Garlasco e giustizia

C’è stato, e c’è, un caso Tortora (ne abbiamo parlato qui per la serie di Bellocchio), e c’è un caso Garlasco. La morte di Chiara Poggi, colpita con un corpo contundente la mattina del 13 agosto 2007 nella sua villetta di Garlasco, rimane al di là delle sentenze ufficiali un caos rispetto a una verità accettata e accettabile per tutti. Per quel delitto terribile è stato condannato in via definitiva, dopo un processo però con svariati colpi di scena (due assoluzioni), il fidanzato Alberto Stasi. 16 anni, dal 2025 in semilibertà.

E sempre nel 2025 il caso è stato riaperto, per volontà della Procura di Pavia, con un nuovo indagato, Andrea Sempio, dopo nuove analisi sul DNA rinvenuto sotto le unghie della vittima. Da allora non c’è network in Italia, piccolo, grande o medio, generalista, locale, satellitare, web e podcast, che non si occupi di questo delitto. Un’ossessione h24 che riguarda un intero Paese, manco fosse un caso da Var nel derby d’Italia Inter-Juve. Lo dico senza voler mancare di rispetto a chi soffre, familiari e protagonisti.

Queste storie drammatiche si portano dietro tanti traumi ma portano anche tanti ascolti. Da un Paese di allenatori siamo diventati un Paese di criminologi o comunque di esperti di nera. Come con il Covid, gli avvocati hanno preso il posto dei virologi e imperversano dalla mattina alla sera ovunque. Qualcuno si sdoppia anche.

Come Tortora, Garlasco è anche un caso politico e piomba, come Tortora, nella discussione che si sta facendo infuocata per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Non staremo qui a tediarvi con la genetica forense e con le macchie sui muri, ma la domanda è: la macchina della verità ha funzionato in questa storia o no? Certamente sì se si pensa che c’è una condanna definitiva, certamente no se si pensa che autorevoli giornalisti hanno più volte scritto che Stasi è stato in carcere non al di là di ogni ragionevole dubbio.

E Sempio? Perché fu indagato e prosciolto all’epoca e perché ora torna in scena con 18 anni di ritardo rispetto al delitto? E la nuova scienza delle indagini, il linguaggio della scena del crimine? Tante cose, molte contaminate, altre ignorate o rovinate, altre ambigue. Insomma un caos. Non si diceva una volta che le prime 48 ore erano essenziali? E il resto? Scontrini, alibi, santuari, sesso, sospetti, chi più ne ha più ne metta.

E l’operato dei magistrati è stato sempre perfetto? Qualcuno ha coperto o scoperto? Insomma la giustizia si presta ancora una volta a una discussione. L’errore è rendere la discussione ideologica, invece la discussione deve rimanere nella culla della democrazia. Il cittadino ha diritto a un processo giusto e i familiari delle vittime hanno diritto a una verità. I colpevoli che non sono colpevoli hanno diritto a un indennizzo e i colpevoli ancora incolpevoli devono pagare. Lo dico come schema, senza mettere nomi. E chi ha sbagliato, parlo di magistrati, deve pagare. Non fare carriere come in altri casi. Solo così la democrazia trova un senso e i cittadini trovano il senso di starci, in una democrazia.

Immagine di Claudio Brachino

Claudio Brachino

Giornalista, saggista ed editorialista italiano. Laureato in Lettere, passione per il teatro, ha scritto con De Filippo e Michalkov. Poi 32 anni in Fininvest e Mediaset, dove è stato vicedirettore ed anchor di Studio aperto, due volte direttore di Videonews, la fabbrica dei format, direttore di Sport Mediaset e di Radio Montecarlo news. Inoltre, ha diretto per due anni il Settimanale, magazine cartaceo e web sulle Pmi, ha scritto per Il Tempo e Il Giornale, ora è editorialista del Multimediale di Italpress, opinionista tv per Rai e La7 e direttore editoriale di Good Morning Italy. Da poco ha firmato una collaborazione per lo sport del circuito Netweek.

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