una grande partita con il Dortmund. Io sono sempre molto ottimista. Mi fido del nostro calcio e dei nostri calciatori. L’unica cosa che mi preoccupa è sempre la condizione fisica.
Si aspettava il crollo di febbraio della Juventus?
No, assolutamente. La Juventus aveva raggiunto un livello di rendimento e di qualità del gioco molto alto, bello. Il lavoro di Spalletti aveva dato frutti immediati. Non mi aspettavo una retromarcia così. Ma adesso mi aspetto la resurrezione, come l’araba fenice. È nelle corde dell’allenatore e di molti giocatori. C’è qualche problema strutturale, una certa fragilità offensiva, ma la qualità di gioco c’era e penso che la crisi che sta attraversando sia una cosa transitoria. Può recuperare una condizione adeguata.
Chivu all’Inter l’ha sorpresa?
No. L’anno scorso guardavo spesso il Parma e parlavo con lui durante la settimana. Non che avesse bisogno dei miei consigli, ma ci confrontavamo. L’ho visto salvare il Parma giocando bene, non con le barricate. Conoscevo il suo valore. Non avevo dubbi che avrebbe fatto bene all’Inter. Conosce l’ambiente e ha comportamenti e parole giuste per guidare un gruppo così importante.
Dopo il caso Bastoni il tema delle simulazioni è diventato centrale in Italia.
Lasciamo stare Bastoni, che è stato anche fischiato a Lecce, come se fosse il solo ad aver mai simulato in Italia. Parliamo della simulazione in generale. È una cosa terribile. La simulazione è un gesto antisportivo, una piccola truffa. Se simulo, truffo. È come il doping: una cosa vomitevole dal punto di vista sportivo. E poi è ridicola, perché oggi i campi sono proprietà delle telecamere. Ti vedono tutto. Mani in faccia quando il colpo è sullo sterno: sono cose disgustose. E noi perdiamo in Europa anche perché siamo simulatori. Le squadre del Nord Europa non simulano, perché il pubblico disprezza quel gesto. La simulazione innesca debolezze, ti fa perdere le partite. Si vince con la prestazione, non con la simulazione.
Che idea si è fatto della stagione di arbitri e, soprattutto, VAR? Ogni settimana ci sono polemiche feroci…
Noi addetti ai lavori dobbiamo darci tutti una calmata. Il VAR è un toccasana per il calcio. L’utilizzo può essere discusso e coordinato meglio, perché a volte le decisioni dell’arbitro vengono azzerate e questo crea confusione. Ma il VAR è uno strumento positivo. Se ci fosse stato ai miei tempi alla Roma, forse un paio di campionati li avremmo vinti. Penso a quella partita a Torino, Juventus-Roma 3-2: tre gol contestabili. Con il VAR, almeno due non sarebbero stati validi. Io mi sento garantito dal VAR.
Le è rimasto il dolore per lo scudetto mancato a Roma…
È un dolore che non tramonta mai. Mi esplode dentro come fosse successo ieri. È una cosa che mi ha mutilato. Eravamo una squadra che avrebbe meritato lo scudetto. Na parlavo l’altro giorno con de Rossi: Le squadre vincenti hanno un grande centrocampo. E quella Roma era una squadra con Pjanić, De Rossi, Nainggolan, Strootman, Keita: un centrocampo fortissimo. Le squadre vincono se hanno un centrocampo forte. E noi eravamo davvero forti. Certo, combattevamo contro una Juventus straordinaria che un anno fece più di 100 punti. Onore al merito. Ma quando giocavano con noi non facevano mai festa prima della partita.
A proposito di De Rossi: al Genoa è nella piazza giusta per completare il suo percorso di crescita come allenatore?
