La lezione di Tortora

Ero molto giovane quando a Viterbo vedevo i miei genitori che guardavano, nell’unica tv della sala, Portobello. C’era un conduttore popolarissimo e suadente e, a dir la verità, non mi stava troppo simpatico, ma questa umanissima sensazione nulla ha a che vedere con il tema della giustizia giusta che poi tanto tempo ha occupato nella mia carriera giornalistica, tra battaglie, errori e inchieste.

In Italia l’errore di un giornalista viene sempre pagato, specie se non appartiene a una certa area culturale, quello di un magistrato no. Di giustizia si parla ancora e sempre tanto nel nostro Paese, per una riforma che rischia di essere sempre zoppa e per un referendum sulla separazione delle carriere su cui gli italiani sono chiamati a dire un sì o un no a breve.

Di Enzo Tortora invece, quel popolare conduttore di una trasmissione Rai che faceva milioni di ascoltatori, se ne riparla per la serie che gli ha dedicato un grande regista impegnato come Bellocchio e di cui ilNewyorkese ha raccontato la presentazione.

Quello di Tortora è stato forse, se non il più grave, il più assordante ed esemplare (all’incontrario) caso di malagiustizia del nostro Paese e il tema cruciale che si porta dietro, la responsabilità civile dei magistrati, rimane un tema aperto. Apertissimo.

Enzo Tortora fu arrestato il 17 giugno del 1983 alle 4.30 del mattino, portato via in manette con l’accusa di associazione di stampo camorristico e spaccio di stupefacenti. Il tutto sulla base di accuse, rivelatesi poi false, di alcuni pentiti.

La gogna mediatica (a cui l’uomo di tv non si oppose ma usò come scandalo), la prigione, l’assoluzione piena nel 1986, il breve ritorno al suo amato programma (Dove eravamo rimasti?) e poi la morte nel 1988.

Detto così sembra una fredda sequenza di cronaca, ma dentro c’è la sofferenza, la vita che cambia e che finisce, c’è il dolore, la rabbia, il corpo che cede al tumore. C’è, in una parola sola, l’ingiustizia.

Ne ho parlato a lungo in un’intervista alla figlia Gaia, in forze al Tg di Mentana a La7, di cosa vuol dire in una famiglia una cosa del genere. Un trauma per tutti. Non risulta che la carriera di chi sbagliò a giudicarlo sia stata danneggiata. E questo è il punto.

La serie di Bellocchio arriva, con la sua libera interpretazione estetica, in un momento caldissimo del dibattito pubblico. Dieci anni dopo (circa) l’arresto di Tortora, l’Italia ha vissuto Tangentopoli, inchiesta su cui non esprimiamo nessun giudizio se non per dire che da allora il potere politico e quello giudiziario non hanno più trovato un equilibrio.

E lo si vede dalla durezza dello scontro sul referendum che pure non riguarda tutto l’impianto della riforma, ma la condizionerà in un senso o nell’altro.

Chissà se la storia di un uomo, vissuta sulla sua carne e nei suoi affetti, potrà aiutare una riflessione storica più che ideologica, una riflessione che ci possa portare a una democrazia migliore.

Immagine di Claudio Brachino

Claudio Brachino

Giornalista, saggista ed editorialista italiano. Laureato in Lettere, passione per il teatro, ha scritto con De Filippo e Michalkov. Poi 32 anni in Fininvest e Mediaset, dove è stato vicedirettore ed anchor di Studio aperto, due volte direttore di Videonews, la fabbrica dei format, direttore di Sport Mediaset e di Radio Montecarlo news. Inoltre, ha diretto per due anni il Settimanale, magazine cartaceo e web sulle Pmi, ha scritto per Il Tempo e Il Giornale, ora è editorialista del Multimediale di Italpress, opinionista tv per Rai e La7 e direttore editoriale di Good Morning Italy. Da poco ha firmato una collaborazione per lo sport del circuito Netweek.

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