Perfetta. Genova gli somiglia: pubblico generoso, innamorato della squadra. Sta facendo grandi cose. Ho visto l’ultima partita: segnali di crescita quasi imbarazzanti. Il Genoa gioca un calcio bello, consequenziale. Ma ricordiamoci: non vincono gli allenatori, vincono i calciatori. Gli allenatori possono allenare benissimo, ma poi sono i giocatori che vincono.
La Roma di oggi sembra la squadra che, per come è costruita, si avvicina di più alla sua filosofia di calcio.
È una squadra costruita con equilibrio. Ricky Massara è più equilibrato e più educato di me, magari meno sfacciato. Ha lavorato con i paletti del fair play, ma ha fatto una campagna intelligente. Ha portato ragazzi interessanti. Venturino è un ragazzino sfacciato, pronto subito: entra e aiuta. Il calciatore deve essere sfacciato. Senza quella sfacciataggine non c’è futuro. Vaz è un diamante grezzo, ma farà molto bene, anche se non ha avuto un grande impatto, ne sono certo. Deve solo acquisire il ritmo e i tempi di gioco della Serie A. Ghilardi sta facendo passi da gigante: non è facile meritare la titolarità nella Roma.
Lei ha avuto un fiuto speciale per i difensori: da Marquinhos a Benatia fino a Manolas.
Sono stato molto fortunato. Marquinhos a 18 anni titolare per merito di Zeman, oggi capitano del Paris Saint-Germain. Benatia era un leader, faceva gol, aveva carisma. Sì, lì la fortuna mi ha assistito. Ma il calcio senza fortuna non si può giocare. Senza fortuna si gioca, ma si perde.
L’impatto di Malen in Serie A è legato al livello inferiore del campionato rispetto alla Premier?
Assolutamente no. Malen sta facendo così perché è fortissimo. Nazionale olandese, sente la porta, determinato, sfacciato. In Premier gli attaccanti sono favoriti perché ci sono errori difensivi macroscopici. Ma lui è forte di suo. È un giocatore sfacciato, ed è una fortuna per la Roma.
Secondo lei in Italia si parla troppo di allenatori e poco di calciatori?
Assolutamente sì. Il calcio è un racconto. Ogni partita è un racconto. Non dobbiamo mitizzare le figure. Che l’allenatore sbatta la giacca in panchina non cambia nulla: non è che un giocatore stoppa meglio la palla per quello. I protagonisti sono i calciatori. Gli allenatori sono importanti, ma non vincono con la gestualità. A volte certe sceneggiate sono fatte per essere raccontate, non per aiutare la squadra.
Esistono allenatori ad alto livello non aggiornati?
No. Oggi gli allenatori sono studiosi. Arrivano al campo alle sette del mattino, studiano tutto: avversari, contromisure, miglioramenti individuali. Hanno match analyst, analisi scientifiche. Non esiste più l’allenatore che arriva dieci minuti prima e improvvisa. Il calcio è evoluto verso un’analisi globale imprescindibile.
Quindi non è d’accordo con quelli che accusano i vari Mourinho, Allegri o Conte di non essere aggiornati con i parametri di calcio moderni…
Non è credibile…La gente crede che sia così, ma non è così.
Cos’è, in fondo, il calcio per Walter Sabatini?
Il calcio è un gioco semplice per questo ha successo. È fatto di 17 regole che conoscono tutti. Se fai rotolare una palla vicino a un bambino che ha appena imparato a camminare, lui la calcia. Nessuno glielo dice. È un istinto. La palla brilla come strumento di divertimento. Il calcio deve divertire e regalare gioia. Noi abbiamo un obbligo morale: donare gioia alla gente. È difficile oggi, con le guerre e le preoccupazioni, ma allo stadio la gioia deve esserci. Se la squadra gioca bene e vince, la gente gioisce. Se è una pezza bagnata, no.
La rivedremo presto in dirigenza?
Spero per il calcio, oltre che per me. Ho la presunzione di pensare che il calcio abbia ancora bisogno di me. E quindi si deve dare una svegliata in giro…




